Regnerus e gli studi sulle adozioni gay

Su giornali come il Corriere della Sera si cerca di far passare il messaggio che ormai la bontà delle adozioni gay sia dimostrata da “trent’anni di studi”. Pubblicazioni che in effetti vengono citate con orgoglio dagli attivistigay come prova inconfutabile della loro ideologia: ma che valore hanno questi studi? È noto che, nonostante lo sbandieramento anche da parte degli psicologi, il loro valore scientifico sia molto basso soprattutto per il numero insufficiente di campioni preso in esame (che impedisce di generalizzare e ottenere risultati statisticamente significativi). Ben altri risultati, invece, ha raccolto la prima grande ricerca sull’argomento di Mark Regnerus pubblicata – in peer-review – sulla rivista “Social Science Research”. Il sociologo americano, ovviamente, è stato pesantemente attaccato ma – vista anche l’assoluzione dell’Università del Texas riguardo l’accusa di malascienza – molti siti gay stanno ricorrendo ad un più goffo espediente: manipolano le dichiarazioni rilasciate da Regnerus in un’intervista per fargli dire da solo che ha sbagliato praticamente tutto, per cui lo studio non vale niente.

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Il dovere d’aborto

L’espressione potrebbe sembrare provocatoria, una parodia del ben più noto “diritto” d’aborto. In realtà la differenza è molto labile, lo dimostra molto bene Piergiorgio Odifreddi in un articolo del suo blog, dal rassicurante titolo “Per una procreazione responsabile”.

 

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Sofri e l’elogio del nuovo totalitarismo

In un allucinante articolo su Repubblica, Adriano Sofri si lancia nell’esaltazione del suicidio assistito come segno di una “civiltà superiore” in contrapposizione ai totalitarismi. Con il suo gesto, quindi, Lucio Magri ci avrebbe finalmente liberati consegnandoci una civiltà di lusso in cui vita e morte sono la stessa cosa. Infatti, il principio della indisponibilità della vita sarebbe uno sgradito residuo di totalitarismo. Questo quando, invece, caratteristica dei regimi totalitari è l’esatto opposto: la completa disponibilità della vita. La quale, in virtù di un principio superiore, è nelle mani del burocrate, del gerarca e del dittatore che possono disporne come meglio credono: comminando l’esilio, la schiavitù o la pena di morte. E il tutto in maniera assolutamente arbitraria. Il principio della vita come valore assoluto e intoccabile, quindi indisponibile, è invece un portato delle democrazie moderne che hanno attualizzato l’antico insegnamento cristiano veicolato dalla dichiarazione dei diritti umani prima americana e poi francese.

 

Una tale esaltazione del suicidio assistito ha quindi come automatica conseguenza la rivalutazione dei totalitarismi, e in particolare di quello che più degli altri ha fatto dell’eutanasia il suo cavallo di battaglia: il nazismo. Infatti fra quest’ultimo e la nostra civiltà di lusso non c’è una completa e insanabile discrasia di paradigmi e valori. Il nazismo sopprimeva i disabili e le cosiddette “vite improduttive” e “indegne di essere vissute” con la forza o con l’inganno. Di fronte a questo fenomeno non abbiamo più il diritto di inorridire: altrimenti facciamo esplodere la spocchia sofriana. Possiamo, infatti, solo avere qualcosa da ridire sull’uso della forza e dell’inganno ma non sul gesto in sé. Non è certo un’enormità anche solo il principio che esistano vite umane da sopprimere per mano dello Stato o di chicchessia! Quindi, il discrimine fra il nazismo e la sospetta “civiltà di lusso” è tutta nel metodo e non nel merito. E questo metodo diverso consisterebbe nella libertà e nel consenso.

