Sul libero arbitrio

Non tutti sanno che quella del libero arbitrio è stata un’altra delle grandi innovazioni del Cristianesimo. Il mondo antico, infatti, era perlopiù oppresso da una visione fatalista in cui tutto era già stato stabilito dal “fato”. Questa forza inarrestabile e impersonale contro cui nemmeno gli dei potevano nulla e che può essere considerata la vera protagonista dell’Eneide di Virgilio. Anche qui, la fede cristiana ha operato rispetto al passato una rottura gravida di conseguenze.

 

1)     Il libero arbitrio nella Scrittura e nell’ebraismo

 

La Scrittura

 

Come ricorda il Catechismo, senza libero arbitrio i peccati non sarebbero imputabili all’individuo. Invece Dio chiede sempre conto ai responsabili come fa, per esempio, con Adamo (Gn 3,13), con Caino e – per mezzo del profeta Natan – con Davide (2 Sam 12,7-15). Per questo, diverse volte, Dio decide di punire le disobbedienze di Israele semplicemente lasciandolo « in balia del suo proprio volere » (Sir 15,14), dopo averlo messo davanti alla via del bene e del male (Deu 30, 15-16). E nel libro di Giosuè a Israele viene esplicitamente chiesto di scegliere se servire il Signore o abbandonarlo (Giosuè 24, 14-15).

 

L’ebraismo

 

Non a caso, il libero arbitrio è una realtà centrale delle fede mosaica:

 

La frequentazione con il testo sacro ha sviluppato una coscienza dell’umanità in cui il libero arbitrio e l’onniscienza divina convivono senza cadere in contraddizione. Centrale, nel pensiero dell’ebraismo, è l’idea della responsabilità individuale: nel rispetto della legge, ma anche nel concetto di una compassione reciproca che è principio sociale. Ogni individuo è coinvolto nel destino altrui e in qualche modo lo determina (Enciclopedia Treccani).

 

Questa convivenza tra libero arbitrio e onniscienza è ben sintetizzato da Giuseppe Flavio, con queste parole riferite alla dottrina dei Farisei:

 

Ritengono che ogni cosa sia governata dal Destino, ma non vietano alla volontà umana di fare quanto è in suo potere, essendo piaciuto a Dio che si realizzasse una fusione: che il volere dell’uomo, con la sua virtù e il suo vizio, fosse ammesso nella camera di consiglio del Destino (Antichità giudaiche XVIII 1, 3).

 

Come ha notato Marco Treves, in Giuseppe Flavio il termine “destino” va inteso come “Provvidenza divina” e l’ebraismo postbiblico ha conservato questa dottrina fino ad oggi. Questo è importante anche per capire il pensiero di Paolo che, quando polemizza col giudaismo, non lo fa mai indirettamente. Infatti l’apostolo delle genti, essendo un fariseo con una forte preparazione rabbinica, quando parla di predestinazione non intende mai predeterminazione.

 

2)   Il libero arbitrio nella Tradizione della Chiesa

 

 

Letteratura sub-apostolica (I-II sec)

 

Nella Didachè e nella Lettera di Barnaba viene ripreso il tema delle “due vie” (Deu 30, 15-16) che stanno di fronte all’umanità, con ogni probabilità si tratta di un’espressione tratta dalla cultura ebraica:

 

Passiamo ad un’altra conoscenza e dottrina. Due sono le vie dell’insegnamento e della libertà; quella della luce e quella delle tenebre. Grande è la differenza tra queste due vie. Per l’una sono disposti gli angeli di Dio apportatori di luce, per l’altra gli angeli di Satana. L’uno è il Signore dei secoli nei secoli, l’altro è principe di questo tempo di iniquità (Lettera di Barnaba).

 

Analogamente si esprime la Didachè, con l’unica differenza che le definisce “della vita” e “della morte” (Cap. I, 1).

 

I primi apologisti: Giustino e Atenagora (II sec.)

 

Nella prima Apologia Giustino dedica due capitoli (XLIII-XLIV) al libero arbitrio presentandolo come parte della rivelazione giudeo-cristiana, per cui le profezie non si compiono “per fatale necessità” ma per la prescienza divina riguardo le scelte umane.

 

Anche Atenagora, nella Supplica per i cristiani, mostra di ritenere scontato il libero arbitrio. Il filosofo ateniese ricorda, infatti, all’imperatore che altrimenti non avrebbe senso punire i malvagi e lodare i giusti:

 

E come fra gli uomini, i quali dotati di libero arbitrio nella scelta del bene e del male (ché voi né onorereste i buoni népunireste i cattivi se in loro potere non fosse il far male o il far bene) gli uni si dimostrano probi in quelle faccende che loro voi affidate, e gli altri infedeli, simile è anche la condizione degli angeli (cap. XXIV, 4).

