Il Testimonium Flavianum: il passo ritrovato.

 

Flavio Giuseppe, vissuto fra il 37  e il 100 d.C., è uno storico molto importante anche per via della sua particolare vicenda biografica. Inizialmente coinvolto nella disastrosa rivolta antiromana che portò poi alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), si consegnò ai Romani in seguito alla sconfitta della sua guarnigione. Nacque così un intenso rapporto di collaborazione con gli ex nemici tanto da diventare un cliente di Tito e un grande ammiratore di suo padre, l’imperatore Vespasiano. La straordinarietà di questo personaggio si evince già dal suo nome, per metà ebreo e per metà romano. Infatti si integrò così bene nella famiglia imperiale che, anche per riconoscenza, ne assunse il patronimico (Flavio); per questo il Nostro ha un prenomen tipicamente ebreo (Giuseppe) e un nomen romano (e il nomen era quello che indicava la gens di appartenenza, o di acquisizione). Per questo Flavio Giuseppe può essere considerato uno storico e uno scrittore romano, ma la sua origine ebrea gli conferisce delle caratteristiche del tutto particolari nel panorama letterario latino. I suoi scritti sono, ovviamente, filoromani ma questo non gli impedisce di difendere il suo popolo e la sua cultura. La contestazione che Giuseppe faceva al suo popolo era solo l’ostinazione contro il dominio romano, che ai suoi occhi raggiungeva spesso il fanatismo (come il movimento zelota). È uno storico molto importante anche perché dedica grande spazio alle vicende della Giudea e ai suoi difficili rapporti con l’impero, le sue opere sono infatti per noi delle fonti primarie.

 

Flavio Giuseppe, quindi, era molto informato delle vicende del suo popolo, avendole vissute in prima persona. In questo contesto troviamo il famoso passo su Gesù, il cosiddetto Testimonium Flavianum delle Antichità giudaiche. Riportiamo il passo:

 

 

"Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani." (Ant. Giud. 18,63-64)

 

 

Il passo sembra essere interpolato. Si sa con certezza che Flavio Giuseppe non era un cristiano, per questo le espressioni di fede del testo creano grandi difficoltà per l’attendibilità del passo. La maggior parte delle persone, di solito, si ferma a questo punto. Siccome noi, però, aspiriamo ad avere un approccio scientifico con le fonti cercheremo di scavare più in profondità. Proviamo a ragionare, partendo da una domanda: l’interpolazione cristiana riguarda tutto il passo, o è possibile che essa si sia limitata ad aggiungere quelle espressioni di fede? In altre parole, se il passo sia stato aggiunto di sana pianta o se solo modificato (del tutto o in parte). Per cercare la risposta di questa domanda non si può prescindere da una prospettiva globale dell’opera di Flavio Giuseppe, ma prima qualche considerazione sul passo sopra riportato bisogna farla. È stato fatto notare che, eliminando le espressioni di fede, il passo mantiene un senso logico e grammaticale per cui è indipendente dalle parti più “sospette”. Inoltre diversi studiosi (come H. St. J. Thackeray) hanno notato, nel passo, peculiarità grammaticali e linguistiche di Giuseppe Flavio. Prima di continuare nell’analisi del Testimonium Flavianum, proviamo a cercare altri indizi nelle Antichità giudaiche. In particolare ci sono due passi interessanti, il primo è quello che parla di Giacomo il minore:

 

“Anano […] convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione” (Ant. XX, 200)

 

Quindi quello del libro 18 non è l’unico riferimento a Cristo, qui ne troviamo un altro. La prima cosa da notare è la strana identificazione che lo storico fa di Giacomo. Nelle società antiche, e anche in quella ebrea (basta pensare alla Bibbia), l’identificazione avviene sempre tramite il padre. C’è sempre un Tizio figlio di Caio, invece qui il punto di riferimento è Gesù. Segno che forse lo storico ritiene questo riferimento più significativo, almeno per i suoi lettori, di quello del padre di Giacomo. Forse proprio perché di quel “Gesù, detto il Cristo” ha già parlato prima e per questo, essendo ormai noto ai lettori, lo usa come valido riferimento per Giacomo. Questo spiega anche perché lo storico non si soffermi su un personaggio che sembra così importante, questo Gesù di cui parla è addirittura chiamato Cristo. Per un ebreo come Flavio Giuseppe una cosa del genere non può non essere interessante, vista l’intensità dell’attesa messianica del tempo. Anche questo sembrerebbe indicare che di quel Cristo si è già parlato in precedenza (solo un paio di libri prima) per cui non è necessario soffermarsi oltre. Da notare, inoltre, che qui, verosimilmente e quindi a differenza di prima, non si afferma che Gesù è il Cristo, ma che era detto Cristo. Per quanto riguarda la questione dei “fratelli di Gesù”, basti ricordare la polisemia del termine “fratello” nelle lingue semitiche per cui esso può assumere una pluralità di significati; fra i quali anche quello di parenti in generale. È un problema legato alla strutturazione della famiglia antica, un argomento interessante ma che ora ci porterebbe troppo lontano. Il secondo passo è quello del Battista:

 

 

“Ad alcuni dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso” (Ant. XVIII, 116-119).