 

Già negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale, Romano Guardini – con grande acutezza – poteva affermare che non esisteva concetto che fosse stato più pervertito di quello di libertà. Infatti, anche i totalitarismi basavano le loro ideologie sulla libertà e su un consenso di massa che effettivamente avevano. Ma era una libertà completamente avulsa da ogni forma di verità, e quindi il suo esatto contrario. Ed è in fondo la stessa libertà formale di cui parla Sofri. Egli, infatti, non sembra per nulla interessato al problema spinoso dell’effettivo consenso all’eutanasia che un malato può dare. In una società che ti ritiene un inutile peso, il consenso a togliere il disturbo può essere fortemente condizionato e tutt’altro che libero. Ma Sofri ci concede quantomeno il diritto di sperare che una persona a noi cara non prenda la fatale decisione. Forse, allora, ci viene anche riconosciuta la facoltà di provare a dissuadere il disperato che sta per buttarsi giù da un ponte come un sacco di rifiuti, prima di dargli la spinta. È una ben magra consolazione, nessun tentativo di dissuasione può sperare di avere successo se si fa presente al disperato che effettivamente lui potrebbe essere immondizia e che quindi potremmo aiutarlo a buttarsi giù. I diritti umani esistono, sì; ma non per lui. È sostanzialmente questo il valore – se così si può definire – dei colloqui che gli sciacalli di Exit ci assicurano di tenere con i loro assistiti prima di terminarli. Proprio questa mattina su Raiuno, un sensibilissimo esponente di Exit Italia proprio davanti all’esempio di un disperato che vuole buttarsi giù da un ponte ha risposto: “Lo faccia! Che ce ne importa?!”. Ma Sofri va anche oltre: nota che il suicidio interessa soprattutto i giovani e i carcerati. Quasi come a voler suggerire a Exit di non discriminare anche queste categorie che, pur non potendo essere considerati malati propriamente detti, hanno pur sempre il diritto di decidere della loro vita e di essere “aiutati”. Del resto, non contano i motivi. Nessuna differenza fra una malattia terminale e “una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli”. Il tema della mano tesa perchè il malcapitato desista e “torni di qua” è solo un vuoto moralismo, se l’altra mano è pronta a spedirlo “di là”.

 

Ma questi non sono problemi degni dell’attenzione di una “civiltà di lusso”, così come è del tutto superfluo il problema che un depresso – come era Magri – potrebbe non essere in grado di decidere lucidamente su una questione che si potrebbe a pieno titolo definire di vita e di morte. Non importa, ci basta un consenso formale. Un pezzo di carta che ci faccia stare tranquilli di non stare sopprimendo un innocente ma di stare aiutandolo. Ma il gesto stesso si basa su un principio talmente grave che ovviamente, col tempo, si inizia a fare a meno anche di un consenso puramente formale, come si osserva nei paesi dove l’eutanasia è ormai ideologia consolidata e che non risparmia nemmeno i bambini. E così un articolo che vuole salutare l’avvento di una civiltà che ci lascia finalmente alle spalle il totalitarismo, si mostra per il suo esatto contrario. Una nuova civiltà sì, ma non quella della democrazia moderna basata sui diritti umani e sulla vita come valore assoluto. No, una riedizione libertaria del totalitarismo in cui la vita è una cosa, un bene disponibile: un peso da affidare più o meno volontariamente ad altri perchè ce ne liberino.

In Belgio l’eutanasia è ottima per i trapianti.

