…come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Se il primo ostacolo è quello di non volersi riconoscere debitori, il secondo è espresso nella seconda parte della petizione: “…come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Chi sono questi nostri debitori? È il prossimo che ci offende, che ci fa del male. Sono

 

i “fratelli” (Mt 18, 21-35) e anche gli “uomini” (Mt 6, 14s) in generale. I debitori dei discepoli sono tutti quelli che debbono loro qualcosa, quanti li hanno offesi: chi si è incollerito con loro, li ha chiamati “imbecilli” o “rinnegati” e, in generale, quanti “hanno qualcosa contro di loro” (Mt 5, 22ss); quanti hanno loro causato ingiurie o violenze (Mt 5, 39-42), i loro “nemici” e “persecutori” (Mt 5, 44) [1].

 

Il servo spietato[2] è condannato perché dopo aver ricevuto il condono di un debito immenso si dimostra senza misericordia con un altro servo che – per giunta – gli deve molto di meno. Il Vangelo avverte che la misericordia divina non cancella la giustizia per cui Con la misura con la quale misurate, sarete misurati[3]. La nostra chiusura verso gli altri, la nostra mancanza di amore ci rende inaccessibili alla misericordia divina[4].

 

Per questo, nella Messa, siamo invitati a scambiarci un gesto di pace prima di accostarci al banchetto eucaristico. Gesù nel Vangelo avverte che è inutile pregare se hai qualcosa contro qualcuno: perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli, perdoni a voi i vostri peccati[5]. Così come non ha senso offrire un sacrificio se conservi del rancore verso un fratello[6]. La Didachè, il più antico testo liturgico cristiano che si conosca, applica questo precetto proprio alla celebrazione eucaristica perché si offra un “sacrifico mondo”[7]. Tutto questo perchè Dio vuole renderci simili a Lui, ci vuole operatori di pace[8].

 

Conseguenza o requisito?

 

Ma il perdono dei nostri debitori è una conseguenza del perdono divino o un suo requisito? Senza dubbio è una conseguenza, noi chiediamo il perdono di Dio affinché possiamo perdonare a nostra volta. Il servo spietato viene perdonato prima che il suo compagno gli chieda tempo. La sua colpa è di non aver trasmesso al prossimo il perdono ricevuto, per non aver usato misericordia riceverà un giudizio senza misericordia. Le due cose sono strettamente connesse e vanno di pari passo. Nel Cammino di perfezione, Teresa di Gesù ricorda che non si può con sincerità pregare che sia fatta la Sua volontà senza aver già perdonato tutto, o senza averne almeno il proposito.

Il perdono dei nostri debitori è un frutto della conversione, impossibile altrimenti. È un amore contagioso che spezza la catena del male, il pubblicano Zaccheo si converte perché si vede amato da Cristo. Il fariseo invece può solo disprezzare gli altri, perché credendosi giusto non ha mai sperimentato la misericordia divina. È un vero e proprio circolo virtuoso:

Questo è il cerchio d’amore e perdono in cui Dio ci avvolge: dato che siamo stati perdonati noi, anche noi possiamo perdonare gli altri; e dato che possiamo perdonare, possiamo chiedere perdono a Dio [9].

 

Uno “scambio” alla pari?

 

Il perdono di Dio è sempre gratuito, non lo si potrebbe ottenere dando qualcosa in cambio. Non abbiamo il diritto di essere perdonati perché perdoniamo. Semplicemente Dio ci fa stringere un patto con lui quando ci impegniamo, con questa petizione, a perdonare gli altri. Non si può parlare di scambio anche perché la differenza tra i due perdoni è abissale. Ricorda san Giovanni Crisostomo che

Tu perdoni perché hai bisogno di essere perdonato, Dio ti perdona senza averne alcun bisogno. Tu perdoni a uno che è servo come te, Dio perdona ad un suo servo. Tu sei reo di mille crimini, Dio è assolutamente impeccabile [10].