 

 

La narrazione della vicenda del Battista è simile, negli aspetti fondamentali, a quella evangelica di Matteo:

 

 

“In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: "Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui".  Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodìade, moglie di Filippo suo fratello. Giovanni infatti gli diceva: "Non ti è lecito tenerla!". Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta. Venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: "Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista".  Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. La sua testa venne portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.” (Matteo 14, 1-12)

 

 

Le due narrazioni divergono abbastanza, soprattutto nelle motivazioni della condanna (pur senza escludersi a vicenda), da ritenere altamente improbabile una qualche influenza fra le due. Infatti l’originalità di questi ultimi due passi, quello di Giacomo e quello del Battista, non è mai stata ragionevolmente messa in dubbio. Da questo deduciamo che non solo Flavio Giuseppe ritiene storico il personaggio di Gesù, visto da come ne parla nel passo di Giacomo, ma che storici sono anche personaggi primari e secondari delle narrazioni evangeliche. Non solo personaggi che appartengono più che altro al “contesto” storico, come può essere Ponzio Pilato, ma anche i protagonisti propri delle vicende narrate. Il Giacomo, di cui parla sopra lo storico, è lo stesso apostolo di cui parlano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli. La cosa curiosa è che l’ipotesi mitica (in senso ampio) che vorrebbe i Vangeli come confuse narrazioni costituite soprattutto di elementi mitologici e per nulla o quasi di realtà storica, appare vacillante ancor prima di passare all’analisi diretta dei Vangeli. Le stesse fonti non cristiane, delle quali a torto ci si lamenta, ci forniscono elementi preziosi che non solo non ci inducono in favore dell’ipotesi mitica ma anzi ci sconsigliano fortemente di adottare una simile prospettiva. Infatti le varie ipotesi mitiche sono poi incorse (e vi incorrono ancora oggi i suoi inconsapevoli discendenti) in una serie impressionante di “infortuni”, come vedremo in seguito. Si tratterebbe infatti di un mito a dir poco anomalo.

 

Tornando al Testimonium Flavianum c’è un’altra considerazione da fare in relazione al passo del Battista. In effetti il copista cristiano autore dell’interpolazione avrebbe, ragionevolmente, dovuto aggiungere i riferimenti a Gesù subito dopo il passo del Battista o quello di Giacomo. Entrambi offrivano lo spunto per sopperire alla presunta mancanza del passo su Gesù, la cosa sarebbe stata più sicura rispetto all’aggiungere un passo tout court quando bastava semplicemente aggiungere qualcosa a uno dei due passi. Come ultimo indizio riguardo l’ipotesi dell’interpolazione parziale segnaliamo anche che un cristiano difficilmente avrebbe parlato di “tribù” rivolgendosi ai Cristiani; verosimilmente avrebbe parlato di Chiesa, per cui forse questo è un’altra traccia della preesistenza del passo prima dell’interpolazione visto che quella delle tribù sembra essere proprio un’espressione dello storico.

Ci sono quindi molti indizi che sembrano indicare l’effettiva esistenza del passo su Gesù, il problema è capire in che modo esattamente il passo originale ne parlasse. Una potente conferma di questa ipotesi è giunta, nel 1971, da una scoperta del prof. Shlomo Pines, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, che trovò una versione araba del passo contestato in un’opera del X secolo, la "Storia universale" del vescovo Agapio di Hierapolis (in Siria). Riportiamo il passo:

 

"Similmente dice Giuseppe l’ebreo, poichè egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: "A quell’epoca viveva un saggio di nome Gesù. La sua condotta era buona, ed era stimato per la sua virtù. Numerosi furono quelli che, tra i Giudei e le altre nazioni, divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocifisso ed a morire. Ma coloro che erano suoi discepoli non smisero di seguire il suo insegnamento. Essi raccontarono che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse era il Messia di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie."

 

 

Siamo quindi in possesso di un passo che non presenta più quelle sospette espressioni di fede; ad esempio non si afferma più la resurrezione ma si riporta semplicemente quello che i discepoli “raccontarono”. Questa scoperta, riportata anche da Vittorio Messori in Ipotesi su Gesù (pag. 197, edizione 2001), ci fornisce una potente conferma dell’ipotesi dell’interpolazione parziale che dovette evidentemente riguardare solo le espressioni di fede. Infatti già il testo di base appariva indipendente da queste. Un dato da tenere in considerazione è che Agapio è un vescovo, in quanto tale sembra impensabile che abbia mutilato il passo dello storico in senso riduttivo. Né si può credere che egli abbia omesso le espressioni di fede perché consapevole della contraddizione con la fede dell’autore, per diversi motivi. Prima di tutto perché nessuno dubitò mai dell’esistenza storica di Cristo per quasi diciotto secoli e Agapio visse nel X secolo, quando nemmeno esisteva allora un problema del genere; pertanto non può essere mosso dall’esigenza di dimostrare la storicità di Cristo, infatti riporta semplicemente il passo e non sembra consapevole della portata “filologica” che invece hanno per noi queste poche righe. Se, ancora nel X secolo, non esisteva un dibattito “storiografico” su Gesù è ovvio che, non ponendosi proprio il problema, non si analizzavano certo a fondo le fonti. Solo con un approccio moderno con le fonti è stato possibile rendersi conto delle incongruenze del passo su Gesù, e quindi sospettare dell’originalità del passo. Ipotizzare che questo possa essere avvenuto nell’Alto Medioevo è del tutto anacronistico. È essenziale tenere presenti le coordinante spaziali e temporali della vicenda. Il fatto che Agapio sia siriaco sembra proprio indicare che egli avesse a disposizione una copia dell’opera estranea al circuito occidentale e quindi di un passo su Gesù non manipolato o comunque più vicino all’originale. L’interpolazione cristiana pare sia avvenuta in Occidente fra il III e il IV secolo ma, anche alla luce di questa scoperta, non sembra più dettata da un complotto di carattere storico  (un’ipotesi questa già debole in sè, a prescindere da tutto). Semplicemente il copista cristiano dovette trovare irriguardoso il fatto che Flavio Giuseppe parlasse in modo così “laico” di Gesù, così aggiunse quelle espressioni di fede che solo a partire dal XVI secolo cominciarono a destare sospetti. Ad ogni modo l’attendibilità storica del Testimonium Flavianum ne esce confermata. A sostengo di questa ipotesi ci sono diversi studiosi, fra i quali anche David Flusser (altro storico israeliano ed ebreo). Pertanto, anche questa fonte ci conferma quelli che sono i dati essenziali della biografia di Gesù, sia spaziali sia temporali. La cronologia viene confermata dal riferimento alla condanna sotto Ponzio Pilato, troviamo inoltre un’altra conferma (se mai ve ne fosse stato bisogno) dell’origine giudaica del Cristianesimo. Flavio Giuseppe ci informa anche dell’attività di predicazione di Gesù e del conseguente discepolato. Anche questa fonte avvalora, inoltre, le notizie evangeliche della condanna a morte per crocifissione ma questa volta lo storico, certamente più informato di altri, riporta anche la notizia fondante del Cristianesimo: la resurrezione dopo tre giorni. Da notare infine che Flavio Giuseppe scrisse le Antichità giudaiche verso la fine del primo secolo dopo Cristo, presumibilmente intorno alla metà degli anni Novanta. Scriveva, quindi, di eventi accaduti circa una sessantina d’anni prima e di poco posteriori, se non contemporanei, alla sua nascita (avvenuta nel 37 d.C.). Un dato, anche questo, che bisognerà tenere presente perché, ai fini della nostra ricerca, i tempi di formazione del Cristianesimo sono importanti. E questi tempi cominciano, man mano che si prosegue, a farsi sempre più ristretti e a lasciare quindi sempre meno spazio a prospettive dal carattere mitologico. Lo vedremo ancora meglio poi.

