Un bilancio dell’Inquisizione spagnola: quante vittime?

La rete ama l’Inquisizione, questa istituzione storica la cui solo menzione dovrebbe bastare per mettere in ginocchio qualunque cattolico. Vista la sua importanza metastorica è inevitabile che l’Inquisizione venga sempre più mitizzata, sulla scia della obsoleta storiografia anticlericale di stampo ottocentesco. Capita così che molti siano convinti che l’Inquisizione abbia causato la morte di milioni di persone (cioè nei manuali dovremmo trovare che la Chiesa sia stata tra le prime cause di morte della popolazione europea insieme a guerre, carestie e pestilenze). Siti anticlericali e protestanti fanno ormai a gara a chi la spara più grossa. In particolare il sito protestantesimo.it propone un articolo (che esce tra i primi risultati nei motori di ricerca) dove – tanto per pareggiare i conti con la Seconda guerra mondiale – si pretende che l’Inquisizione abbia ucciso 56 milioni di persone (anzi, uno in più dell’ultimo conflitto!). Peccato che tutte le fonti citate siano false, addirittura il calcolo viene attribuito alla Fondazione Nobel di Stoccolma ma stranamente la “scoperta” è riportata solo su questo sito ed è ignorata dal resto del mondo (accademico e non). Inoltre il formidabile autore  – ovviamente anonimo – pone da solo le basi della sua confutazione. Infatti il nostro eroe non può nemmeno immaginare che, nonostante le pretese universalistiche, l’Inquisizione abbia potuto operare in pratica solo in Spagna e in Italia.  Se, con calcoli assurdi, riesce ad autoconvincersi che un numero di morti così alto sia verosimile (!?) in quanto spalmato sull’intero continente europeo, con quali salti mortali si può sostenere che – allora – la Chiesa abbia sistematicamente e ripetutamente sterminato la popolazione italiana e quella spagnola? E come hanno potuto sopravvivere paesi così piccoli, di fronte ad una tale macchina da guerra?

Scherzi e follie a parte, guardando alla storiografia più aggiornata, cosa si può dire sulle vittime dell’Inquisizione? In questo articolo riporto l’interessante contributo di Joseph Perez, professore di Storia dell’Università di Bordeaux-III in Breve storia dell’Inquisizione spagnola (per la collana storica del Corbaccio diretta da Sergio Romano; pp. 172-178). Prendiamo quindi in considerazione la più severa Inquisizione cattolica.

Quante furono le vittime imputabili all’lnquisizione? I lavori pubblicati nell’ultimo trentennio consentono di affrontare la questione, se non proprio con sicurezza, quanto meno con obiettività. All’inizio del XIX secolo Llorente, nella sua Historia critica de laInquisitcìon en Espana, fu il primo a tentare di rispondere con precisione. Conosceva bene gli archivi del Sant’Uffizio, per aver ricoperto cariche di responsabilità in quella istituzione. Ecco le cifre che ci fornisce: 340.592 vittime dalle origini (1480) al 1815, con le seguenti precisazioni: 31.913 individui arsi fisicamente, 17.659 in effigie, 291.021 riconciliati o condannati a pene minori. Llorente aggiungeva che la repressione era stata particolarmente severa nel corso degli anni 1483-1498; in questo periodo, in cui a ricoprire la carica di inquisitore generale era stato Torquemada, c’erano stati 8800 arsi sul rogo e 9654 condannati a pene varie.

A partire dalla metà del XIX secolo le cifre fornite dal Llorente vennero contestate come assolutamente esagerate. Nel suo libro sul cardinal Ximenes un autore cattolico come Joseph Karl Hefele, che passa per un apologeta del Sant’Uffizio, così come anche un protestante come Peschel, convengono su questo punto. Per Peschel il numero delle persone arse dal 1481 alla morte della regina Isabella (1504) non avrebbe superato le duemila. Anche Graetz parla di duemila vittime che sarebbero morte sul rogo, ma solo al tempo di Torquemada. All’inizio del XX secolo, Lea criticò il metodo di Llorente. Avendo a disposizione documentazioni lacunose, Llorente era partito dai dati forniti dal cronista Bernáldez e, in seguito, dallo storico Mariana; aveva calcolato la media annua delle vittime quale risultava da queste fonti e ne aveva fatto un’estrapolazione per gli anni sui quali non esistevano informazioni. Si basava dunque sul presupposto che l’attività del Sant’Uffizio avesse sempre avuto la stessa intensità negli anni dell’insediamento, il che non corrisponde al vero. Senza averlo fatto deliberatamente, Llorente aveva esagerato di molto il numero delle vittime. Per il periodo che va fino al 1560 circa non si hanno dati statistici precisi; la maggior parte degli archivi sono scomparsi; i cronisti coevi riportano informazioni frammentarie e non sempre corredate di dati esatti su1l’attività dei primi tribunali; altre fonti sono più sicure, come per esempio le note che Klaus Wagner scoprì in margine ai registri di Siviglia: vi si fa spesso riferimento ad avvenimenti quali autodafé, con l’indicazione del numero delle vittime. Si sa che la repressione fu particolarmente dura e sanguinaria nel periodo dell’insediamento […]