Che l’ideologia eutanasica nascondesse intenti ben poco umanitari è stato chiaro fin da subito. Bastava guardare ai paesi in cui la pratica era ormai comunemente accettata da tempo per studiare gli inevitabili sviluppi di un’ideologia così contraddittoria e opaca. Quindi non fingeremo certo di stupirci, come i benpensanti, del fatto che anche in Europa – nonostante le continue assicurazioni – quello che prima era definito, senza mezzi termini, un impensabile abuso ora è ordinaria amministrazione. E così, ci informa la Bussola Quotidiana,  ora ci vengono candidamente a dire che la collettiva istigazione al suicidio, quale è sempre la legalizzazione dell’eutanasia, non riguarda più i malati terminali ma semplicemente quelli che hanno problemi che la società ritiene “insostenibili”. Quindi gli “insostenibili” accettino il fatto e non pretendano cure che gravano sulle spalle dei “sani”, tolgano il disturbo e si rendano utile per quello che possono: donino gli organi. Il tutto è molto simile al business degli organi a cui la Cina, non a caso uno stato anticristiano, ci ha da tempo abituato. Solo che nella civile Europa il tutto è molto più “colorato”: niente colpi alla testa ai dissidenti politici, ma pietoso atto eutanasico previa libera richiesta (come libero può essere chi è istigato da un’intera società, o chi soffre di un “insostenbile disordine mentale”) quando va bene. I demagoghi pro-eutanasia sapranno certamente scorgere le differenze fra le due pratiche, le quali comunque certamente in Italia non arriveranno mai. Ma, detto tra noi, il contenuto è praticamente lo stesso; e il Belgio e l’Olanda non sono per niente lontani.

Il bambino è malato? Allora la madre surrogata deve abortire

Una coppia di Vancouver ha voluto che la donna da cui aveva affittato l’utero non partorisse il figlio Down


Cronache dal Mondo Nuovo. Dopo aver fatto ricorso all’utero in affitto per avere un figlio, una coppia di Vancouver ha scoperto con l’amniocentesi che il bambino atteso era affetto da sindrome di Down. A quel punto, ha preteso che la “madre surrogata” abortisse. La vicenda è finita sui giornali canadesi solo perché la madre surrogata all’inizio si è rifiutata di dar seguito alla richiesta della coppia. Ne è nato un contenzioso – davvero degno della fantasia di Huxley e del suo “Brave New World” – sul valore dell’accordo privato concluso in precedenza, che garantiva ai committenti la possibilità di rifiutare un figlio malato. I due genitori biologici hanno annunciato che se il bambino fosse nato (ma alla fine l’aborto c’è stato), loro non avrebbero assunto nei suoi confronti nessuna responsabilità. E’ la logica commerciale: c’è una coppia di committenti, c’è una prestatrice d’opera (ufficialmente a titolo di solidarietà, perché le regole canadesi lo richiedono, ma un pagamento c’è: lo chiamano “rimborso spese”), c’è un prodotto che deve rispettare certi standard. Se il prodotto è difettoso, il committente recede, e con lo stesso diritto con cui si noleggia una donna per una gestazione, le si intima di interromperla.

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E la chiamano medicina

Tratto da “Il Foglio”

Può sembrare irriguardoso ricordare che la tecnica di fecondazione umana in vitro, che ha guadagnato al pioniere britannico Robert Edwards la punizione del Nobel per la Medicina, altro non era che il perfezionamento di un procedimento veterinario già largamente usato su conigli e mucche. I corifei della provetta, che ieri hanno celebrato il loro festival della banalità e della menzogna (la Fiv non guarisce affatto la sterilità. La aggira in un numero tuttora modesto di casi, visto che, a trentadue anni dalla nascita della prima bambina concepita in vitro, la percentuale di successo delle tecniche non si schioda dal trenta per cento), glissano sulle illusioni, le mitologie, i sogni di padroneggiare i meccanismi della creazione che rappresentano la vera “ragione sociale” di quelle tecniche.

Il big bang antropologico inaugurato da Edwards è quello che oggi ci fa parlare di “prodotto del concepimento” e non di figlio. E’ l’idea della “creazione” della vita in laboratorio, materiale biologico tra gli altri; è la separazione della procreazione dal sesso, dopo che il sesso era stato separato dalla procreazione con la contraccezione; è il cambiamento nel modo di rappresentare la generazione, i rapporti di parentela, il venire al mondo. Dalle provette di Edwards sono uscite le anticipazioni di quel Mondo Nuovo alla Huxley che oggi vive lautamente di compravendita di ovociti, di uteri in affitto, di fabbricazione di embrioni umani a fini di ricerca, magari ibridati con embrioni animali, di invenzione di coppie di genitori dello stesso sesso, di embrioni sovrannumerari conservati nell’azoto liquido e poi distrutti, o selezionati in provetta per ottenere un figlio dal corredo genetico “ottimale”. E la chiamano anche medicina.

