Oggi chiudo windows space: un finale indegno per una lenta agonia

Oggi chiudo il blog di msn. I burocrati di messenger mi
hanno chiesto il consenso per applicare l’eutanasia. In caso contrario, ci
penseranno loro ad una messa a morte d’ufficio. Del resto si tratta di un esito
inevitabile, dopo le inutili, continue e insensate rivoluzioni. Dopo la stolida
politica di scimmiottamento dei social network, per cui gli utenti hanno perso
msn con le sue peculiarità per trovarsi fra le mani una brutta imitazione di fb
che non serve a nessuno.

Non c’è da stupirsi che per “dirigenti” di questo calibro,
che hanno condotto in rovina una piattaforma di successo, la soluzione sia una plateale
lavata di mani. Appaltano i blog ad una piattaforma esterna, magari fra poco
chiuderanno anche la chat o la affideranno allo schifo-chat di fb. E questo
come coronamento di una politica di umiliazione degli utenti, costretti a
subire di tutto. Dalla eliminazione delle statistiche ai micro-commenti.

E così muore un blog. Spazzati via tre anni di vita, decine di
migliaia di visite, centinaia di migliaia di visualizzazioni. Distrutti gli
elenchi creati con tanta cura, soppresso il guestbook. Certo, ce lo
trasferiscono altrove. Ma i burocrati non possono capire che il blog muore
comunque, quello che apparirà su wordpress sarà solo lo scheletro, un fantasma
di quello di prima. Quello cesserà di esistere, con la sua storia.

Alle sette precise di stasera, acconsentirò al trapasso. Solo
per non perdere gli amici e i lettori, che saluto e ringrazio. Altrimenti bisognerebbe
solo abbandonare la nave che affonda, per rispetto dovuto al passato glorioso
di msn. Certo, tutti gli imperi sono destinati a crollare. Ma questo è davvero
un finale indegno.

God and the City: in città non si parla d’altro…

 

I
gentili lettori ci perdonino la distorsione, quasi un po’ blasfema, del titolo
di questa famosa serie tv che dicono essere rappresentativa del mondo reale,
del cosiddetto mondo “moderno”. Se lo fosse si potrebbe ben dire che allora
quello moderno è un mondo abbastanza triste, un po’ (molto) sessuofobo. Una
volta di sesso non si poteva parlare, poi arrivò il tempo in cui non si poteva
parlar d’altro che di sesso (o almeno, per taluni, così dovrebbe essere). Una
volta però esauriti, e portati fino allo spasimo, tutti gli argomenti si torna
al punto di partenza. Le persone non pensano continuamente al sesso. Pensano
molto di più a Dio. Tutti. Tante persone si lasciano uccidere pur di non
esserne separati, tante altre si uccidono di propria mano perché non lo trovano
(anche se apertamente non lo cercano). Nessuno (o quasi) muore per il sesso. La
verità è che Dio è quello che interessa veramente alle persone, quelle reali e non quelle stereotipate. E in “città” non si parla
d’altro. Basti pensare alla città virtuale di Internet, che letteralmente
trabocca di forum, di siti, di blog sulle “prove” dell’esistenza di Dio, sulla
storicità dei Vangeli, su quello che la Chiesa fa e non fa. A prescindere poi dalla
effettiva qualità di questi dibattiti (che a volte lascia un po’ a desiderare)
resta comunque il dato di una certa “fame”. Chi crede di aver trovato desidera
manifestarlo, chi non ha trovato ascolta, chi non cerca (o così crede) tenta di
capire. E basta uno sguardo per capire che non si tratta di distaccati
dibattiti filosofici, c’è quasi sempre una tensione che spesso esplode in lite
(più o meno furibonda) ma che testimonia la presenza di qualcosa che tutti
comunque percepiscono come dannatamente importante. Non tanto o non solo per un
ipotetico futuro ultraterreno, ma per la vita presente; quella di tutti i
giorni. Anche nella vita reale prima o poi si finisce a parlare di Dio, non
appena si crea un po’ di confidenza vogliono spesso sapere se credi in Dio
oppure no, e perché. Eppure, in compenso, Dio è totalmente estromesso dalla
vita pubblica. Non ne parla la tv, non i giornali, non la radio (e quando lo fanno è quasi sempre in maniera banale). L’argomento
che sembra essere più interessante (o che almeno è fra quelli più importanti) è
sistematicamente ignorato. Lo ha colto efficacemente Antonio Socci  con un articolo dal titolo
IL
RE DEI CIELI E’ FRA NOI… E I MASS MEDIA PARLANO D’ALTRO (PERLOPIU’ DI
STRONZATE)
.

