Agostino e il libero arbitrio

 

Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te

[Sant’Agostino, Sermo CLXIX, 13]

Agostino di Ippona è giustamente passato alla storia come il “dottore della Grazia” ma il suo pensiero è stato spesso frainteso nel corso della storia. Il caso più eclatante è quello di Lutero e Calvino, i padri dello scisma protestante, che pretendevano di poggiare proprio su Agostino la loro negazione del libero arbitrio. Il grande vescovo aveva, infatti, insistito molto sulla predestinazione e da qui l’equivoco più o meno voluto. Tanto che questo errore circola ancora in molti ambienti specie protestanti, dove si gongola solo all’idea di poter opporre all’ortodossia niente di meno che un padre della Chiesa.

 

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Il ritorno di Nestorio

Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio dinestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 

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Sul libero arbitrio

Non tutti sanno che quella del libero arbitrio è stata un’altra delle grandi innovazioni del Cristianesimo. Il mondo antico, infatti, era perlopiù oppresso da una visione fatalista in cui tutto era già stato stabilito dal “fato”. Questa forza inarrestabile e impersonale contro cui nemmeno gli dei potevano nulla e che può essere considerata la vera protagonista dell’Eneide di Virgilio. Anche qui, la fede cristiana ha operato rispetto al passato una rottura gravida di conseguenze.

 

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Gli evangelici e la Tradizione (parte II)

Questo è il testo di cui ho parlato in Gli evangelici e la Tradizione  (parte I). Purtroppo non sono riuscito a contattare l’autore, ma penso non gli dispiaccia se pubblico il suo testo. Nel caso, può inviarmi un messaggio o un commento e provvederò a rimuoverlo, anche se sarebbe un vero peccato pregiudicare la diffusione di un testo così utile. Ad ogni modo, premetto che mi sono preso la licenza di correggere qualche errore di ortografia e di diminuire il sottolineato per un migliore effetto grafico. 

Auguri natalizi

Occhio alla metafisica travestita da scienza


di Giorgio Israel

È
perfettamente comprensibile che i passati tumultuosi rapporti tra
scienza e fede – in buona sostanza il "caso Galileo" – inducano alla
prudenza e al desiderio di non aprire nuovi conflitti e anzi di
stabilire un terreno di concordia. Ma spesso si dimentica che quei
conflitti furono tali soprattutto per motivi d’intolleranza nei
confronti del libero pensiero, mentre, nella sostanza, le posizioni di
fondo che si confrontavano erano perfettamente legittime.

Il
timore che nascano nuove accuse d’intolleranza – nel contesto
dell’ostilità diffusa in occidente nei confronti del "proprio" pensiero
religioso – non può però indurre ad accettare come "verità
scientifiche" indiscutibili, da prendere per buone come tali e da
"conciliare" con la fede, quelle che sono soltanto credenze metafisiche
contrabbandate come fatti oggettivi sperimentalmente accertati.

Le
neuroscienze contemporanee hanno aperto terreni nuovi di ricerca e
permettono di approfondire tanti aspetti del funzionamento del cervello
prima inaccessibili e di descrivere, in prima approssimazione, ciò che
accade nel cervello quando si pensa. Ma è assolutamente arbitrario
sostenere che le neuroscienze stiano chiarendo – o addirittura abbiano
chiarito – la formazione del pensiero e abbiano dissolto il concetto
"metafisico-teologico" di anima in quello oggettivo-naturalistico di
mente-cervello.

Al
contrario, la transizione senza soluzione di continuità dalle
neuroscienze alle neurofilosofie, facendo credere che le seconde siano
la logica conseguenza delle prime, è indebita e rappresenta un modo
inelegante di far passare per verità oggettive basate sul metodo
sperimentale una vecchia metafisica materialistica che ha le sue
origini nella rilettura unilaterale del cartesianesimo da parte di
Lamettrie, d’Holbach, Cabanis, Hélvetius e altri. Non a caso, anche i
riduzionisti più radicali ma attenti a un approccio serio, come
Jean-Pierre Changeux, si guardano dal ricorrere a terminologie del tipo
"il cervello pensa", ammettendo con Paul Ricoeur trattarsi di un vero e
proprio ossimoro.