Le fonti latine

 

Proponiamo qualche considerazione di carattere generale sulle fonti latine. Di solito, ci si lamenta molto spesso della presunta e sospetta mancanza di fonti sulla storicità di Cristo. Ci si lagna della scarsità e della velocità dei riferimenti a questo personaggio da parte della “storia ufficiale”. Tacito e Svetonio sarebbero, infatti, troppo poco. Fra tutti gli storici romani solo due tre citazioni: veramente troppo poco. Si rende così l’idea che le testimonianze di Tacito e Svetonio sarebbero il magro risultato di una vana ricerca di Cristo attraverso le numerose cronache romane. Già, cosa facevano tutti gli altri storici? Per rispondere a questa domanda bisogna, in realtà, porsi un’altra domanda: Ma quanto ci è arrivato della storiografia imperiale? La risposta ha in sé qualcosa di ironico: Tacito e Svetonio. Accade così che molti si lamentino della mancanza di Cristo nelle altre cronache romane, quando in realtà quelle cronache non esistono, non più. Ci si concentra così su quello che non si possiede, trascurando invece quello che c’è. In questa prospettiva quel “poco” diventa in realtà un “molto”, perché la storiografia imperiale è andata quasi del tutto perduta. Lo stesso Tacito non ci è giunto completamente, mancano molti libri delle sue opere. In questo contesto, noi cerchiamo il Cristo della storia e gli unici due storici romani che abbiamo a disposizione ci parlano di lui. È questo il dato reale, ed è molto significativo. La Storia deve molto spesso accontentarsi di ciò che solo apparentemente appare poco ma che in realtà, con le dovute analisi, ha molto da dirci. Questo per quanto riguarda le fonti latine le quali, quindi, ci forniscono nella nostra ricerca un contributo per nulla disprezzabile. Se consideriamo la mole di opere e di fonti andate irrimediabilmente perdute il numero delle citazioni di Cristo non appare più, statisticamente, esiguo ma anzi possiamo ritenerci fortunati. Da questo punto di vista si può ben dire che, tenendo conto di quanto detto, le fonti latine non cristiane sono dotate sia di quantità sia di qualità. Per molti personaggi di incontestata storicità ci si accontenta, talvolta, di molto meno. Lo vedremo in seguito, ma prima bisognerà completare il quadro delle fonti non cristiane più rilevanti che ci mostrerà come, dopotutto, la Storia non sia poi così avara nei confronti del Nazareno.

L’archeologia di Tacito

Al tema dell’attendibilità di Tacito abbiamo già dedicato diversi interventi, ai quali ovviamente rimandiamo. Qui ci concentreremo sul famoso passo delle Annales dedicato a Cristo, dove leggiamo:

 
“Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale pratica religiosa di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso.” (
Ann. XV, 44)

 
Abbiamo già avuto modo di notare anche quanto gli scrittori latini fossero ostili ai Giudei e ai Cristiani. Anche Tacito qui potrebbe infierire contro il fondatore di quella “esiziale pratica religiosa” fino a negarne l’esistenza, ma non lo fa. Questo degli Annales è un passo molto importante, non a caso è stato sempre giudicato fastidioso. Da qui i vari tentativi, ormai falliti, di depotenziarlo.

Tacito scrive intorno al 120 d.C. e quindi il passo avrebbe, dicono alcuni, una datazione troppo lontana dai fatti per poter essere attendibile. Una affermazione questa strana a dir poco, risulta troppo stonata per chi abbia un minimo di dimestichezza in questo genere di cose. L’opera in questione, gli Annales, è appunto un’opera storica e quindi si occupa di cose passate e non, come taluni pretenderebbero, di cronaca. Si tratta in realtà di una storia contemporanea, recente. Tacito scrive nel 120 ca. (ma forse anche dieci anni prima, non si sa con certezza) di eventi che coprono un arco cronologico che va dal 14 al 68, ovvero dalla morte di Augusto a quella di Nerone. Gli Annales costituiscono per noi una fonte importantissima per la ricostruzione di quegli anni così importanti per la storia di Roma. Sono una fonte attendibile, la maggior parte delle nostre informazioni gli storici le traggono proprio da Tacito. Nessuno oggi proporrebbe di giudicare quelle informazioni pregiudizialmente false perché tarde, semplicemente perché tarde non sono. Questo vale, quindi, anche per il passo che abbiamo preso in esame.

Altri poi hanno cercato di forzare il senso del passo facendo di Tacito un “cantastorie” che si limiterebbe a riportare quello che sente. Lo storico cioè riporterebbe acriticamente quello che i cristiani solevano dire del loro mitico fondatore. Un’ipotesi interessante, ma quanto fondata?

