Regnerus e gli studi sulle adozioni gay

Su giornali come il Corriere della Sera si cerca di far passare il messaggio che ormai la bontà delle adozioni gay sia dimostrata da “trent’anni di studi”. Pubblicazioni che in effetti vengono citate con orgoglio dagli attivistigay come prova inconfutabile della loro ideologia: ma che valore hanno questi studi? È noto che, nonostante lo sbandieramento anche da parte degli psicologi, il loro valore scientifico sia molto basso soprattutto per il numero insufficiente di campioni preso in esame (che impedisce di generalizzare e ottenere risultati statisticamente significativi). Ben altri risultati, invece, ha raccolto la prima grande ricerca sull’argomento di Mark Regnerus pubblicata – in peer-review – sulla rivista “Social Science Research”. Il sociologo americano, ovviamente, è stato pesantemente attaccato ma – vista anche l’assoluzione dell’Università del Texas riguardo l’accusa di malascienza – molti siti gay stanno ricorrendo ad un più goffo espediente: manipolano le dichiarazioni rilasciate da Regnerus in un’intervista per fargli dire da solo che ha sbagliato praticamente tutto, per cui lo studio non vale niente.

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Sulla decima e sul vangelo della prosperità

 

Non tutti sanno che nel variegato mondo pentecostale il vangelo della prosperità occupa una parte importante. Di cosa si tratta? È un portato della terza ondata pentecostale e prende il nome di Movimento della fede. Nato negli Usa, come al solito, è arrivato in Italia e si sta molto diffondendo in Africa. Il motivo di questo successo non è difficile da comprendere visto che l’unico Dio adorato da costoro è il denaro. Il loro messaggio è sostanzialmente questo: “Se diventi cristiano Dio ti benedice. Essere benedetti da Dio vuol dire diventare ricchi, vivere una vita “abbondante” (significativamente, termini come questo ricorrono spesso fin nei nomi delle loro chiese) e senza malattie”. Un ottimo affare, insomma. La fregatura è che per diventare davvero cristiani bisogna lasciarsi del tutto spogliare dal pastore di turno, con decime, primizie, offerte e quant’altro. Ovviamente c’è anche la giustificazione biblica tramite i seguenti passi: Malachia 3, 10 (grandi benedizioni per chi dà la decima); Levitico 27, 30 (la decima di ogni cosa appartiene a Dio); 1 Re 17, 1-16 (episodio di Eliseo e la vedova); Mt 12, 41-44 (episodio della vedova al tesoro del Tempio). Quando un evangelico vi cita insistentemente questi passi rifiutandosi – come al solito – di ragionarci e di rapportarli al resto della Scrittura, vuol dire che avete trovato un pentecostale sedotto dal vangelo della prosperità.

Sulle prescrizioni alimentari

Le prescrizioni alimentari erano un segno di distinzione del pio israelita rispetto ai pagani. L’Antico Testamento indica infatti tutta una serie di norme che vietano la consumazione di determinati cibi, considerati impuri, e i metodi di macellazione di quelli invece leciti. Per questo le prescrizioni alimentari contraddistinguono ancora la religione ebraica e quella islamica ma non, come alcuni credono, il Cristianesimo.

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Gli italiani e i santi

Nel lontano 2006 Famiglia cristiana commissionò un sondaggio sul rapporto degli italiani con i santi. I risultati, com’era prevedibile aspettarsi, furono che il santo più invocato era Padre Pio con sant’Antonio secondo classificato. Capita ancora oggi di vedere anticlericali e protestanti che, in una convergenza ormai consueta, riesumano questo sondaggio come prova della cosiddetta idolatria dei cattolici. L’accusa? Gli italiani non hanno la più pallida idea di chi sia Gesù, pensando solo a Padre Pio. Per quanto inverosimile, questa interpretazione venne proposta dalla stessa Famiglia Cristiana che – per bocca di don Tonino Lasconi – stigmatizzò la “fede popolare” degli italiani. E lo stesso dissero il Corriere della Sera e Repubblicadove nella sua rubrica Michele Serra ironizzò sui cristiani per i quali Cristo “non è abbastanza conosciuto da dedicargli almeno un pensiero ogni tanto”. Cristo infatti era risultato solo settimo nella classifica dei santi più invocati.