Sono
ancor oggi perfettamente appropriate le parole scritte quasi un secolo
fa da Henri Bergson: "È comprensibile che degli scienziati che
filosofeggiano oggi sulla relazione tra fisico e psichico si schierino
con l’ipotesi parallelista: i metafisici non hanno fornito loro
nient’altro. Ammetto pure che preferiscano la dottrina parallelista a
tutte quelle che si potrebbero ottenere con lo stesso metodo di
costruzione a priori: trovano in questa filosofia un incoraggiamento ad
andare avanti.

Ma
se qualcuno di loro ci verrà a dire che questa è scienza, che è
l’esperienza che ci rivela un parallelismo rigoroso e completo tra vita
cerebrale e mentale, ah no!, lo fermeremo e gli risponderemo: potete
senz’altro, voi scienziati, sostenere questa tesi, come la sostiene il
metafisico, ma non è più lo scienziato che parla in voi, è il
metafisico. Ci restituite semplicemente quel che vi abbiamo prestato.

La
dottrina che ci offrite la conosciamo: esce dalle nostre botteghe,
siamo noi filosofi ad averla fabbricata; ed è merce vecchia, molto
vecchia. Non per questo vale di meno, ma neppure per questo è migliore.
Datela per quel che è, e non fatela passare per un risultato della
scienza, per una teoria modellata sui fatti e capace di rimodellarsi su
di essi: una dottrina che ha potuto assumere, prima che si sviluppasse
la nostra fisiologia e la nostra psicologia, la forma perfetta e
definitiva in cui si riconosce una "costruzione metafisica".

Una
lettura intellettualmente libera delle ricerche e dei risultati delle
neuroscienze contemporanee deve saper discernere criticamente i
risultati oggettivi dalle indebite estrapolazioni metafisiche.

Tanto
per fare un solo esempio, la dimostrazione di Changeux che, mentre una
persona acquisisce l’idea che due forme geometriche diversamente poste
sono congruenti mediante una rotazione, lo stesso fenomeno geometrico
accade in ambito neuronale, è di grande interesse ma non costituisce –
come si pretende – una dimostrazione dell’ipotesi parallelista mediante
la descrizione di come si producano nel cervello le rappresentazioni.

Difatti,
la rappresentazione scelta è del tutto particolare e la "dimostrazione"
non contraddice, anzi è coerente con l’idea bergsoniana che gli stati
cerebrali descrivano soltanto gli aspetti locomotori dell’attività
mentale. Si conferma la difficoltà di descrivere la formazione di
pensieri non riconducibili a fenomeni spazio-temporali rappresentabili
nei termini della spazio-temporalità matematica. Né alcuno sa indicare
come superarla se non attraverso la semplice affermazione apodittica
della riducibilità di ogni aspetto della realtà a relazioni
quantitative. Ma questa è una mera ipotesi metafisica.

Il
punto è che non appena si accetta l’ideologia naturalistica, non vi è
più "dialogo": la conciliazione tra scienza e fede avviene per
sparizione del secondo "dialogante". Nessun pensiero religioso vivo può
convivere con il naturalismo, che ne costituisce la negazione radicale.

Il
naturalismo ha come progetto la riduzione del pensiero e dell’anima a
mere manifestazioni di processi fisico-chimici. Entro questa riduzione
i temi della libertà, della finalità, della morale si dissolvono.

Ma
– ripeto – opporsi risolutamente al naturalismo non significa opporsi
alla scienza. Al contrario. Significa opporsi a qualcos’altro: alla
pretesa ontologica, ovvero di costruire una scienza oggettiva
dell’essere. Questa filosofia si è impantanata nella diatriba tra
dualismo e monismo che non poteva non condurre al prevalere di
quest’ultimo in versione materialistica: ne fa testo la facilità con
cui il cartesianesimo è stato riletto in chiave materialistica e, come
tale, è stato sussunto a filosofia fondativa della scienza.

Chi
ha a cuore i temi che sono al centro dell’esperienza e del pensiero
religiosi non dovrebbe dialogare con le neurofilosofie, bensì, da un
lato guardare alla scienza (alla neuroscienza) nei precisi confini in
cui essa ha un valore indiscutibile e, dall’altro, dialogare (e far
dialogare la teologia) con le filosofie che hanno tentato nel corso del
Novecento di superare le aporie dei grandi sistemi ontologici. Penso in
particolare a filosofi come Bergson e Husserl che hanno affrontato
questo obbiettivo, in modi assai diversi ma con una preoccupazione
comune, come ha ben messo in luce Emmanuel Lévinas.