Chi conosce Tacito, o meglio lo studia, sa che egli non dice mai nulla a caso, consapevole com’era dei rischi della vox populi e delle manipolazioni. Tacito, sarà bene ricordarlo, è uno storico talmente preciso che talvolta è possibile riconoscere i documenti che ha usato, permettendoci di constatarne un uso sostanzialmente corretto. Quando non è sicuro di una cosa lo ammette senza riserve riportando le opinioni discordanti, senza prendere posizione esplicitamente (quantunque poi sappia far trapelare, tra le righe, il suo parere). Quando riporta il sentito dire usa inequivocabilmente espressioni quali fertur, trador…ovvero “si dice – si narra che”; tutte cose che nel nostro passo non compaiono.

Esiste, però, ancora un altro livello di analisi che ci permette di scavare ancora più in profondità. Tacito appartiene, lo dicemmo a suo tempo, alla storiografia pragmatica. Al genere fondato cioè da Tucidide e ripreso a Roma da Sallustio. Una caratteristica che li accomuna, tutti e tre, è proprio quella di non limitarsi alla narrazione dei fatti spingendosi nell’indagine della ratio. Questo aspetto si manifesta in maniera evidente in una particolare categoria storicoletteraria da essi abbondantemente usata: l’archeologia. Per archeologia non si intende il significato comune di oggi, ma quello etimologico. Il termine greco archaiologia è un composto di archaios (antico) e logos (discorso): quindi un discorso di cose antiche. Cioè gli storici pragmatici, prima di affrontare la narrazione di un evento, sono soliti premettere la narrazione dei fatti che precedono il periodo dell’argomento scelto. In altre parole, non si può cogliere pienamente la portata di un evento se non lo si considera nella sua genesi, in quello che lo ha preceduto e in ciò che lo ha causato. Questa abitudine si scorge facilmente in Sallustio, il quale non procede con una narrazione cronologica dei fatti facendo così continue digressioni sul passato degli eventi e dei personaggi trattati. A volte l’archeologia la troviamo proprio all’inizio dell’opera, nei primi capitoli. Una pratica, quella dell’archeologia, che anche Tacito conosce e usa con disinvoltura. Proviamo ad applicarla al nostro passo. Tacito sta raccontando del principato di Nerone, in particolare dell’incendio e della persecuzione contro i Cristiani. Potrebbe raccontarlo e basta, come fa Svetonio. Invece, improvvisamente, affonda nell’origine della denominazione dei Cristiani, essi sono in qualche modo protagonisti di quella vicenda e quindi non possono restare nell’ombra. Bisogna capire chi sono, qui scatta l’archeologia. Certo una piccola archeologia, commisurata nella lunghezza e nella collocazione all’importanza che Tacito attribuisce a quell’evento. Ma nemmeno bisogna attribuire eccessiva importanza all’estensione del passo. Basti pensare che all’inizio della stessa opera Tacito riesce a fare un’archeologia della, quasi millenaria, storia di Roma compattandola in poche righe che però rendono perfettamente l’idea del suo percorso storico-politico.

Se abbiamo ragione, il ritrovamento di questa piccola archeologia (ma tutto in realtà lo fa pensare) ci mostra che Tacito deve avere personalmente indagato sulla vicenda. Su una vicenda accaduta qualche decennio prima della sua nascita, quindi facilmente verificabile. Il risultato è una potente conferma non solo dell’esistenza storica di Cristo ma addirittura di alcuni dei dati fondamentali fornitici dai Vangeli, tanto da entrare poi nel Credo. Tacito conferma la condanna a morte e che essa avvenne sotto Ponzio Pilato. Oltre al dato cronologico (quello di Ponzio Pilato) e a quello narrativo (la condanna a morte) ci viene inoltre confermato anche un altro dato fondamenatale, quello spaziale. Lo storico, cioè, riconosce il cristianesimo come un fenomeno originario della Giudea. L’origine palestinese del cristianesimo è ormai un dato acquisito della moderna critica storiografica, anche se a lungo alcuni studiosi hanno cercato di negarla per far meglio quadrare l’ipotesi mitica. Ad ogni modo, l’ipotesi del Tacito “cantastorie” sembra venire smentita sotto ogni aspetto. Sarebbe molto strano non solo che uno storico come Tacito si limitasse a credere a quello che si diceva in giro, ma addirittura a quello che dicevano i componenti di quella tanto odiata setta. Sarà bene a questo punto, nel prossimo intervento, provare a fare qualche considerazione di carattere generale sulle fonti non cristiane d’ambito latino.

 

 

Il passo di Svetonio

 

Anche Svetonio (70-126 d.C.) ci ha lasciato una fugace traccia di Cristo, nella sua  famosa “Vita dei Cesari”:

 

“Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine” (Vita Claudii XXV, 4)

 

L’autore scrive intorno al 110 d.C. e, anche in questo caso, troviamo solo un fugace riferimento. Il personaggio citato da Svetonio sembra, però, non possa essere altro che il Cristo dei Vangeli: il fatto che l’autore scriva Chrestus e non, come ci aspetterebbe, Christus sembra non porre nessun problema per l’identificazione. La confusione si spiega col fatto che in greco le parole greche Chrestos (buono) e Christos (Messia) hanno la stessa pronuncia. L’edizione Garzanti dell’opera di Svetonio conferma, in nota, che “quel Cresto non può che essere Cristo, perché gli scrittori non cristiani del Primo e del Secondo secolo scrivevano regolarmente Cresto e Crestiani” (pag. 242, nota 26). Ricciotti, nella sua opera, sostiene: “Non si può ragionevolmente dubitare che l’ap­pellativo di Cresto di Svetonio sia il termine greco « christòs », traduzione etimologica del termine ebraico “messia” (§ 81); tanto più che, come ha già fatto Tacito nel passo qui sopra riportato, anche in seguito i cristiani saranno chiamati crestiani (Tertulliano, Apolog., 3)” (pag. 106).

