Sul De gratia et libero arbitrio di Agostino

Il Sulla Grazia e sul libero arbitrio è una delle ultime opere del grande pensatore cristiano. Come abbiamo già visto qui, si è attribuito erroneamente ad Agostino una teologia in contrasto con il libero arbitrio che egli invece non ha mai negato. In questo articolo ripropongo una sintesi più estesa dell’opera agostiniana al fine di far meglio comprendere il suo pensiero.

 

La difesa del libero arbitrio

Come si arguisce già dal titolo, si tratta di un’opera specifica sull’argomento e rappresenta la parola definitiva di Agostino. Essa risale infatti al 426 (il Nostro è morto nel 430) ed è quindi posteriore alla controversia pelagiana. È un’opera fondamentale perché, in un certo senso, Agostino interpreta se stesso e chiarisce il suo pensiero in maniera definitiva. Come si legge nel prologo, l’opera è indirizzata proprio a chi non riesce a conciliare l’azione della Grazia col libero arbitrio finendo per negare l’una o l’altra: quando in realtà sono entrambe verità di fede. Per Agostino, infatti, il libero arbitrio è chiaramente insegnato nella Scrittura, anche perché altrimenti i peccati non sarebbero imputabili all’individuo. Inoltre esso appare evidente dall’espressione stessa dei precetti divini che insistono sempre sulla volontà dell’uomo: “non voler respingere i consigli”; “non voler dimenticare la legge”; “chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso” ecc…per cui

 

…certamente quando si dice: Non volere questo o non volere quello, e quando negli ammonimenti divini a fare o a non fare qualcosa si richiede l’opera della volontà, il libero arbitrio risulta sufficientemente dimostrato. Nessuno dunque, quando pecca, accusi Dio nel suo cuore, ma ciascuno incolpi se stesso; e quando compie un atto secondo Dio, non ne escluda la propria volontà. Quando infatti uno agisce di proprio volere, è allora che bisogna parlare di opera buona ed è allora che per quest’opera buona bisogna sperare la ricompensa da Colui del quale è detto: Renderà a ciascuno secondo le sue opere (2, 4).

Detto questo, però, non bisogna esagerare. Agostino ricorda infatti che “il libero arbitrio richiede il soccorso della Grazia” perché – come diceva san Paolo – l’uomo ha la facoltà di scegliere il bene ma separandosi da Dio ha perso la capacità di attuarlo (Rom 7, 14, 24).

 

Volontà e meriti: alcuni esempi

 

Agostino adduce poi esempi calzanti come quello della continenza (monastica e coniugale). Per poterla avere, la volontà è condizione necessaria ma non sufficiente: ovvero non si può essere continenti senza volerlo. Ma è anche vero che senza la Grazia la volontà sarebbe vana, infatti anche la continenza è un dono di Dio (Sap 8, 21.). Lo stesso dicasi per la conversione, senza però considerare questa volontà come un merito perché – al contrario di quanto pretendeva Pelagio – la Grazia non è data secondo i nostri meriti. Basti pensare a San Paolo che la ricevette mentre perseguitava la Chiesa, quando era un malvagio. Le opere buone che seguono la conversione sono sì meriti ma vanno attribuiti a Dio perché senza di Lui non si può fare nulla (Gv 15, 5). E la vita eterna non è altro che “il premio dei meriti che Dio ci ha donato”. Ma se la vita eterna è la ricompensa delle nostre opere, come può esserci data per Grazia? Per Agostino le opere buone stesse appartengono alla Grazia di Dio (8, 20). E quindi tutto è Grazia:

 

Pertanto, o carissimi, se la nostra vita buona altro non è che grazia di Dio, senza dubbio anche la vita eterna, che viene data in contraccambio alla vita buona, è grazia di Dio; ed essa pure viene data gratuitamente, perché è stata data gratuitamente la vita buona per la quale quella eterna viene concessa. Ma quella vita buona per cui viene concessa, è semplicemente grazia; in definitiva questa vita eterna che viene concessa per essa, poiché di essa è premio, è grazia per grazia, come una ricompensa che contraccambia la giustizia. E così si dimostra vero, perché è vero, che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere 112 (8, 20).

 

 

La Grazia e la volontà

 

Per questo, prima della Grazia, Dio ha donato all’uomo la Legge che gli fa conoscere il peccato perché possa rifiutarlo (10, 22). La Legge serve alla cognizione del peccato (Rm 3, 20), la Grazia– permettendo il compimento della Legge, basandosi sulla volontà di ciascuno – alla sua abolizione.

Una volta chiarita l’importanza del libero arbitrio, Agostino ribadisce però il ruolo prioritario della Grazia. Essa infatti precede la volontà del credente, perché è lei che la spinge alla fede (14, 27). Non ad una fede qualunque ma all’unica salvifica: quella che opera nella carità. Infatti“Amiamo, perché egli stesso per primo ci amò (1 Gv 4, 19). Pur restando la volontà umana libera, per Agostino Dio ha il potere di inclinarla dove vuole: verso il bene o verso il male, a seconda del suo giudizio. Non per una predestinazione ab aeterno né perché Dio induca al male ma secondo delle tendenze di ciascuno:

Dunque quando udite il Signore che dice: Sono io, il Signore, che ho sviato quel profeta 256, e le parole dell’Apostolo: Ha misericordia di chi vuole e indurisce chi vuole 257, credete pure che se egli permette che uno sia sviato o indurito, costui ha meritato nel male; se invece di un altro ha pietà, riconoscete in questo con fede e sicurezza la grazia di Dio che rende non male per male, ma bene per male. Eppure non dovete sottrarre al Faraone il libero arbitrio per il fatto che in molti punti Dio dice: Io ho indurito il FaraoneHo indurito, oppure: Renderò duro il cuore del Faraone 258. Malgrado queste espressioni, non possiamo negare che Faraone stesso indurì il suo cuore. Infatti si legge proprio così di lui quando furono eliminati dall’Egitto i tafani, perché la Scrittura dice: E anche questa volta il Faraone indurì il suo cuore e non volle lasciare andare il popolo 259. Allora da una parte fu Dio che indurì quel cuore attraverso un giusto giudizio, dall’altra fu il Faraone stesso ad indurirlo attraverso il libero arbitrio. Perciò state certi che non sarà vana la vostra fatica, se progredendo nel proposito buono saprete perseverare fino alla fine (23, 45).

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