Anche san Cirillo di Gerusalemme, nella Catechesi mistagogica V, ci invita a guardare al perdono nella giusta dimensione:

pensiamo dunque a quello che riceviamo e a quale prezzo; non differiamo e non rifiutiamo il perdono agli altri. Le offese di cui siamo vittima sono lievi, insignificanti e senza gravità: al contrario, quelle che abbiamo commesso nei confronti di Dio sono gravi, e solo dalla carità divina nei nostri riguardi possiamo attenderci il perdono. Stai dunque attento a non vederti rifiutare il perdono dei tuoi gravissimi peccati commessi contro Dio, per non aver voluto perdonare insignificanti peccatucci [11].

 

Convenienza del perdono

 

Il perdono del cristiano, umanamente incomprensibile, dà testimonianza dell’amore di Dio e lo rende manifesto. Per Teresa di Gesù, Dio ci ha imposto il perdono come unica condizione per “l’impossibilità di mettere d’accordo l’onore e il profitto spirituale”[12]. I punti d’onore sono ciò che ci fa ritenere offesi dagli altri, il nostro senso di giustizia per cui tutto ci è dovuto. Con parole molto belle, Agostino illustra l’utilità del perdono:

Certo che avete nemici. Infatti, chi vive in questo mondo senza avere nemici? Amateli! Il peggiore nemico non potrà mai farti tanto danno come quello che ti fai tu stesso se non ami il tuo nemico. Egli può danneggiare il tuo patrimonio, la tua casa, tuo figlio, tua moglie, il tuo corpo, ma non può danneggiare la tua anima, cosa che, invece, tu puoi fare. Desidera il bene per lui, che in lui muoia il male e cosi non sarà più tuo nemico. Cosa guadagni con il male del tuo nemico? Ciò che ti e nemico di lui non è la sua persona, ma la sua colpa. […] Prega anche tu contro la malvagità del tuo nemico, perché essa muoia ed egli viva. Se il tuo nemico muore, non avrai più un nemico, ma nemmeno avrai trovato un amico. Invece, se muore la sua malvagità, avrai perduto un nemico e avrai trovato un amico [13].

Un esempio pratico

 

Ancora Agostino, ne Il discorso della montagna, sviluppa l’esempio evangelico della restituzione del denaro. Se qualcuno ti avrà chiamato in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello (Mt 5, 40). Chi, per un motivo o per un altro, non restituisce dei soldi dimostra di essere un povero di cui il cristiano è chiamato ad avere compassione:

 

A chi dunque, o di sua volontà, o chiamato per un accordo, non vorrà restituire il denaro dovuto, lasciateglielo. Due saranno i motivi per cui non vorrà restituire, o perché non l’ha o perché è avaro e avido della roba altrui. Tutte e due queste cose dicono solo “povertà”: di cose, o di animo. Chi perciò condona a uno di questo tipo, condona a un misero e fa un’opera cristiana, perché resta valida quella norma di essere disposti nell’animo a perdere quello che ci sarebbe dovuto. Se invece, con modestia e buone maniere, farà di tutto perché gli venga restituito, non avendo tanto di mira il guadagno pecuniario quanto la correzione del debitore, 21 cui, certo, è di danno avere da restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma farà un’opera vantaggiosa a quel tale, che volendo arricchirsi con il denaro altrui, si danneggia nella fede: danno così grave, a cui nulla può paragonarsi. Da qui si comprende che anche in questa quinta domanda: Rimetti a noi i nostri debiti, non si tratta di denaro, ma di tutto quello che uno può commettere contro di noi; anche perciò del denaro [14].

 

Irritazione, ira, odio

 

Sempre Agostino fornisce un chiarimento terminologico molto interessante. Nella Scrittura si invita a deporre al più presto l’ira, Non tramonti il sole sulla vostra ira (Ef. 4, 26). Infatti non bisogna credere

… che l’ira sia una cosa da nulla. Il profeta dice: «I miei occhi sono offuscati dall’ira» (Sal 6,8). Chi ha gli occhi offuscati non può vedere il sole. Cos’è l’ira? La passione della vendetta. Se Dio si vendicasse di noi, dove andremmo a finire? Se ti sei irritato non pecchi: «lrritatevi, dunque, ma non peccate>> (Sal 4,5; E f 4,26). lrritatevi, perché siete uomini, vinti dalla vostra debolezza, ma non peccate conservando l’ira nel vostro cuore perché in questo modo non potrete entrare nella luce. In questo modo danneggiate voi stessi. Cos’è l’ira? La passione della vendetta. E l’odio? La stessa ira, ma che ha messo radici nel cuore, nel qual caso può chiamarsi odio[15].