 

Ricciotti ipotizza anche che la causa del disordine fra i Giudei fosse proprio la accettazione o meno di quel Messia. Probabilmente le autorità romane del tempo, e quindi neanche Svetonio come molti contemporanei, non erano ancora in grado di distinguere fra Giudei e Cristiani che erano spesso assimilati. In effetti questo si spiega col fatto che molti dei primi cristiani continuavano di fatto a vivere come ebrei, si tratta dei giudeo-cristiani che solo recentemente sono stati riscoperti dalla critica storica. Svetonio comunque non sembra molto interessato alla questione e, per questo, non la ritiene degna di un approfondimento. Infatti si tratta di un riferimento piuttosto vago, per cui vale quanto detto per la lettera di Mara Bar Serapion.

 

Il passo di Svetonio, che da bibliotecario e segretario di Adriano aveva accesso alle fonti, ci permette però di fare un primo e veloce affondo nella credibilità storica dei Vangeli. Il fatto che riporta l’autore, l’espulsione dei Giudei, avvenne fra il 49 e il 50 d.C. e conferma il contesto di un episodio degli Atti degli Apostoli:

 

“Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall`Italia con la moglie Priscilla, in seguito all`ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei.” (Atti 18, 1-2)

 

 

La notizia è praticamente la stessa e concorda anche la cronologia. Quello degli Atti degli Apostoli è un libro che ha subito, al pari dei Vangeli, decennali tentativi di demolizione ma che (come ha notato Vittorio Messori) ha ripreso a godere di “ottima salute” storica, in seguito a quella rivoluzione archeologica ed esegetica a cui abbiamo altre volte accennato. Questo è solo un piccolo esempio, un assaggio se volete, di quello di cui ci occuperemo a tempo debito in maniera più completa.

 

La lettera di Mara Bar Serapion

 

Quando, nel 72 d.C., Antioco IV di Commagene venne deposto e il suo regno annesso nella provincia di Siria, dell’Impero Romano, molti sudditi seguirono il loro re. Fra questi ci fu anche lo storico minore siriaco Mara Bar Serapion, del quale ci è giunta una lettera scritta forse durante la prigionia romana. Indirizzata al figlio studente ad Edessa, essa è datata all’anno 73 d.C. ed conservata al British Museum. Riportiamo il passo:

“[…] Quale vantaggio trassero gli Ateniesi dal condannare a morte Socrate, quando la ricompensa per quell’atto furono carestia e pestilenza? Che vantaggio ebbero gli abitanti di Samo nel condannare al rogo Pitagora, quando in un’ora il loro territorio fu completamente ricoperto dalla sabbia? Quali vantaggi ottennero i Giudei dal condannare a morte il loro saggio re quando in quel momento il regno venne loro sottratto? Dio giustamente ha ricompensato la sapienza di questi tre uomini saggi: gli Ateniesi morirono per la fame, quelli di Samo furono sommersi dal mare e non poterono fare alcunchè; i Giudei, rovinati e scacciati dalla loro terra, sono dispersi per ogni paese. Ma Socrate non è morto, egli vive negli insegnamenti di Platone. Pitagora non è morto: egli continuò a vivere nella statua di Hera. E neppure il saggio re è morto; egli vive negli insegnamenti che aveva impartito […]”

In questo passo l’autore parla di tre uomini saggi uccisi dai loro popoli, con relativa punizione. Sono considerazioni di carattere teologico che noi non ci aspetteremmo da uno storico oggi, ma è chiaro che non possiamo pretendere di proiettare la nostra mentalità moderna nel passato (se non vogliamo cadere nell’anacronismo). Da notare che i riferimenti dei primi due personaggi non sono precisissimi, soprattutto Pitagora non è mai stato condannato al rogo e comunque non dagli abitanti di Samo. L’unico riferimento che si può fare è l’incendio delle scuole pitagoriche della Magna Grecia dal quale, secondo la tradizione, Pitagora si salvò miracolosamente. Si tratta comunque di errori perdonabili visto che la storia di Pitagora è sempre stata molto controversa e oscura, per cui nacquero diverse tradizioni sulla vita del Maestro di Samo. Solo la storiografia moderna più recente è riuscita a gettare un po’ di luce su quelle vicende.

Ad ogni modo Serapion fa riferimento a dei personaggi storici, compreso il “saggio re”. Non è certo irrilevante notare che se Socrate e Pitagora sono personaggi vissuti molti secoli prima dell’autore, così non dovrebbe essere per il terzo sapiente. Perché la punizione relativa ai Giudei sembra essere proprio la distruzione di Gerusalemme del 70 d.C. che dovette colpire molto l’opinione pubblica. Giuseppe Flavio ci fornisce una descrizione inquietante di quei giorni di inaudita violenza che furono l’esasperata risposta romana contro l’indomabile orgoglio del popolo giudeo. L’evento ebbe grande risonanza, anche per via dei tesori del Tempio che furono portati in trionfo a Roma. Serapion quando scrive è molto vicino, cronologicamente, a questo evento: di un paio d’anni. Il terzo esempio è quindi qualitativamente diverso dagli altri due, perché è un evento contemporaneo. Per questo si fa riferimento alla definitiva diaspora dei Giudei come ad un evento quasi di cronaca, una punizione divina ancora attuale e non proiettata in un lontano passato.