© L’Osservatore Romano

SRM

La Sindone e la scienza

Quella della Sindone è – come direbbe qualcuno – una strana
brutta storia. Però è molto significativa per capire i nostri tempi. Chi vuol
studiare il rapporto fra scienza e fede, non può non passare per la contorta
storia di quel telo. La
Sindone è sempre stata un oggetto misterioso, ma il caso
esplose quando si scoprì che aveva caratteristiche curiose quali la
tridimensionalità e l’inversione fra positivo e negativo fotografico. Allora, i
soliti intellettualoidi invocarono l’intervento della scienza affinchè, ancora
una volta, squarciasse le tenebre dell’ignoranza e della superstizione. La Chiesa, baluardo
dell’oscurantismo scientifico e religioso, avrebbe mai concesso studi più
approfonditi sul telo? Ovviamente, sì. Fu appositamente istituito lo STURP, un
gruppo di studiosi di livello internazionale e interconfessionale. Queste
furono le conclusioni:

Le principali conclusioni dello STURP
furono pubblicate ufficialmente nel 1981:

  • Non vi è nessun tipo di pigmento, pittura, tintura o colorante
    sulle fibre del tessuto.
  • La colorazione dell’immagine risulta dall’ossidazione,
    disidratazione e coniugazione della struttura di polisaccaridi
    delle fibrille stesse del lino.
  • L’analisi computerizzata dell’immagine mostra che in essa è
    codificata un’informazione tridimensionale.
  • Non vi sono tracce di spezie, oli o di alcuna secrezione corporea.
  • Appare evidente che vi sia stato contatto diretto della Sindone
    con un corpo.
  • Nessun metodo chimico o fisico conosciuto è in grado di spiegare
    la totalità delle caratteristiche dell’immagine.
  • Le macchie di sangue sono composte di emoglobina
    e contengono albumina.
  • Si può concludere che l’immagine della Sindone è quella di un vero
    corpo umano flagellato e crocifisso.

(Da Wikipedia)

Questi sono i risultati scientifici, ottenuti da studiosi di
diversi istituti che hanno lavorato sul telo. Eppure questi risultati non li
sentirete quasi mai citare in tv. Sentirete i risultati di singoli (presunti) studiosi
che ritengono, magari, di aver riprodotto la Sindone ma senza fornirne nessuna prova
sperimentale. Sentirete ipotesi fatte da chi la Sindone non l’ha mai
nemmeno vista da lontano e che ignorano del tutto i risultati dello Sturp. Sono
passati tanti anni, eppure non ho mai sentito qualcuno che criticasse quei
dati. No, nei migliori dei casi vengono ignorati; nei peggiori si procede alla
demonizzazione dei membri dello Sturp.

Il problema è che la Scienza ha deluso, non ha dato i risultati
sperati e quindi quei poveri studiosi – che hanno fatto solo il loro lavoro –
diventano improvvisamente sospettati di una incredibile congiura macchinata
ovviamente dal Vaticano (anzi no, facciamo l’Opus Dei che va più di moda). La
cosa interessante è che la storia si ripete. Anche su Lourdes pesavano i soliti
sospetti di autosuggestione e cose simili. La Scienza! La Scienza! La Scienza spiegherà tutto! Volete
che si fermi davanti a questi quattro contadinotti che si immaginano di essere
guariti da un malattia che non hanno mai avuto?! Poi, però, la scienza è
arrivata e ha dimostrato che era tutto vero. Non solo che le guarigioni erano
reali, ma che erano anche scientificamente inspiegabili. Ovviamente, poi,
quelli che avevano invocato la
Scienza non ci hanno poi spiegato come si mettevano le cose. I
più furbi si rifugiano, invece, nella fideistica convinzione che se la Scienza non è onnipotente
oggi, lo sarà domani. Ma questa è un’altra storia.

Per la
Sindone è successo qualcosa del genere. Se i dati dello Sturp
non sono il risultato di una risibile congiura, allora si tratta di
un’incompetenza a dir poco scandalosa. Eppure, i membri dello Sturp continuano
tranquillamente a fare il loro lavoro, i loro articoli vengono pubblicati da
importanti riviste scientifiche (cosa impossibile se ci fossero prove o anche
solo dubbi sulla loro professionalità e competenza). Inoltre, al contrario di
quello che alcuni vorrebbero far credere, lo Sturp non è un club di convinti
assertori dell’autenticità della Sindone. Ne fanno parte anche autorevoli
membri che, nonostante i dati di cui sopra, legittimamente sostengono che si
tratti di un falso.