Paradossi moderni

 

Secondo l’ONU sono circa 24.0000 le persone che, ogni giorno, muoiono di fame. Una della morti più lente e atroci che esistano. Una stima agghiacciante, ma fino a un certo punto. Nessuna legge, infatti, e nessuna sentenza lo ha stabilito se non quella fondamentale legge naturale dell’ingiustizia. Fino a poco fa una cosa deprecabile, è ora desiderabile. Per questo la morte per fame e sete ha anche i suoi supporters pronti a sostenere che si tratti di una morte degna, un doveroso viatico verso coloro che essi hanno stabilito indegni di vivere. Esatto, vite umane indegne. Nel migliore dei casi. Nei peggiori non si esita a parlare di semplice “vita animale” paragonando queste incomode persone ad animali o a piante. Eppure chi si occupa di queste persone dimenticate non lo fa per spirito animalista né per passione botanica nei confronti di vegetali, ma per spirito umanitario. Per questo anche delle suore, che da anni accudiscono una persona non in grado di badare a se stessa, possono essere accusate di crudeltà. Crudeli perché si ostinano a vedere in quel “corpo” che pulsa, che veglia, che dorme, che emette gemiti, una persona da accudire ancora con più amore e non un cavallo zoppo da abbattere perché non più utile a nessuno. Eppure nemmeno gli animali, secondo la cultura mess-mediatica, dovrebbero essere sottoposti a un tale arbitrio. Tutte cose già viste, solo meglio confezionate sotto la veste di una falsa autodeterminazione che altro non è che il diritto di “autodeterminare” gli altri e quindi di terminare la loro vita. E così capita che il desiderio di una ragazza sconvolta venga presentato come l’espressione di una volontà circostanziata con tanto di processo alle intenzioni (del tipo “quello che avrebbe voluto”) seguito da regolare sentenza. Così ci sono persone che hanno nella mani la vita di altre persone, con ufficiale licenza di uccidere da applicare quando lo si riterrà più opportuno. Come se non bastasse, tutto questo non avviene in base a una legge. Il Parlamento eletto dal popolo, può cambiare le leggi. Ma esistono poteri dove né la volontà popolare né alcun altro potere può arrivare. Il Legislatore risponde al popolo, il potere giudiziario no. Infatti, quest’ultimo, dovrebbe rifarsi solo alle leggi. Invece, dice il Presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassare, in questo caso la Cassazione “ha individuato un diritto, ne ha stabilito le circostanze, ne ha fissato i limiti e ne ha predisposto le modalità di esercizio […] stabilisce cioè la norma nel caso concreto che non trova nella legge, allora abbiamo un’autorità che non ha una responsabilità politica verso il popolo e, quindi, non ne subisce le conseguenze. Evidentemente siamo davanti a un “governo dei giudici” che non ha nulla a che fare col nostro sistema democratico”. Tutto questo in barba alla Costituzione e al Codice penale che punisce l’omicidio del consenziente. Aveva proprio ragione Sciascia quando diceva che la Costituzione non esiste più, per cui ne sopravvive solo il mito che al contempo la dichiara intoccabile.

I tifosi della morte per fame e sete, giurano e spergiurano che non sentirà niente. Che non può sentire niente. Contemporaneamente però si industriano per assicurarsi che non soffra con sedativi e progettano di inumidire il palato per evitarle la sensazione della disidratazione. Eppure per provare dolore e disagio, credo, c’è bisogno di un cervello ancora minimamente attivo. Quindi non possono escludere che ci sia ancora un barlume di coscienza, ma si dicono sicurissimi che non ci sia. Se qualcuno osa anche solo dubitare della morte celebrale come fine della vita, gli saltano tutti addosso. Eppure se una persona è ancora in grado di vegliare e di dormire evidentemente non è ancora giunta la morte celebrale propriamente detta. Nonostante questo però è morta, è morta. Punto.

Non si può nemmeno parlare di accanimento terapeutico. Non si tratta di malati terminali. Quello che interverrà non sarà una malattia nè una comune causa naturale. Sarà anzi quella naturale per eccellenza: la fame e la sete. Dopo la sospensione del sostegno vitale, e non di una terapia. Quanto durerà questa agonia? Nessuno lo sa con precisione. Ma le scommesse sono aperte. Chi dice venti giorni, chi quindici se non dieci. Terry Schiavo, una persona che era ancora capace di compiere dei minimi e istintivi movimenti, morì dopo quattordici giorni. Massimilano Kolbe era ancora vivo dopo due settimane. Pur nel profondo della barbaria, forse per noia più che per pietà, alla fine gli fu somministrata un’iniezione letale. Un “privilegio” che lei, e tutti quelli che la seguiranno, non avrà. La vedremo morire piano piano, nota Giuliano Ferrara, fino alla fine. La bocca secca. I tessuti senza liquidi. Battito del cuore accelerato. Pressione sanguigna che diminuisce. Stato di veglia che cala. Respiro irregolare…

Quando sarà finito, saremo tutti ipocritamente tristi e quindi un po’ più felici. La vita non degna che abbiamo elevato a simbolo, sarà servita al suo scopo. Dopo di lei toccherà alle altre migliaia di persone che abbiamo dichiarato simili ad animali, quando non semplici vegetali. E non sarà difficile trovare anche per loro una dichiarazione di orrore nei confronti di uno stato che fa paura a tutti.