 

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Frammenti di morale pentecostale

Non si parla molto dei pentecostali, e le rare volte in cui questo accade ci si sofferma sempre sulle loro controverse dottrine. Eppure c’è un altro aspetto – quello della morale – non meno interessante. Chi sono gli evangelici, e come vivono? Istintivamente verrebbe da dire che sono persone come tutte le altre, non immediatamente riconoscibili per diversità di costumi. Ma questo non è sempre vero, o almeno lo è solo in parte. Mi è capitato tra le mani – si fa per dire – questo libro online del noto pastore Giacinto Butindaro. Si tratta di uno dei predicatori più “rigorosi” che gli evangelici possano vantare, è quindi un caso limite ma in realtà piuttosto emblematico. Sono infatti le domande stesse che testimoniano l’esistenza – nel mondo evangelico – di dilemmi morali al quanto curiosi (almeno per la mentalità comune). Elenco ora quelli che mi sono sembrati più interessanti:

 

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I viaggi del Papa nell’era di Facebook

Si è da poco conclusa la difficile visita pastorale al popolo cubano da parte di Benedetto XVI. Essendo un utente di Facebook confesso che – nella solfa dei soliti link spazzatura contro la Chiesa – mi aspettavo il ritorno dello slogan “Vaticano amico dei dittatori ecc…”. E invece ho dovuto constatare che non è avvenuto nulla di simile. Nessun link con la foto del Papa e di Fidel Castro con didascalie denigratorie nei confronti del Pontefice. Sono ragionevolmente certo che non siano stati nemmeno creati link simili, o comunque non hanno avuto una buona circolazione (posso dirlo perché frequento molti gruppi diciamo “sensibili” a questi temi). Così mi sono reso conto di essere stato, in effetti, ingenuo. Perché questi link si basano sull’ignoranza delle persone, e farli circolare a visita in corso sarebbe un grosso errore. Perché anche il più ingenuo utente di Fb, inevitabilmente, accende la tv e quindi si rende conto che non si tratta di una visita al dittatore ma al popolo cubano. Di una visita dal grande spessore umano e religioso, con continui richiami alla libertà religiosa e ai diritti umani. Certo, inevitabilmente c’è anche l’incontro col dittatore e con le autorità politiche che – per fortuna – si svolge all’insegna della cordialità. E non si capisce quale sia il problema, né come si possa immaginare un’alleanza tra il Papa e uno stato ateo-comunista. Infatti non sono mancati gli incidenti e le tensioni, né prima né durante la visita, e per questo il Papa ha chiesto “un gesto di buona volontà” al governo istituendo la festa del Venerdì santo.

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Il dovere d’aborto

L’espressione potrebbe sembrare provocatoria, una parodia del ben più noto “diritto” d’aborto. In realtà la differenza è molto labile, lo dimostra molto bene Piergiorgio Odifreddi in un articolo del suo blog, dal rassicurante titolo “Per una procreazione responsabile”.

 

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Sofri e l’elogio del nuovo totalitarismo

In un allucinante articolo su Repubblica, Adriano Sofri si lancia nell’esaltazione del suicidio assistito come segno di una “civiltà superiore” in contrapposizione ai totalitarismi. Con il suo gesto, quindi, Lucio Magri ci avrebbe finalmente liberati consegnandoci una civiltà di lusso in cui vita e morte sono la stessa cosa. Infatti, il principio della indisponibilità della vita sarebbe uno sgradito residuo di totalitarismo. Questo quando, invece, caratteristica dei regimi totalitari è l’esatto opposto: la completa disponibilità della vita. La quale, in virtù di un principio superiore, è nelle mani del burocrate, del gerarca e del dittatore che possono disporne come meglio credono: comminando l’esilio, la schiavitù o la pena di morte. E il tutto in maniera assolutamente arbitraria. Il principio della vita come valore assoluto e intoccabile, quindi indisponibile, è invece un portato delle democrazie moderne che hanno attualizzato l’antico insegnamento cristiano veicolato dalla dichiarazione dei diritti umani prima americana e poi francese.