 

Quindi l’irritazione è qualcosa di difficile da evitare ma il vero pericolo è l’alimentarla,  facendola diventare ira e poi odio. E Chi odia suo fratello è un omicida (1 Gv 3, 15).

 

Leggi anche: 

 

E Rimetti a noi i nostri debiti…

 

Agostino e il perdono

Note

[1] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 17.
[2] Mt 18, 23-35.
[3] Mt 7, 2.
[4] Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.  Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6, 36-38).
[5] Mc. 11, 25.
[6] Mt 5, 23-24.
[7] Didachè, c. 14, 2-3.
[8] Mt. 5, 9.
[9] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 31.
[10] Ivi, p. 23.
[11] Ivi, pp. 46-47.
[12] La preghiera, cfr. Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 76.
[13] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., pp. 25-26.
[14] Il discorso della montagna, Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., pp. 39-40.
[15] Ivi, p. 34.

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Sul De gratia et libero arbitrio di Agostino

Il Sulla Grazia e sul libero arbitrio è una delle ultime opere del grande pensatore cristiano. Come abbiamo già visto qui, si è attribuito erroneamente ad Agostino una teologia in contrasto con il libero arbitrio che egli invece non ha mai negato. In questo articolo ripropongo una sintesi più estesa dell’opera agostiniana al fine di far meglio comprendere il suo pensiero.

 

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Il ritorno di Nestorio

Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio dinestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 

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Venga il tuo Regno

Il Padre Nostro ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella vita cristiana e nella riflessione patristica per il suo profondo contenuto spirituale. Infatti, nelle varie petizioni della preghiera di Gesù, è come se svenisse scandita la vita del cristiano con semplicità e – allo stesso tempo – con grande intensità. Una delle petizioni più interessanti è senza dubbio la terza: Venga il tuo Regno. Nell’articolo che segue ho cercato di riassumere le tesi fondamentali di un opuscolo molto ben fatto di Adalbert Gautier Hamman ed Emiliano Jimenez Hernandez, intitolato proprio Venga il tuo Regno (terzo volume della collana Il Padre Nostro, edizione Chirico).

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Sulle prescrizioni alimentari

Le prescrizioni alimentari erano un segno di distinzione del pio israelita rispetto ai pagani. L’Antico Testamento indica infatti tutta una serie di norme che vietano la consumazione di determinati cibi, considerati impuri, e i metodi di macellazione di quelli invece leciti. Per questo le prescrizioni alimentari contraddistinguono ancora la religione ebraica e quella islamica ma non, come alcuni credono, il Cristianesimo.

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Sulla comunione dei santi

Si tratta di un concetto fondamentale del Cristianesimo, perché – come recita il Catechismo – la “ comunione dei santi è precisamente la Chiesa” e:

 

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San Paolo e le donne: una moglie o una sorella?

Nella prima lettera ai Corinzi, san Paolo parla del diritto degli apostoli di essere sostenuti dalla Chiesa a causa della predicazione. Tra questi “privilegi” c’è anche quello di essere aiutati da donne credenti che li accompagnavano nelle loro missioni (1 Cor 9, 5). Molti evangelici vogliono per forza caricare questo diritto di una valenza sessuale, come se san Paolo stesse dicendo che gli altri apostoli avevano bisogno di portarsi dietro le mogli mentre lui ci rinunciava volentieri. In realtà si tratta di un’interpretazione basata su una traduzione errata.  Le bibbie protestanti, infatti, traducono “una moglie, sorella in fede” mentre la traduzione Cei ha semplicemente “donna credente”. Si tratta di un equivoco dovuto in parte all’ambiguità del testo in greco e quindi non nuovo. Infatti, nel testo che sto per riportare, sant’Agostino ci spiegherà nei dettagli perché san Paolo non sta parlando di mogli. La cosa significativa è che si tratta solo di un inciso, l’argomento dell’opera è il diritto di non lavorare invocato abusivamente dal alcuni monaci. Quello della “moglie” era un equivoco in cui già erano caduti alcuni traduttori del tempo ma che era già stato superato per le ragioni che il vescovo di Ippona dirà. 

 

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