Interessante, inoltre, che anche il saggio re del testo sembra essere un personaggio non solo storico, ma anche vicino cronologicamente. Serapion infatti collega la sua uccisione alla distruzione di Gerusalemme, ma è un collegamento non solo teologico: anche strettamente temporale. Infatti l’uccisione del re avvenne, secondo lui, proprio in quel momento, in quel periodo in cui i Giudei perdevano definitivamente il loro regno che tanto avevano sperato di ricostruire. L’unico vero candidato per l’identificazione del saggio re di Serapion sembra essere proprio quel Gesù di Nazarteh “re dei Giudei” messo a morte da suo stesso popolo. Basta qualche citazione per rendersene conto:

 

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l`interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”. Gesù rispose “Tu lo dici”. (Matteo 27, 11)

“Volete che vi rilasci il re dei Giudei?”. Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. (Marco 15, 9-12)

Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: “Questi è Gesù, il re dei Giudei”. (Matteo 27, 37)

 

Nella storia di Israele pare ci sia un solo caso di regicidio, a noi noto, ed è quello di Amon di 2 Re 21,23. Tuttavia è un’identificazione piuttosto improbabile visto che è un personaggio molto lontano dai tempi della lettera. Inoltre non rispetta l’identikit del saggio re che abbiamo fatto sopra anche perché nessuna tradizione presenta Amon come saggio, si dice anzi che fu ucciso da una congiura perché aveva abbandonato il Signore servendo gli idoli. L’unico candidato che rispetta pienamente la descrizione dello storico siriano è quel Gesù di Nazareth dei Vangeli, sembra indicarlo anche quel riferimento al suo insegnamento che gli sopravvisse. Del caso si è occupata la studiosa Ilaria Ramelli che ritiene certa l’identificazione e così ha risposto in un’intervista su Il Giornale: «E proprio l’ancoraggio al 73 elimina, secondo me, i dubbi sull’identificazione del re dei Giudei: non può che essere Gesù. Non ci sono altre condanne a morte di re dei Giudei, veri o presunti, a Gerusalemme fra il 30, l’anno della Passione, e il 73-74» (l’intervista intera la trovate nell’archivio). Sul perché Serapion non ne riporti il nome si possono solo fare congetture: O non lo riporta perché dà per scontato che il figlio lo conosca; o non lo conosce abbastanza né gli interessa ai fini del suo discorso. L’intento infatti è di carattere didattico più che storico, ma resta il fatto che le considerazioni si basano su dei personaggi che l’autore ritiene senza dubbio storici. La storicità del “saggio re” infatti sembra non porre problemi ed è data per scontata.

Il passo della lettera di Mara Bar Serapion non è tanto una prova schiacciante dell’esistenza di Gesù di Nazareth, ma più che altro una conferma che la storia di questo personaggio era già diffusa nei primi decenni del Cristianesimo anche in ambienti non cristiani. Un dato questo che andrà contestualizzato e guardato all’interno dell’ipotesi mitica, alla quale qui non è possibile nemmeno accennare ma certamente la analizzeremo come merita in seguito.

Le fonti non cristiane

 

Prima di passare all’analisi delle fonti non cristiane ci sembra opportuno fare qualche premessa di carattere metodologico. Il tema delle fonti non cristiane viene spesso abusato e distorto, facendo apparire come incomprensibili dei silenzi che invece sono assolutamente spiegabili. Per questo, prima di passare al vaglio delle fonti, è importante capire che cosa noi possiamo aspettarci da questa ricerca. Oggi noi siamo abituati a vivere in un mondo globalizzato che ci sommerge di notizie più o meno utili. Ormai anche il mondo “è paese”, perché le notizie viaggiano a grande velocità da una parte all’altra del globo. Su qualsiasi argomento, anche il più futile, si possono trovare ampie documentazioni. L’errore che noi potremmo, inconsapevolmente, commettere a questo punto è quello di riportare questa realtà (per noi così normale) al mondo antico. Potremmo, cioè, correre il rischio di pretendere delle fonti “da telegiornale”, cioè abbondanti e segnate da una mentalità moderna. Invece, soprattutto per la storia antica, lo storico deve sapersi accontentare a volte di poco quando non di pochissimo. A volte scarseggiano le fonti per gli eventi più importanti, figuriamoci per quelli più piccoli, ma questo non impedisce allo storico di lavorare e di giungere a delle conclusioni oggettive. Per questo non si può veramente fare storia senza avere un approccio scientifico alle fonti, che sia in grado di valutare quello che la fonte dice ma anche come lo dice. E quindi tutta una serie di analisi (filologica, paleografica, diplomatica, archeologica, storica…ecc) che sono quelle che davvero fanno “parlare” le fonti, le quali altrimenti ci fornirebbero una conoscenza del tutto superficiale. Alcuni studi (un po’ grossolani) sulle origini del Cristianesimo perdono a volte questa dimensione assumendo, rispetto alle fonti antiche, un approccio da “telegiornale” inevitabilmente anacronistico. Capita così che si dedichi più attenzione alle fonti che noi non abbiamo e che si pretenderebbe di avere, non sempre a ragione, rispetto invece alle fonti che realmente esistono e che sono in nostro possesso.

 

Conclusa questa doverosa premessa, partiamo da un dato noto ai più: certamente Gesù di Nazarteh non spopola nelle fonti latine. Per potere bene interpretare questo dato è, però, necessario dare un breve sguardo al panorama letterario latino. Anche nel mondo antico le notizie circolavano, ma per poter essere interessanti per un imperatore o per uno storico (e per poterne quindi trovare traccia) è chiaro che una notizia doveva avere un minimo di risonanza e di rilevanza storica, politica o culturale. Questo perché nel mondo antico, per l’appunto, non esisteva il “telegiornale”; non è che Tiberio o Seneca, dopo una lunga giornata di lavoro, si sbracassero davanti la tv trovandosi a guardare per caso uno speciale di approfondimento dal titolo “Cos’è successo oggi in Giudea”. Il nodo della questione è proprio questo, cioè di quale interesse può essere il caso del Gesù di Nazareth dei Vangeli, perché poi è questo che stiamo cercando. Analizziamo i tre aspetti di cui ho detto sopra:

Punto di vista storico:

La storiografia latina, come quella greca, è interessata soprattutto alle grandi personalità e quindi a condottieri, generali, consoli, politici…ecc…è chiaro che Gesù, agli occhi di uno storico romano, non rientra in nessuna di queste categorie. Anche a volerlo considerare un rivoluzionario antiromano le cose non cambiano perché raramente si riconosceva valore ad un non greco-romano (un “barbaro”) e comunque alla fine Gesù non aveva provocato, sempre stando ai Vangeli, nessuna frattura politica. Magari per loro poteva essere uno dei tanti aspiranti messia che ci aveva provato, ma senza nessun successo (anzi rispetto agli altri aveva fallito ancora più miseramente). Quindi per uno storico romano la vicenda era ben poco interessante; almeno fino a quando i Cristiani non cominciarono ad essere visibili. Ecco che allora scatta la curiosità di un Tacito nell’occasione della persecuzione di Nerone, solo allora ha senso andare un po’ a vedere. Questo perché la storiografia era romano-centrica, una notizia assumeva valore nel momento in cui poteva avere una relazione con Roma. Questo spiega perfettamente perché nei libri degli storici romani non troviamo interi capitoli dedicati al Nazareno ma, al massimo, degli incisi piuttosto veloci. Ma questo aspetto non può che apparire, per chi ha un minimo di percezione di quel mondo, del tutto nella norma.

Punto di vista politico:

Il caso Gesù poteva avere una rilevanza politica, perché la Giudea era una provincia molto calda e in continua rivolta. Non è improbabile quindi che in effetti a Roma un fascicolo sia arrivato, anzi pare che san Giustino (famoso polemista cristiano del II sec. d.C.) invitasse pubblicamente i suoi avversari ad andare a verificare, negli archivi, quello che davvero era successo sotto Ponzio Pilato. Questo è solo un indizio chiaramente e non tanto una prova, ma il fatto è che a noi di quegli archivi è rimasto ben poco: quindi non si può dire. Però, ammettendo o meno l’esistenza del fascicolo, resta il fatto che Gesù dovette essere solo uno dei tanti Messia (e furono davvero molti) e fu forse il più fallimentare, almeno da un punto di vista rivoluzionario (anche se poi in realtà fu l’unico a fare “carriera”). Per cui ci appare verosimile che il caso di Gesù di Nazareth non abbia sfondato nell’opinione pubblica e politica del tempo, sempre perché infondo non era successo niente di veramente importante e di straordinario. La frattura in realtà era avvenuta (altrimenti noi non staremmo qui a parlarne), una frattura talmente grande da dividere la Storia in prima e dopo la sua nascita. Ma il Cristianesimo non fu una rivoluzione giacobina, non fu immediata. Si diffuse lentamente per ben quattro secoli, fu un cambiamento radicale ma lento. Gli storici contemporanei non potevano ancora, in alcun modo, rendersi conto della reale portata dell’evento.

Punto di vista culturale:

Bisogna tenere presente che la Giudea era una delle ultime province (in tutti i sensi) dell’impero e che i Romani guardavano molto male i Giudei. La spiegazione di questo astio non è certo difficile, le cause principali erano due: da un lato la loro religione esclusiva (invano Caligola aveva tentato di far entrare le sua statua nel Tempio di Gerusalemme); dall’altro per le loro continue rivolte (che li portarono all’annientamento). Per cui un po’ tutta la letteratura romana è fortemente antigiudaica, spesso i Giudei vengono presi fortemente in giro e lo stesso Tacito ha dei pregiudizi terribili nei loro confronti. Se a ciò si aggiunge che questo profetamessia giudeo era pure morto in croce (l’infamante supplizio degli schiavi), si capisce bene il motivo per cui nessun intellettuale poteva esservi attratto né prestarvi attenzione. Si trattava di un oscuro personaggio colto da una vicenda terrificante, avvenuta tra l’altro in una terra lontana, desertica, fastidiosa e “barbara”. E poi la raffinata cultura grecoromana aveva i suoi filosofi: cosa potevano mai farsene di un profeta giudeo crocifisso? Detto questo, non stupisce affatto che Gesù non spopoli nelle fonti latine. Questo silenzio non è strano quindi, non solo è spiegabile ma è anche realistico. Alcuni interpetano ambiguamente questo “silenzio” per sentenziare che non esistano fonti non cristiane o che esse non siano in alcun modo significative. In realtà, lo vedremo, quelle fonti esistono e hanno grande importanza ai fini della nostra ricerca.

Una volta esauriti i nostri campi di ricerca, appare chiaro che la nostra attenzione dovrà giocoforza rivolgersi soprattutto alle fonti antiche di carattere storico. All’analisi di queste dedicheremo i prossimi interventi; per questo non ci lasceremo prendere dalla pretesa, a volte un po’ ossessiva, delle fonti “contemporanee” dove per contemporanee non si intende più, come sarebbe normale, dello stesso periodo storico. Si pretenderebbero, cioè, fonti redatte in tempo reale e quasi in diretta rispetto agli eventi evangelici; ma in quel caso non sarebbero più opere di storia, bensì di cronaca. Gli storici, per definizione, scrivono sempre riguardo fenomeni che sono ormai consegnati alla storia e non degli eventi del loro presente. Altrimenti si trasformerebbero in cronisti, sarebbe anche questa una pretesa anacronistica. Ovviamente ci concentreremo sulle fonti che sembrano più significative, perché in realtà le fonti non cristiane che citano, direttamente o indirettamente, i Cristiani e Cristo sono numerose. Nel caso concederemo ad esse uno sguardo d’insieme, in un altro intervento.