 

Una tale esaltazione del suicidio assistito ha quindi come automatica conseguenza la rivalutazione dei totalitarismi, e in particolare di quello che più degli altri ha fatto dell’eutanasia il suo cavallo di battaglia: il nazismo. Infatti fra quest’ultimo e la nostra civiltà di lusso non c’è una completa e insanabile discrasia di paradigmi e valori. Il nazismo sopprimeva i disabili e le cosiddette “vite improduttive” e “indegne di essere vissute” con la forza o con l’inganno. Di fronte a questo fenomeno non abbiamo più il diritto di inorridire: altrimenti facciamo esplodere la spocchia sofriana. Possiamo, infatti, solo avere qualcosa da ridire sull’uso della forza e dell’inganno ma non sul gesto in sé. Non è certo un’enormità anche solo il principio che esistano vite umane da sopprimere per mano dello Stato o di chicchessia! Quindi, il discrimine fra il nazismo e la sospetta “civiltà di lusso” è tutta nel metodo e non nel merito. E questo metodo diverso consisterebbe nella libertà e nel consenso.

 

Già negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale, Romano Guardini – con grande acutezza – poteva affermare che non esisteva concetto che fosse stato più pervertito di quello di libertà. Infatti, anche i totalitarismi basavano le loro ideologie sulla libertà e su un consenso di massa che effettivamente avevano. Ma era una libertà completamente avulsa da ogni forma di verità, e quindi il suo esatto contrario. Ed è in fondo la stessa libertà formale di cui parla Sofri. Egli, infatti, non sembra per nulla interessato al problema spinoso dell’effettivo consenso all’eutanasia che un malato può dare. In una società che ti ritiene un inutile peso, il consenso a togliere il disturbo può essere fortemente condizionato e tutt’altro che libero. Ma Sofri ci concede quantomeno il diritto di sperare che una persona a noi cara non prenda la fatale decisione. Forse, allora, ci viene anche riconosciuta la facoltà di provare a dissuadere il disperato che sta per buttarsi giù da un ponte come un sacco di rifiuti, prima di dargli la spinta. È una ben magra consolazione, nessun tentativo di dissuasione può sperare di avere successo se si fa presente al disperato che effettivamente lui potrebbe essere immondizia e che quindi potremmo aiutarlo a buttarsi giù. I diritti umani esistono, sì; ma non per lui. È sostanzialmente questo il valore – se così si può definire – dei colloqui che gli sciacalli di Exit ci assicurano di tenere con i loro assistiti prima di terminarli. Proprio questa mattina su Raiuno, un sensibilissimo esponente di Exit Italia proprio davanti all’esempio di un disperato che vuole buttarsi giù da un ponte ha risposto: “Lo faccia! Che ce ne importa?!”. Ma Sofri va anche oltre: nota che il suicidio interessa soprattutto i giovani e i carcerati. Quasi come a voler suggerire a Exit di non discriminare anche queste categorie che, pur non potendo essere considerati malati propriamente detti, hanno pur sempre il diritto di decidere della loro vita e di essere “aiutati”. Del resto, non contano i motivi. Nessuna differenza fra una malattia terminale e “una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli”. Il tema della mano tesa perchè il malcapitato desista e “torni di qua” è solo un vuoto moralismo, se l’altra mano è pronta a spedirlo “di là”.