Quindi, fin dall’inizio, la leggenda nera si è sostanziata di dati errati. Supposizioni – più probabilmente pregiudizi – che hanno portato a parlare di centinaia di migliaia di morti (comunque non di milioni, come i millantatori contemporanei). Ma allora quante furono le vittime? È possibile fare una stima?

A partire dal 1560 fino alla fine del XVII secolo i tribunali erano obbligati a inviare alla Suprema rapporti periodici- relaciones de causas — nei quali descrivevano sommariamente i processi in corso, i nomi degli accusati, la natura dei reati, le sentenze pronunciate, e così via. Nel XVIII secolo le allegazioni (alegaciones fiscales) fornite dagli accusatori presentano caratteristiche analoghe. Se queste fonti non contengono sempre statistiche rigorose, permettono tuttavia di valutare con ragionevole approssimazione il numero delle vittime. Lo abbiamo già detto: in una ventina di anni, tra il 1481 e il 1500, ricorrendo a una repressione durissima, l’Inquisizione risolse il problema dei giudaizzanti spagnoli; e, d’altronde, questo era lo scopo per il quale era stata creata. A partire dal 1500 questa categoria di eretici non figurò più che a titolo residuo nell’attività dei tribunali; ritornò in primo piano con l’arrivo dei conversos portoghesi negli ultimi anni del XVI secolo. Nel frattempo il Sant’Uffizio aveva rivolto la sua opera contro gruppi minoritari – quali gli illuminati e i protestanti –, o contro numerosissimi Vecchi Cristiani perseguiti per affermazioni scandalose, bestemmie, omosessualità, superstizione, stregoneria… ma questi ultimi reati venivano puniti con pene leggere. I moriscos, accusati di ritornare all’islam, furono puniti meno duramente dei giudaizzanti. Questo stato di cose spiega la decisa diminuzione delle condanne a morte tra il 1500 e il 1580. Dopo questa data e fino ai primi decenni del XVIII secolo i giudaizzanti di origine portoghese furono oggetto di una repressione che, pur essendo cruenta, era lungi dal toccare il livello degli anni 1480-1500.

 Dobbiamo a Jaime Contreras e a Gustav Henningsen le ricerche più serie per riuscire a valutare il numero delle vittime dell’Inquisizione spagnola. Basandosi sulle relaciones de causas, i due storici giunsero a stimare che tra il 1540 e il 1700 il Sant’Uffizio perseguì 49.092 individui. Procedendo a estrapolazioni prudenti per l’epoca anteriore e quella posteriore, calcolarono che furono intentati in totale 125.000 processi. Tre volte meno di quanto aveva suggerito Llorente. In tali processi le frasi scandalose e le bestemmie erano in testa e rappresentavano, a quanto sembra, il 27 % del totale. Venivano poi i colpevoli di maomettismo (24 %), i giudaizzanti (10%), i luterani (8 %) e infine coloro che praticavano i superstizioni diverse, tra cui la stregoneria (8%). Per quanto riguardava le pene inflitte, Contreras e Henningsen stimano che la pena di morte sia stata inflitta nel 3,5% dei casi, ma che solo l’1,8% dei condannati sarebbe stato effettivamente giustiziato; gli altri sarebbero stati arsi in effigie. In altri termini, tra il 1540 e il 1700 sarebbero state giustiziate 810 persone. Noi sappiamo che le condanne a morte erano state numerosissime prima del 1500 e che se ne ebbero ancora alcune dopo il 1700. E dunque ragionevole stimare in meno di diecimila le condanne a morte con relative esecuzioni pronunciate dall’Inquisizione nel corso della sua storia.