Abbiamo fatto di Eluana il simbolo della nostra ideologia di morte. Quindi adesso deve assolvere il suo scopo: deve morire. E contro la morte non c’è appello.

La menzogna non ha più veli: il racconto dell’agonia di Eluana Englaro

La scienza e la morte

Accendo la televisione e leggo in sovrimpressione: “Amo
troppo la vita: mi faccio ibernare”. C’è un signore intervistato che spiega la
sua scelta. Ha aderito ad un’iniziativa che farà in modo di farlo ibernare
pochi istanti dopo la morte, per questo ha donato il suo futuro cadavere ad
un’organizzazione americana. Ha scelto anche il tempo di scadenza che si
aggirerà sui 400500 anni. Tempo bastante, a suo dire, per permettere alla
scienza di scoprire il motivo del suo decesso e per trovarne rimedio. Insiste molto
sul fatto che lui così vivrà per secoli, e che si risveglierà in un futuro
“futuristico” con agevoli passeggiate su Marte. Le sole cose che destano la sua
preoccupazione, perchè potrebbero mettere a repentaglio il suo progetto di
immortalità, sono il rischio di morire in Italia (e quindi di non avere il
tempo di essere trasportato in Usa) oppure di un olocausto nucleare (contro il
quale nemmeno la sua bara di ghiaccio potrebbe preservarlo…). Segue quindi
inevitabile invito a qualche milionario filantropo di costruire anche in Italia
un centro di ibernazione.

La cosa curiosa è che il vero rischio non sia per nulla
contemplato. Cioè che la scienza non sia onnipotente. Che quando si è morti si
è morti, non importa come e quando. Se una persona è già morta per il vaiolo,
non importa se esista un vaccino perché anche se somministrato è troppo tardi.
La scienza è un gran cosa, importante quanto si vuole. Ma se dalla fiducia si
passa alla fede, è un altro conto. La scienza non riporta indietro i morti, e
non è detto che possa spiegare e scoprire tutto. Nonostante il progresso, sono
tutte cose che è anzi ragionevole credere che non avverranno mai. Anche perché
tale procedura deve anche avvalersi delle tecnologie del presente. Un embrione
può essere conservato congelandolo, ma comunque per un tempo relativo di tempo.
Che questo possa avvenire per un uomo adulto mi sembra inverosimile, non
funzionerebbe con un vivo figuriamoci con un morto. La verità è che a questo
signore è stata fatta passare per certa un’idea fideistica e fantascientifica
della scienza, ma non solo di quella del futuro. Il desiderio di essere
conservati in uno stato fra la vita e la morte è già impossibile per la scienza
di oggi. Tutta la secolare procedura, ovviamente, non avverrà gratis e i futuri
ibernati devono già sborsare bei soldini (anche in assicurazioni, a quanto
detto).

E’ il vecchio mito della scienza che rende felici, che elimina la morte e la sofferenza, che dice cosa bisonga fare. Che fornisce la pillola della felicità e dei sentimenti, non sono forse queste cose solo delle reazioni chimiche? Come vorrebbe far credere certo neo-determinismo pseudoscientifico (che fa una lettura ideologica di dati empirici). Nei tempi antichi, soprattutto nell’era di mezzo, gli uomini meditavano
molto sulla morte e la accettavano semplicemente. “Sorella morte” arrivò a
definirla il Poverello d’Assisi. La vita è breve, ma forse è ancora più breve
per chi si arrovella ad allungarsela in tutti i modi. Per chi magari si priva
di una parte delle proprie sostanze del presente per un bene futuro inesistente. O, ancora
meglio, chi in una falsa speranza di immortalità investe nel nulla quando
potrebbe (con tutti quegli sforzi) farsi un tesoro in cielo, o conquistarsi
almeno il ricordo del proprio passaggio. Continuando a vivere nel ricordo dei
beneficati si potrebbe strappare all’oblio della morte almeno qualche generazione.
Non l’immortalità terrena, ma meglio di nulla. Risuona ancora quell’inno
evangelico alla semplicità: “E chi di voi, per quanto si dia
da fare, può aggiungere un`ora sola alla sua vita?
” (Matteo 6, 27)