Ma la cosa più divertente deve ancora venire. La scienza
diventa mala scienza quando non dice quello che ci si aspettava, e così si
finisce poi per non vederla dove davvero c’è e ci sono le prove. Parliamo
ovviamente del famoso esame del C14. Qualunque archeologo di un certo livello,
fra i quali ad esempio il famoso archeologo William Meacham, può confermare che
quello del radiocarbonio è solo un test fra i tanti, perché non è certo
infallibile. Anzi, si tratta di uno strumento molto sensibile alle
contaminazioni. Capita spesso che il C14 dia risultati in contrasto, quando non
assurdi, con gli altri dati riguardanti la datazione del reperto. In quei casi
il risultato del test (che è puramente indicativo) viene respinto senza
problemi. Stranamente, solo con la
Sindone il C14 è diventato un test infallibile e
incontestabile. Un vero e proprio dogma, nonostante costituisca l’unico
risultato negativo. Ma la storia non finisce qui. Il problema non è solo l’attendibilità
del C14, tra l’altro aggravata dallo stato di un reperto come quello sindonico.
Ci sono anche seri dubbi sui modi con i quali il test è stato condotto. Il
comportamento dei laboratori interessati è stato molto poco scientifico con
continui e immotivati cambiamenti di protocollo, poi comunque clamorosamente
disatteso. I tre laboratori non avrebbero dovuto comunicare fra loro prima di
inviare i risultati al British Museum, ed è provato che invece comunicarono
eccome. Non fu ammessa la presenza di un osservatore dell’arcidiocesi di
Torino, ma le porte dei laboratori furono spalancate ad estranei e tv (mentre,
cioè, veniva rifiutata la presenza di un rappresentante del proprietario del
reperto…). Dovevano datare alla “cieca” insieme ad altri campioni e non lo
fecero.

E si potrebbe continuare a lungo, concludiamo dicendo che
per trasparenza i dati grezzi avrebbero dovuti essere pubblicati in modo da
permettere a tutti gli studiosi di verificare i complessi calcoli. Invece, dopo
molti anni, i tre laboratori si rifiutano ancora di renderli noti: un
comportamento inspiegabile e inspiegato. C’è chi, anche qui, ha parlato di
complotto. Di sicuro per le numerose violazioni del protocollo, non si può non
parlare di cattiva fede. Ma non bisogna dimenticare che il tutto avvenne in
un’atmosfera molto tesa.

Infine, ci sono molte teorie più o meno plausibili sulla
veridicità del test fatto sulla Sindone. Di alcune abbiamo già parlato, fra le
quali quella di Rogers. Qui, in conclusione, aggiungiamo un altro tassello del puzzle. Marco Tosatti, autore di Inchiesta sulla Sindone, ha sottoposto
la controversa questione a Livia De Giovanni e Pierluigi Conti. Entrambi sono
docenti di calcolo statistico alla Sapienza ed estranei alle polemiche sulla
Sindone. Il risultato è stato che perfino in quei pochi dati resi noti dai
laboratori, nel famoso articolo su Nature,
c’è un errore alquanto significativo. Sembra che in realtà l’esperimento fosse
fallito e sono state necessarie forzature per raggiungere lo stesso un
risultato.

In sostanza, i dati scientifici (quelli dello Sturp) non
importano se non a pochi. E se qualcuno si permette di citarli, la risposta non
ha nemmeno la sembianza di una contestazione scientifica. A questa scienza si
oppone poi, come se non bastasse, il test al C14 tanto che si è creato un vero
e proprio partito dei “radiocarbonisti”. Solo che su quel test gravano sospetti
più che fondati, tanto che molte delle violazioni di cui abbiamo parlato sono
state spesso candidamente ammesse dai diretti interessati. In sostanza, hanno
voluto l’intervento della scienza. Quando è arrivata, i risultati non sono
stati di loro gradimento e una colossale opera di disinformazione ha lavorato
perché gli unici veri dati disponibili fossero passati quasi sotto silenzio al
pubblico; e quando questo non è possibile, tali risultati vengono irrisi come
se fossero il prodotto di una fervida immaginazione. Alla scienza che
osannavano, hanno infine opposto un vero e proprio caso di mala scienza. È un
sottile gioco, tutto sommato divertente. La Chiesa, che deve passare per la millenaria
istituzione oscurantista, ha messo a disposizione il reperto per tutti gli
studi del caso. La cultura laica, o sedicente tale, quei risultati scientifici
li ignora o li respinge. È un rifiuto della scienza non dissimile da quello dei
creazionisti, solo che questi ultimi almeno non sono ipocriti.