Meno di diecimila vittime, dunque, nel giro di due secoli. La storia umana è sempre stata molto cruenta, ma per capire la portata di questa cifra può essere utile fare qualche paragone. Ad esempio si stima che nell’eccidio di Tessalonica del 390 – ordinato dall’imperatore Teodosio per rappresaglia – trovarono la morte circa settemila persone. Cioè una cifra simile a quella stimata per l’Inqusizione, ma in un solo giorno e in maniera del tutto arbitraria. Eppure nessuno pensa a Tedosio come ad un precursore del nazismo, trattandosi solo di uno degli esempi di ahimè ordinaria violenza della storia. Ma la cifra proposta qui riguardo l’Inquisizione è dovuta a bieco giustificazionismo? A incaute e reazionarie motivazioni apologetiche? No, per due ordini di ragioni. In primis lo studio di Contreras e Henningsen è citato in tutte le pubblicazioni scientifiche più importanti; in sencundis l’autore che stiamo seguendo non può essere sospettato di voler fare apologetica. Basta continuare la lettura:

Si è ben lontani dalle cifre solitamente proposte. A titolo di confronto, le guerre di religione in Europa avrebbero fatto decine di migliaia di vittime. La sola notte di San Bartolomeo (24 agosto 1472) ne avrebbe causato almeno tremila a Parigi, oltre a quelle nelle altre città della Francia. Alla fine del XIX secolo il romanziere Uan Valera dichiarava: « Il numero di tutti i mori, ebrei ed eretici perseguiti e arsi in Spagna nel corso di trecento anni è lungi dall’eguagliare il numero delle streghe bruciate in Germania ». Considerazioni di questo genere vanno moltiplicandosi ai nostri giorni, sui giornali nonché nelle opere considerate serie. Il contesto lascia capire che, tutto sommato, l’Inquisizione spagnola non è stata che una tra le tante manifestazioni dell’intolleranza caratteristica dell’epoca delle guerre di religione e che non c’è ragione di scandalizzarsene in modo particolare. La decretale pontificia Memoria e Riconciliazione con la quale la Chiesa cattolica ha chiesto perdono per i soprusi commessi dall’Inquisizione, è rivelatrice di questa tendenza a circoscrivere e sminuire il Sant’Uffizio. Giovanni Paolo II ricorda che l’Inquisizione era stata creata e aveva operato in una fase dolorosa della Chiesa. Dalla lettura del documento si ricava l’impressione che gli abusi commessi, condannati in sè e per sé, in definitiva sono meno numerosi dì quelli che si possono osservare nella stessa epoca in altre religioni.

Il problema posto dall’Inquisizione non dovrebbe ridursi ai suoi dati statistici e a una macabra contabilità. Nel XVI secolo la libertà di pensiero non esisteva in nessuna parte del mondo. Tutti gli Stati praticavano l’intolleranza. Dobbiamo allora forse concludere che l’Inquisizione spagnola non merita la fama sinistra attribuitale, in quanto sarebbe stata meno cruenta delle numerose manifestazioni di intolleranza verificatesi in altri paesi europei, nonché — se parliamo della caccia alle streghe — nell’America anglosassone? Contro questa tendenza a banalizzare — e quindi, che lo si voglia o no, a scusare — l’Inquisizione spagnola, conviene ricordare alcuni fatti. Il Sant’Uffizio spagnolo non fu una manifestazione di intolleranza come tante altre verificatesi in Europa. Pur ammettendo che l’Inquisizione spagnola sia stata meno sanguinaria di quanto si è sempre detto — il che è vero —, rimane il fatto che non ha avuto equivalenti in Europa. Da questo punto di vista ha fatto il punto Marcel Bataillon nella sua tesi su Erasmo, pubblicata nel 1937: << La repressione spagnola si distingue meno per la sua crudeltà che per la potenza dell’apparato burocratico, poliziesco e giudiziario di cui dispone. La sua organizzazione centralizzata copre tutta la penisola con una rete piuttosto fitta; <possiede persino i suoi informatori all’estero […]. Dato che l’editto della fede ingiungeva a tutti di denunciare i reati contro la fede di cui potevano essere a conoscenza, tutto il popolo spagnolo si trova associato, che lo voglia o no, all’azione inquisitoriale ». Queste caratteristiche fanno si che i confronti con altri paesi non siano probanti. In tutti gli altri luoghi si assiste ad accessi di intolleranza che provocano migliaia di vittime, accessi preceduti e seguiti da periodi più o meno lunghi di pace; in Spagna ci si trova in presenza di un’intolleranza meno cruenta, certamente, ma di un’intolleranza istituzionalizzata, organizzata e burocratizzata, e che durò molto più che altrove, dal 1480 al 1820. La formula stessa del Sant’Uffizio la rendeva temibile: giurisdizione mista, con finalità religiosa ma sottoposta all’autorità dello Stato, l’Inquisizione anticipò in un certo senso il totalitarismo moderno.