 

I Vangeli: una questione di metodo


Inauguriamo con questo intervento una nuova categoria di questo blog,
interamente dedicata alla storicità dei Vangeli. Essendo questo un argomento molto
dibattuto e complesso abbiamo pensato di riportare, con la maggiore chiarezza
possibile, i risultati dei nostri studi. La questione della storicità dei
Vangeli ha visto scorrere veri e propri oceani di inchiostro, essa sembra in
qualche modo tornata d’attualità visto che quasi nessuno oggi si risparmia lo
sfizio di riversare su quei testi le proprie speculazioni filosofiche. Che poi
si abbiano o meno le competenze non importa a nessuno, pare che a taluni
matematici sia invero concesso il privilegio di prescindere dalle leggi della
Storia e dai suoi metodi.

L’importante è che si neghi a priori, negare-negare-negare: questa è
la parola d’ordine. Perché poi infondo è di questo che si tratta: questione di
metodo. Appunto. Quello che noi cercheremo di usare è un metodo che si rifaccia
il più possibile al metodo storiografico moderno, quello scientifico. Il quale,
per sua natura, non può tollerare approcci ideologici di parte. Se il nostro
intento non sarà quello di negare per forza, non sarà nemmeno quello di
affermare per forza. La nostra aspirazione è semplicemente quella di guardare
ai Vangeli come a delle fonti storiche e di applicare ad esse il metodo comune
per le altre fonti e per gli altri personaggi storici. Perché poi una cosa
curiosa è che molti di coloro che negano ogni storicità ai Vangeli e al
personaggio Gesù in realtà non saprebbero dire quali caratteristiche debba
avere un personaggio per poter aspirare ad essere “storico”. Così come non
saprebbero salvare la storicità (ovviamente mai contestata) di altri personaggi
storici, applicando a loro lo stesso metodo usato per Cristo. Inoltre molti si
rifanno, spesso senza saperlo, a delle vecchie teorie sul Cristianesimo
elaborate con metodi che oggi non sono più accettabili. Esse si basavano anche su
dei contenuti che sono stati poi irrimediabilmente smentiti da quella che è
stata definita la “rivoluzione archeologica ed
esegetica”
. Questa ha completamente sconvolto il quadro mettendo in
crisi le grandi correnti storiografiche che per secoli avevano cercato di
demolire i Vangeli pezzo a pezzo. Era chiaro a tutti che bisognava ricominciare
daccapo, ma questo (fatto forse unico nella storia della disciplina) non
avvenne. Si preferì rimanere alle conclusioni di quelle teorie anche se le basi
delle stesse erano saltate, così le due grandi scuole (delle quali parleremo in
seguito) non furono seguite da un nuovo studio in materia altrettanto
sistematico. Così le persone, inevitabilmente attratta da un sì grande
problema, finiscono sballottate dai capricci di filmini
faziosi e fittizi e di sedicenti storici i quali, nei migliori dei casi,
ignorano del tutto o in parte la metodologia storiografica
o, nei
peggiori dei casi, si abbandonano ai parti delle loro menti per poter salvare
le loro strampalate teorie. All’arroganza di questi personaggi si affianca un
certo potere mediatico permesso anche dalle loro autodichiarazioni di
inconfutabilità che si vanno a sommare al fatto che quasi nessuno, più o meno
giustamente, ha voglia di abbassarsi al loro livello per confutarli; così un
numero difficilmente quantificabile, ma ragionevolmente alto, di persone viene
ingannato e offeso. Di tutto questo noi cercheremo di dare conto, avvalendoci
anche della guida di chi invece ha avuto il coraggio di cambiare idea, senza fare
delle proprie teorie dei dogmi incontestabili. Principalmente ci rifaremo alle
opere di Giuseppe Ricciotti e di Vittorio Messori, ma spazieremo un po’
dovunque. Per cominciare riportiamo adesso una brillante riflessione di Jean
Guitton:

 

Gli storici del Tremila, venuti in possesso di una breve biografia di
Napoleone salvata per caso dalla catastrofe atomica, se seguiranno lo stesso
metodo usato per Gesù dimostreranno che l’epopea napoleonica non è altro che un
mito. Una leggenda, nella quale gli uomini del lontano XIX secolo hanno
incarnato l’idea preesistente di “Grande condottiero”.
Le spedizioni nel deserto e tra le nevi, la nascita e la morte in un’isola, il
nome stesso, il tradimento, la caduta, la resurrezione, la ricaduta definitiva sotto
i colpi dell’invidia e della reazione, l’esilio in mezzo all’oceano. “Da tutto
questo appare evidente che Napoleone non è mai esistito. Si tratta del mito
eterno dell’Imperatore, forse è l’idea stessa della Francia, cui qualche oscuro
gruppo di invasati da fede patriottica ha fornito nome, esistenza, imprese
fittizi all’inizio dell’Ottocento”, diranno infiniti professori. I successori
cioè di quegli studiosi che applicano questo metodo al problema di Gesù di
Nazareth.

 

 Questo
anedotto è sintomatico anche di un certo modo (ormai antiquato) di fare storia
prescindendo dalle fonti. Si ragiona spesso per analogie (vere o presunte), ma
raramente si affronta il cuore del problema che, invece, è quello
dell’attendibilità delle fonti primarie. Probabilmente ciò è dovuto ad una
sorta di “trauma” psicologico nato da quella suddetta rivoluzione che ha
praticamente “prosciugato” interi mari, restando sempre nella metafora, di
quell’oceano di inchiostro di cui si parlava sopra. Nel prossimo intervento
analizzeremo le obiezioni più comuni che si portano di solito contro la
storicità dei Vangeli. Chiariamo fin d’ora che tutti i prossimi interventi
costituiranno la pars destruens del
nostro lavoro, necessaria prima di passare alla pars
costruens
. Sarà un lavoro lungo e complesso, anche per questo ci
guarderemo bene dall’errore di quei sedicenti storici e restiamo aperti alle
critiche e alle osservazioni. Avvisiamo anche che l’eventuale gentile lettore
che vorrà seguirci dovrà avere un pò di quella "pazienza di Giobbe"
perchè la complessità del tema non permette di esaurire la quetione in pochi
interventi, ma gradualmente cercheremo di arrivare a delle conclusioni.