FOGLIO QUOTIDIANO

La pillola dell’irresponsabilità


di Assuntina Morresi

Il suo meccanismo di azione è analogo a quello della pillola abortiva
Ru486, ma EllaOne – indicata come «la pillola dei cinque giorni dopo» –
è registrata dall’azienda produttrice come contraccettivo di emergenza.

In altre parole, è fra quei farmaci usati per impedire una gravidanza,
ma che si assumono solo dopo un rapporto sessuale nel quale vi sia
stata la possibilità di un concepimento, quando ancora non è possibile
effettuare un test di gravidanza.

In Italia c’è già la «pillola del giorno dopo», che funziona se presa
entro 72 ore dal momento della possibile fecondazione; con EllaOne, non
ancora approvata nel nostro Paese, i giorni di efficacia arrivano a
cinque. La differenza è nel meccanismo di azione, ma in entrambi i casi
non si esclude che in presenza di un embrione le due pillole ne
impediscano l’annidamento in utero.

L’espressione «contraccezione d’emergenza» è un’invenzione lessicale
del mercato farmaceutico per cercare di diffondere surrettiziamente
farmaci che possono avere anche un effetto abortivo, evitando le
polemiche che questi suscitano, e al tempo stesso aggirando le leggi
nazionali che regolano l’aborto.

La vicenda della Ru486 ha pur insegnato qualcosa: una pillola abortiva,
di per sé, è un prodotto che non si presenta bene, e che non si riesce
ad associare a un’esperienza positiva. Ma soprattutto l’introduzione di
un farmaco abortivo deve sempre avvenire nel rispetto delle normative
che regolano l’aborto, diverse da Paese a Paese. E anche quello più
favorevole alla Ru486, la Francia, che ha voluto modificare la legge
nazionale appositamente per favorirne la diffusione consentendo
l’aborto a domicilio, lo ha potuto fare solo dopo dieci anni di tenace
impegno di medici e politici nella promozione del metodo farmacologico.

Per regolare la diffusione dei prodotti contraccettivi, invece, non ci
sono leggi come quelle sull’aborto: il mercato li può assorbire più
facilmente, quindi, spesso nella disattenzione dell’opinione pubblica e
del mondo politico.

Ma c’è un elemento ulteriore che accomuna tutti i «contraccettivi
d’emergenza», importante dal punto di vista educativo: l’incertezza. Al
momento in cui si utilizzano queste sostanze, non c’è sicurezza sulla
presenza di un embrione, e quindi neppure sulla sua eventuale
eliminazione. Un aborto precocissimo, ma incerto, che sfugge persino al
più blando dei controlli: il conteggio. Nessuna donna che abbia
utilizzato un «contraccettivo d’emergenza» saprà mai se ha interrotto
una gravidanza nelle sue prime ore. Impossibile contare il numero degli
embrioni eliminati in questo modo: al massimo si può sapere quante
pillole sono state vendute, ma quelle effettivamente consumate e gli
eventuali aborti possono essere solo ‘stimati’ in modo approssimativo.

L’aborto è incerto perché lo sono la gravidanza e il consumo stesso del
farmaco, ma anche perché altrettanto insicuro è il rapporto che, forse,
ha generato quell’embrione: legami sentimentali poco stabili, spesso
occasionali, magari del sabato sera.

Sono le pillole dell’incertezza del vivere, quando tutto è precario e
al tempo stesso possibile, e non si è più sicuri di niente. Come si può
educare una generazione alla responsabilità nei rapporti se non si
riesce neppure ad avere la percezione di cosa effettivamente si sta
facendo? Come è possibile educare al rispetto della vita nascente, se
non si sa neppure se ci sia o no? E come si potranno poi giudicare i
propri atti, se non c’è neppure la possibilità di sapere cosa realmente
è successo? Se un fatto è incerto, ancor più lo sarà la possibilità di
valutarlo: è l’ennesima faccia dell’emergenza educativa che segna il
nostro tempo.