 

Ma questi non sono problemi degni dell’attenzione di una “civiltà di lusso”, così come è del tutto superfluo il problema che un depresso – come era Magri – potrebbe non essere in grado di decidere lucidamente su una questione che si potrebbe a pieno titolo definire di vita e di morte. Non importa, ci basta un consenso formale. Un pezzo di carta che ci faccia stare tranquilli di non stare sopprimendo un innocente ma di stare aiutandolo. Ma il gesto stesso si basa su un principio talmente grave che ovviamente, col tempo, si inizia a fare a meno anche di un consenso puramente formale, come si osserva nei paesi dove l’eutanasia è ormai ideologia consolidata e che non risparmia nemmeno i bambini. E così un articolo che vuole salutare l’avvento di una civiltà che ci lascia finalmente alle spalle il totalitarismo, si mostra per il suo esatto contrario. Una nuova civiltà sì, ma non quella della democrazia moderna basata sui diritti umani e sulla vita come valore assoluto. No, una riedizione libertaria del totalitarismo in cui la vita è una cosa, un bene disponibile: un peso da affidare più o meno volontariamente ad altri perchè ce ne liberino.

La Gmg e la sinistra

Mario Adinolfi, voce critica del centro-sinistra, ha scritto un articolo molto bello sulle indegne contestazioni contro la Gmg di Madrid. Esistono, in effetti, due pesi e due misure sul concetto di intolleranza. La differenza sta tutta nel destinatario (un pò come la satira): se colpisce chi ci è avverso, è una grande manifestazione di libertà; se, invece, colpisce noi o i nostri amici è un’aggressione fascista. Per questo non sono nemmeno immaginabili le reazioni che susciterebbero contestazioni come queste contro un Gay Pride. È anche il motivo per cui, come già detto in altri post, sembra che gli eventi cattolici siano un insopportabile fonte di spesa mentre le manifestazioni “laiche” sembrano a costo zero e il problema non si pone proprio. Motivazione economica che, ovviamente, non manca nemmeno controla Gmg nonostante le assicurazioni dei suoi organizzatori e del governo più anticlericale d’Europa.

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Odifreddi in commedia

Segnalo ai lettori questa gustosa chicca estiva con cui l’Odifreddi provinciale torna di prepotenza sul nostro blog, dopo mesi di meritata assenza. Per chi non lo sapesse, Odifreddi ha avuto di recente una svolta comportamentale. Niente più polemiche ma tono pacato, con spazio perfino per sentimenti di stima a Benedetto XVI come teologo. Se si tratti di sincera conversione o di sottile strategia di chi ha provato a buttarla in rissa con mezzo mondo (dal Papa fino a Giorgio Israel e passando per Messori) ricevendone in cambio solo indifferenza quando non garbata derisione, è bene che ognuno creda quello che vuole. Resta il fatto, però, che ogni tanto riemerge la contraddizione “vecchio-nuovo” Odifreddi con esiti piuttosto comici. Ne è un esempio il libro “Perchè Dio non esiste” di cui Giorgio Israel ha riportato i passi, non certo lusinghieri, a lui dedicati in questo post del suo blog. Niente di nuovo, del Nostro abbiamo letto molto di peggio. La novità è che lo stesso Odifreddi risponde al post con un commento in cui disconosce il libro e si scusa per quelle parole come non dette da lui. Invece di ammettere di aver semplicemente cambiato idea e atteggiamento, accusa intervistatore (per giunta non credente massimalista, come lui) ed editore di aver pubblicato il libro contro la sua volontà. I quali ovviamente negano l’accusa (ci sono le registrazioni), l’editore offre perfino le prove in un commento dello stesso post e anche l’autore dice la sua su quello che definisce l’“impazzimento” del “soldato Odifreddi”. Divertenti anche i commenti di Giorgio Israel, il quale non manca di far notare che Odifreddi ha detto di lui anche di peggio e in articoli che portano la sua firma. Cose per cui non sono mai arrivate scuse o rettifiche, nemmeno dal nuovo Odifreddi. Da leggere anche gli altri commenti di Israel che costituiscono un magistrale quanto sintetico riepilogo delle imprese del personaggio.