Si legge tra le righe, in Perez come in altri storici, quasi un disappunto per lo scarso numero di vittime riscontrate. L’Inquisizione spagnola ha fatto un numero di morti totale inferiore rispetto alla caccia alle streghe (ovvero ad un singolo caso oggetto di intolleranza religiosa) nei paesi protestanti? È vero, ma a ricordarlo troppo si rischia di essere tacciati di giustificazionismo. Non che la motivazione di fondo addotta da Perez sia sbagliata: la violenza dell’Inquisizione non si misura solo col numero di morti ma anche, per esempio, nelle pene infamanti alle quali vennero sottoposte molte persone. È una violenza di cui la Chiesa ha fatto bene a liberarsi nella grande richiesta di perdono fatta da Giovanni Paolo II. Se il numero di vittime non può in alcun modo cambiare il giudizio etico, è vero anche che la distanza tra la realtà storica ormai appurata e la leggenda nera è così grande che non ci si può esimere dal sottolinearla. Soprattutto perché mentre gli studi storici più aggiornati stentano a raggiungere il pubblico, la leggenda nera si radica sempre di più nella mente delle persone (anche, come abbiamo visto, a causa della diffamazione che viaggia sempre più prepotentemente su internet).

Forse è proprio questa stizza a spiegare affermazioni (che sembrano quasi riparative) come quella che vuole vedere nell’Inquisizione un’anticipazione del totalitarismo. Quando quest’ultimo è un fenomeno assolutamente moderno e del tutto inedito, impensabile – non solo irrealizzabile – in una società di Antico Regime. Ammesso infatti – e non concesso: lo stesso Perez ricorda che le condanne all’ergastolo si risolvevano in due o tre anni di detenzione, per mancanza di fondi… – che l’apparato burocratico-poliziesco del Sant’Uffizio sia paragonabile a quello degli stati totalitari, non lo è assolutamente il livello di violenza. Il totalitarismo è una forma di governo che si basa sul continuo sacrificio di milioni di persone, uccise in vario modo solo come mero esercizio di potere oppure come ingegneria sociale. Se l’Inquisizione avesse potuto avere a che fare qualcosa con questo avrebbe – come minimo – ucciso la quasi totalità delle persone processate (che avevano invece più garanzie giuridiche rispetto agli stati totalitari) e non un’infima percentuale. È solo uno dei motivi per cui l’accostamento fatto da Perez in conclusione suona un po’ posticcio (con questo ragionamento ogni esperienza autoritaria potrebbe essere considerata anticipazione del totalitarismo). Del resto, molte cose ricordate nel libro stesso (ad esempio che la libertà religiosa non era professata nemmeno dalle minoranze perseguitate e che tutti erano convinti che un regno non potesse reggersi senza l’unità della fede) consigliano di guardare alle vicende dell’Inquisizione non secondo quello che una modernità anticristiana avrebbe prodotto secoli dopo, ma secondo la mentalità del tempo. Perché non considerarla, più semplicemente, una tipica manifestazione dell’intolleranza del tempo con la peculiarità di una repressione istituzionalizzata?  La quale, se da un lato aumentava il controllo poliziesco, dall’altro permetteva di contenere il numero di vittime.

Ad ogni modo, a prescindere dalle valutazioni, è importante sottolineare che ormai tutti gli storici più importanti – di qualunque orientamento religioso e culturale – convengono su dati ormai appurati come la bassissima percentuale di condanne a morte sia nell’Inquisizione spagnola sia in quella italiana. E quest’ultima non ha mai praticato gli eccessi riscontrati negli esordi di quella spagnola che era controllata dalla monarchia e veniva spesso criticata dai pontefici per l’eccessivo rigore.  Quindi testimonianze come quelle che ho riportato nell’introduzione vanno prese in considerazione solo nella misura in cui si vuole studiare il disperato – ma pur sempre efficace – tentativo di una certa subcultura anticlericale di tenere artificialmente in vita quello che tutti ormai definiscono la “leggenda nera”.

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