SAFE

La strage delle bambine

di Redazione Il Foglio

Roma.
“La distruzione selettiva delle bambine è globale”. L’Economist lancia
un paio di scarpette rosa in copertina sotto il titolo “Gendercide”. E
la domanda agghiacciante: “Cosa è successo a cento milioni di
bambine?”. È il genocidio di genere. “La guerra globale contro le
bambine”. Un tema sollevato più volte anche da questo giornale, quello
delle “missing girls”, le bambine asiatiche scomparse a causa
dell’aborto selettivo. Cento milioni secondo l’Economist, forse di più,
stando a molti rapporti internazionali. La quarta Conferenza asiatica
sui diritti riproduttivi aveva parlato di “163 milioni di bambine
mancanti in Asia”.

Sette anni fa un altro giornale
dell’establishement anglosassone, Financial Times, aveva posto la
stessa domanda: “Dove sono andate a finire tutte le ragazze?”.
L’Economist fornisce la risposta con quest’inchiesta impressionante. In
Cina e nell’India del nord, per ogni 120 maschi nascono 100 femmine. La
media mondiale è di 103 – 106 maschi ogni 100 femmine. In molti stati,
siamo a 130 maschi contro 100 femmine. Si sta riscrivendo la saga
dell’evoluzione per mezzo dell’aborto, facendo venire meno una delle
grandi costanti biologiche della specie umana. La superiorità delle
femmine sui maschi.

È un divario unico al mondo e senza
precedenti nella storia. Il famoso dissidente dei laogai cinesi, Harry
Wu, l’ha chiamata in un bel libro “La strage di innocenti”. In Cina
un’ideologia mostruosa i figli li vuole unici, maschi e sani. Tramite
slogan come “Allevare meno bambini e più maiali” e “Casa distrutta,
vacca confiscata se rifiuti la richiesta di aborto”. In India invece,
per aggirare la legge che in teoria proibisce la selezione sessuale,
medici ed ecografisti indiani fanno con le dita la “V” di vittoria se
il figlio è maschio. Sennò, niente, e allora il rimedio è semplice.

L’Economist
utilizza l’aggettivo “catastrofico” per indicare la strage delle
bambine. Nella sola Cina ci sono uomini senza controparte femminile
quanto l’intera popolazione maschile statunitense. Traffico di spose,
violenza sessuale, suicidi femminili fanno da contorno a quest’agonia
demografica. “Non è una esagerazione chiamarlo genocidio di genere”,
scrive l’Economist. “Le donne mancano a milioni – abortite, uccise e
lasciate morire”.

Le 1990 fu il guru liberal Amartya Sen, premio
Nobel per l’Economia, a lanciare l’allarme sulla New York Review of
Books: “Almeno sessanta milioni di bambine sono state cancellate in
seguito a infanticidi o aborti selettivi di feti femmine”. Quindici
anni dopo Sen ha aggiunto: “È l’ultima delle discriminazioni, l’aborto
selettivo. Una discriminazione ‘high tech’”.
In Cina negli anni
Ottanta il rapporto maschi/femmine era 108 a 100. Negli ultimi anni è
salito a 124 a 100. In Cina fino alla ventesima settimana si abortisce
in modo assolutamente legale e discrezionale, poi anche con la
coercizione. Il professor Theodor Winkler, uno dei massimi esperti
mondiali di discriminazione femminile, ha parlato di “una pratica
eugenetica non riconosciuta e resa silenziosa. L’intera demografia
asiatica entrerà in crisi se non fermeremo il massacro di Eva. In Cina
c’è l’aborto forzato, mentre in India, dove pure ufficialmente la legge
impedisce la selezione del sesso, si praticano ogni giorno decine di
aborti di bambine. Nei fatti, è un aborto eugenetico di massa”.