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Le scritte sulla Sindone

Flores d’Arcais e l’ateismo scientifico

 

Flores d’Arcais, direttore di Micromega, impartisce lezioni di positivismo alla trasmissione di Gad Lerner sulla Sette, “L’Infedele”. Il nostro personaggio si dibatte in una terribile contraddizione. Mi spiego, fra Ottocento e Novecento imperversava il positivismo che era un’ideologia profondamente antireligiosa senza temere di superare i limiti del ridicolo. Infatti gli scienziati positivisti, dopo essersi divertiti nelle loro autopsie, concludevano con certezza che l’anima non esisteva: infatti non era saltata fuori dall’autopsia. Chiaramente un’affermazione del genere oggi farebbe ridere anche la persona più digiuna di metodologia scientifica perché il positivismo è ormai morto e sepolto. L’unico modo per poter affermare con certezza scientifica che non esiste anima immortale è quello di dimostrare la non esistenza di Dio, peccato solo che la Scienza (quella vera) non può prendere, per la sua stessa natura, posizione su un tale argomento perché esula dalle sue competenze. Eppure la “scienza” del Nostro esclude a priori anche solo la possibilità dell’esistenza di Dio o di un creatore, per questo non ha remore di definire “in piena superstizione” chiunque sostenga il contrario rifiutando di piegarsi alla sua pseudoscienza. Quindi sembra che gli ultimi cento anni non siano mai passati per il nostro direttore il quale afferma con decisione che dopo il darwinismo non si può più parlare di anima immortale, perché noi siamo solo “scimmie modificate”. Ora ci sarebbe molto da dire sulla stessa teoria dell’evoluzione e sulla sua interpretazione ma la cosa che ci interessa ora è che uno dei personaggi di spicco del più feroce anticlericalismo ritiene di poter dimostrare scientificamente la non esistenza di Dio e dell’anima. È chiaro che in queste questioni tutte le possibili posizioni sono rispettabili e quindi anche l’ateismo ma quando si pretende che la Scienza sostenga le proprie posizioni teologiche si scade nel ridicolo. L’ateismo va bene, ma l’ateismo scientifico è roba adatta solo a cialtroni di prima categoria. Poi d’Arcais, dopo avere “dimostrato” che il darwinismo confuta l’esistenza dell’anima, prosegue dicendo che il solo pensiero dell’anima è in realtà un “pensiero premoderno”. Altra curiosa caratteristica  degli atei “scientifici” e degli anticlericali un po’ in genere è quella di arrogarsi il diritto di stabilire arbitrariamente cos’è moderno e cosa non lo è. È poi del tutto casuale che tutto quello che piace a loro è moderno, tutto il resto è premoderno per cui tutti coloro che non condividono (ma è sempre un caso) le loro posizioni teologiche sono premoderni. La risibile contraddizione sta proprio nel ritenersi moderno quando invece si fa riferimento ad una vecchia ideologia come quella positivista che ormai non trova quasi più sostenitori. Anche Margherita Hack sostiene che il suo ateismo è un atto di fede e basta, non un atto “scientifico”. Questi anticlericali (o per meglio dire anticristiani) estremisti sostengono di essere i campioni della libertà contro le ingerenze e l’oscurantismo della Chiesa ma non hanno più nemmeno idea di cosa sia il pluralismo. Sono i difensori della laicità dello Stato, ma uno stato nelle loro mani sarebbe il peggiore degli stati etici.

Pertanto riteniamo Flores d’Arcais eleggibile per il Partito Democratico e ci sembra un’ingiustizia che questo nuovo soggetto politico, dopo aver accolto Pannella e Odifreddi, non accetti tra le sua fila anche il direttore di Micromega che risponde pienamente alle caratteristiche di mediocrità e di petulante ignoranza che sembrano ormai essere il requisito fondamentale per la candidatura nel nuovo partito.