 

Ireneo ed Origene (II-III sec)

 

I due grandi esegeti cristiani, impegnati nella lotta contro gli gnostici, hanno sostenuto con forza la dottrina del libero arbitrio. Ireneo vi ha dedicato un intero capitolo dell’Adversus haereses (Libro IV, cap. XXXVII), mentre Origene ne ha fatto un cardine della sua teologia difendendola diffusamente in tutti i suoi scritti (anche nel più famoso: i Principi). Tanto che, in un articolo per il Sole 24 Ore, il filologo Giulio Busi ha definito Origene come il responsabile della “rottura della gabbia cosmica” di cui abbiamo parlato nell’introduzione.

 

Cipriano ed Agostino (III-IV sec.)

 



Anche i due grandi vescovi africani hanno creduto nella libertà dell’uomo. Cipriano, poco interessato alle dispute teologiche, ne accenna nella sua De catholicae Ecclesiae unitate dove spiega l’esistenza delle eresie anche in virtù del libero arbitrio:

 

Da questo fatto sono derivate molto spesso e derivano tuttora le eresie, poichè una mente perversa non ha pace, poichè una perfidia incline alla discordia non conserva l’unità. Il Signore permette che questo accada e lo tollera, in virtù del libero arbitrio della nostra libertà, perchè la fede di quelli messi alla prova rifulga di luce intatta e manifesta, mentre il vaglio della verità esamina i nostri cuori e le nostre menti (De catholicae Ecclesiae unitate, c. 10).

 

Agostino, invece, ha trattato diffusamente il nostro argomento in polemica col determinismo manicheo. Anche se, in seguito, ha molto insistito sulla predestinazione il vescovo di Tagaste non ha mai rinnegato la tradizione del libero arbitrio. Anzi, ha voluto riaffermarla nel De gratia et libero arbitrio pur ribadendo la priorità – e l’importanza – della prima rispetto alla seconda (erano i giorni dell’eresia pelagiana). Anche se il come Grazia e libertà interagissero tra loro nell’uomo restava un mistero dell’imperscrutabilità divina.

 


3)    I nemici del libero arbitrio

 

Gnostici e manichei

 

Negatori del libero arbitrio se ne trovano, in età antica, solo negli ambienti ereticali. In primis gli gnostici che sostenevano una forma di determinismo antropologico secondo cui gli uomini non avevano tutti la stessa natura. Per questo univano ad una pessimistica visione della realtà (e della materia) la gioia dell’eletto che – a differenza di altri – è stato predestinato dalla divinità. Gli gnostici, per via del sincretismo col paganesimo, non fecero altro che cristianizzare il fato (per quanto fosse possibile).
In secundis, invece, i manichei raccolsero l’eredità gnostica facendo proprio il determinismo. Anche per questo, come ricorda Agostino nelle Confessioni, i manichei non credevano nell’imputabilità dei peccati. La responsabilità delle colpe non era dell’individuo ma di qualcosa dentro di lui che lo faceva peccare.

 

Lutero e Calvino

 

Furono i padri dello scisma protestante, molti secoli dopo, a rimettere in discussione la dottrina del libero arbitrio per via di un fraintendimento – più o meno voluto – del pensiero di san Paolo e di Agostino. Lutero vi dedicò un’opera specifica, il De servo arbitrio, che segnò la rottura definitiva con Erasmo da Rotterdam (per questo apostrofato, con la consueta tolleranza, come un traditore). Ma fu Calvino a fare il passo successivo elaborando la doppia predestinazione che non poteva non sortire gravi conseguenze sull’economia della salvezza. Infatti, come ha ricordato Max Weber, la predestinazione calvinista pone la persona nell’angoscioso dilemma: “Sono io un eletto?”. Così, per secoli, i calvinisti hanno cercato la prova della propria elezione nel successo del mondo (interpretata come speciale benedizione di Dio). Weber, in maniera oggi discutibile, credeva che questa ansia fosse stata una causa dell’origine del capitalismo. Ad ogni modo, i calvinisti di oggi tendono ad una prospettiva meno opprimente rifugiandosi nella convinzione ottimistica – e per nulla supportata dalle Scritture, se non proprio contraddetta – che la fede stessa costituisca sic et simpliciter prova dell’elezione divina.

 

Oggi non tutti i protestanti credono più alla doppia predestinazione, e anche una parte della teologia è finalmente approdata ad esiti meno rozzi. Ad esempio, Karl Barth ha sostenuto che dopo la redenzione operata da Cristo è rimasta solo la predestinazione alla salvezza: riaprendo così di fatto al tradizionale universalismo del messaggio cristiano.

 

Conclusioni

 

Quello del libero arbitrio è un punto centrale della fede cristiana, nato nella cultura ebraica e poi sviluppato e diffuso dai cristiani. Come abbiamo visto, questa dottrina è un patrimonio della Grande Chiesa indivisa (o cattolica) in quanto sostenuta all’unanimità da tutti i Padri e dagli scrittori cristiani. Tanto che chi studia la letteratura cristiana antica sa che esistono molte opere – anche di autori minori – intitolate significativamente de libero arbitrio (come, del resto, questo articolo) e che queste sono sempre in polemica con eretici e mai con cristiani della comunione cattolica.

 

Bibliografia:

Simonetti e Prinzivalli – Storia della letteratura cristiana antica (Piemme)

 

Leggi anche:

Agostino e il libero arbitrio

 

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