Molti
i paesi demograficamente fuori controllo, e non solo orientali. Come
Taiwan e Singapore, gli stati balcanici e quelli ex comunisti
dell’Europa orientale. “Il genocidio di genere esiste in ogni
continente. Riguarda ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, indù,
musulmani, confuciani e cristiani”, spiega l’Economist. Non sarà il
benessere a fermare la strage. Taiwan e Singapore sono economie ricche.
“In Cina e in India le aree con le peggiori statistiche demografiche
sono quelle più ricche e istruite”. L’Economist individua tre fattori:
“L’antica preferenza per i maschi, un desiderio moderno per famiglie
piccole e la tecnologia agli ultrasuoni che identificano il sesso del
feto”.
L’Accademia cinese per le scienze sociali ha appena spiegato
che entro dieci anni, un cinese su cinque non riuscirà a trovare moglie.

Prima
degli anni Ottanta, alle bambine indiane veniva riempita la bocca di
troppo riso, per soffocarle, oppure finivano ammazzate con grandi dosi
di oppio. O anche, semplicemente gettate via, o lasciate morire di
fame. Poi è arrivata l’ecografia. Oggi è possibile fare diagnosi
ecografiche persino nei villaggi ancora privi di acqua potabile o di
aspirine. “Nel Punjab, Monica Das Gupta della Banca mondiale ha
scoperto che le seconde e terze figlie femmine di madri ricche e
istruite morivano in misura maggiore entro il quinto giorno dei loro
fratelli”, racconta l’Economist. Lo scenario è apocalittico. “Così come
nel corso della storia gli eufemismi sono stati usati per mascherare
l’assassinio di massa, termini come ‘feticidio femminile’, ‘preferenza
maschile’ e ‘selezione sessuale’ sono oggi coperture per omicidi su
larga scala”, dice il dottor Puneet Bedi, consulente del governo
indiano. Le chiamano “kudimaar”, omicidi di bambine. Quando nel Punjab
venne introdotta la prima macchina per l’ecografia, nel 1979, c’erano
925 femmine ogni 1.000 maschi. Nel 1991 erano scese a 875 e nel 2001
addirittura a 793.

È in India che il fenomeno ha acquisito una
dimensione in grado di oscurare il futuro stesso del continente e
responsabile della scomparsa di un sesto della popolazione mondiale. Lo
scorso novembre, un nuovo rapporto di Action Aid, intitolato
“Disappearing daughters”, ha fotografato questo fenomeno crescente di
selezione eugenetica su base sessuale. Il rapporto ha studiato cinque
enormi distretti dell’India: Kangra nel Himachal Pradesh,, Morena nel
Madhya Pradesch, Dhaulpur nel Rajasthan, Rohtak nel Haryana e Fatehgarh
Sahib nel Punjab. Rispetto al censimento del 2001, nei cinque distretti
esaminati, il numero delle bambine rispetto ai maschi tra gli zero e
sei anni è ovunque in diminuzione.

L’India è così diventata la
nazione al mondo con la percentuale più bassa di donne. È stato anche
girato un film, “Una nazione senza donne”. Si apre con la sequenza di
una bambina appena nata annegata dalla madre in un calderone di latte.
Se il numero di cento milioni di bambine mancanti non riuscisse a
scuotere abbastanza l’immaginazione, forse ci riuscirà un’altra
statistica. Nel 2010, in Asia, una bambina in pancia ha il cinquanta
per cento di possibilità di sopravvivere a una ecografia.

SAFE

La Francia e l’aborto


Francia

di Rino Camilleri

L’Inspection
général des affaires sociales (Igas, organismo dipendente dal Ministero
della Salute francese) nel suo rapporto annuale (2 febbraio 2010)
recita: «Il contesto francese rimane paradossale: la diffusione della
contraccezione di massa non ha fatto diminuire il numero delle
interruzioni volontarie di gravidanza». Da oltre vent’anni gli aborti
in Francia non diminuiscono, rimanendo sui 200mila l’anno. Scrive
Nicoletta Tiliacos (“Il Foglio” del 6 febbraio): «Nonostante
l’educazione sessuale sempre più precoce, nonostante un accesso alla
contraccezione che più facile non si può, compresa la variante
“d’emergenza” –la pillola del giorno dopo è fornita alle ragazzine
gratis e senza ricetta nelle farmacie e da poco si è aggiunta quella
dei “cinque giorni dopo” (ElleOne, invenzione francese, ndr)–
nonostante uno dei tassi di diffusione della contraccezione medica
(pillola e spirale) più alti del mondo, nonostante le martellanti
campagne sul sesso sicuro (…) il 72% delle igv sono effettuate su donne
sotto contraccezione». Ma, nonostante la «scoperta dell’acqua calda», i
«rimedi proposti, come al solito, vanno nella direzione del
rafforzamento ulteriore di politiche che finora si sono rivelate
fallimentari. Così, alle ragazzine e ai ragazzini alle prese con i
dilemmi amorosi e con quel mistero necessario che è il sesso, si
indicano il distributore di preservativi e si consegna sui banchi di
scuola la brochure sulla contraccezione d’emergenza». Un intero
capitolo del rapporto è dedicato all’inesistente incidenza della
pillola del giorno dopo -così diffusa e facile da ottenere- sulla
diminuzione degli aborti. «Al contrario: nel confronto tra il 2002 e il
2006, il tasso di abortività tra le quindici-diciassettenni è passato
da 8,9 a 11,5 per mille». La Ru486 (nata anch’essa in Francia) è in
crescita costante, anche perchè «l’aborto chirurgico è poco attraente a
livello finanziario per il personale sanitario». Eggià: «nata
ufficialmente per offrire una maggiore “scelta” alle donne, la Ru486 si
è rapidamente trasformata in opzione obbligata, perché è quella
preferita dai medici».

Antidoti

Olanda – Suicidio medicalmente assistito per gli ultrasettantenni. Iniziativa per legalizzazione.

Un
gruppo di cittadini ha lanciato una iniziativa per legalizzare il
suicidio medicalmente assistito per tutti gli ultrasettantenni che ne
facciano richiesta. Martedì si cominceranno a raccogliere le firme per
portare la questione all’attenzione del legislatore.

Già diverse importanti personalità hanno appoggiato l’iniziativa, tra cui ex ministri, artisti, giuristi e medici.

La legge olandese permette l’eutanasia solo in casi di sofferenza "insopportabile e incurabile",
limitando la pratica ai soli pazienti affetti da malattie gravi che
provocano forte dolore. L’eutanasia puo’ essere praticata solo da
medici. Chiunque aiuti una persona a togliersi la vita non rispettando
le stringenti regole previste dalla legge, viene punito severamente.

L’iniziativa
prevede non solo la legalizzazione dell’assistenza al suicidio, ma
chiede anche la creazione di una nuova professione dedita al fine vita,
formata da infermieri specializzati, psicologi e religiosi che siano in
grado di confermare la volontà del paziente attraverso una serie di
colloqui. Sarebbero necessari due pareri medici.

Attualmente, circa 400 ultrasettantenni si tolgono la vita ogni anno con metodi ‘fai da te’,
mentre molti di più tentano senza successo di togliersi la vita con
conseguenze spesso ancor peggiori sulla salute. La legalizzazione del
suicidio assistito, secondo i promotori, potrebbe offrire un percorso
guidato e assistenza a chi ha perso ogni speranza, offrendo alternative
al suicidio. Solo chi, alla fine di numerosi colloqui, dimostra di
voler davvero farla finita, verrà assistito. "Attualmente un
anziano potrebbe togliersi la vita con una decisione affrettata. O
forse perché depresso o malato o incapace di prendersi cura di se
stesso. La legalizzazione potrà prevenire molti suicidi offrendo
assistenza"
, spiega Dick Swaab, uno dei fondatori del gruppo e presidente dell’Istituto olandese di neuroscienze.

SAFE