Sulle prescrizioni alimentari

Le prescrizioni alimentari erano un segno di distinzione del pio israelita rispetto ai pagani. L’Antico Testamento indica infatti tutta una serie di norme che vietano la consumazione di determinati cibi, considerati impuri, e i metodi di macellazione di quelli invece leciti. Per questo le prescrizioni alimentari contraddistinguono ancora la religione ebraica e quella islamica ma non, come alcuni credono, il Cristianesimo.

I cibi nel Nuovo Testamento 

Quello che stupisce è che nel mondo molti evangelici si sentano ancora tenuti al rispetto di queste norme. Infatti Cristo, portando a compimento la Legge, ha dato una superiore definizione della categoria puro-impuro. Non è il cibo a rendere immondo l’uomo ma il peccato (Mt 15, 10-20), ancora più esplicitamente l’evangelista Marco conclude che “Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi” (Mc 7, 19), senza nessuna eccezione. Sulla stessa linea, san Paolo invita a considerare buono tutto ciò che fa parte del creato (1 Tm 4, 1-4), per cui non c’è più posto per condanne “in fatto di cibi o di bevande” (Col 2, 16). Così Pietro, nella visione (Atti 11, 5-10), è invitato a mangiare cibi “immondi” con l’invito a non considerare impuro “quello che Dio ha purificato”.

Le eccezioni e il loro valore 

Eppure nello stesso Testamento troviamo delle eccezioni. Gli apostoli, riuniti nel concilio di Gerusalemme, ordinano agli antiocheni di astenersi “dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia” (Atti 15, 29). Ecco di nuovo tre categorie di cibi impuri che però contrastano in maniera troppo evidente con i passi sopra citati. Cosa era successo? Alcuni avevano scandalizzato i cristiani di Antiochia cercando di imporre anche ad essi, dei pagani convertiti, la circoncisione secondo “l’uso di Mosè” (Atti 15, 1). Che valore dare a questa soluzione?

Guardiamo come san Paolo ha affrontato, nello specifico, la questione delle carni offerte agli idoli. Nelle sue lettere, l’apostolo mantiene il divieto ma ne spiega anche il senso. Mangiare carni immolate agli idoli non vuol dire nulla in sé, perché un alimento non può né allontanare né avvicinare a Dio (1 Cor 8, 8). Gli idoli sono nulla, anche se dietro di essi si nascondono i demoni (1 Cor 10, 20). Quindi quei cibi immolati non hanno nulla di impuro, mangiarne inavvertitamente non rende immondi: il cristiano può mangiare tutto quello che trova, senza dover indagare (1 Cor 10, 25-27). Ma se qualcuno lo avverte che si tratta di carne immolata, pur essendo libero di mangiarne, se ne deve astenere per non dare scandalo. Quindi san Paolo spiega che i divieti alimentari rimangono per motivazioni diverse da quelle tradizionali e hanno carattere circostanziale (1Corinzi 10,20-30; 1Corinzi 8, 1-13). E questo vale anche per gli altri contenuti nelle disposizioni per gli antiocheni. Lo spiega molto bene una nota della Bibbia di Gerusalemme:

Le riserve di Giacomo indicano la natura esatta del litigio. Hanno un carattere strettamente rituale e rispondono alla questione posta in At 11,3 e Gal 1,12-14: che cosa si può esigere dai greco-cristiani perché sia possibile ai giudeo-cristiani di frequentarli senza contrarre impurità legale? Di tutte le leggi di purità, Giacomo ha voluto mantenere solo quelle il cui valore religioso sembrava universale: mangiare carni offerte agli idoli comportava una certa partecipazione a un culto sacrilego (cf 1 Cor 8-10). Il sangue è l’espressione della vita, che appartiene solo a Dio, e il divieto della legge in proposito (Lv 1,5+) era così grave da spiegare molto bene la ripugnanza dei giudei a dispensarne i pagani. Il caso degli animali soffocati è analogo a quello del sangue. Le unioni irregolari figurano in tale contesto non per la loro qualifica morale, ma come motivo di impurità legale (Nota Atti 15, 20, p. 2364)

Si tratta, quindi, di una questione eminentemente pratica. In quel tempo la Chiesa era composta da un gruppo di giudei-cristiani che si sentivano ancora tenuti al rispetto della Legge mosaica nello stesso modo degli altri Giudei. Questo rischiava di creare una barriera all’interno della Chiesa tra loro e i greco-cristiani per una questione di impurità legale. Si tratta, insomma, di un compromesso che non poneva pesi troppo gravi ai cristiani di origine pagana che erano però dispensati dalla circoncisione. L’utilità di questa soluzione era doppia, perché rispettando formalmente quelle prescrizioni alimentari era loro possibile avvicinare anche i giudei non cristiani che altrimenti li avrebbero scansati come veri e propri pagani.

Libertà e carità 

Rispetto formale, dunque, di quelle prescrizioni in quanto dettate da uno spirito diverso. Non più l’impurità di alcuni cibi ma l’opportunità di mangiarli. Se infatti il cristiano è del tutto libero, non per questo ha il diritto di scandalizzare gli altri. San Paolo infatti ribadiva di essere persuaso che “che nulla è immondo in se stesso” ma “se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità” (Rom 14, 14-15), per quanto il regno di Dio non sia “questione di cibo o di bevanda” (v. 7).

Le prescrizioni alimentari oggi 

Come abbiamo visto, il cristiano è nella completa libertà in fatto alimentare. Tranne in un caso, se questa sua libertà può essere di scandalo per qualcuno. La domanda da farsi è: questo pericolo esiste ancora oggi? Ci sono dei giudeo-cristiani che biasimano gli altri per quello che mangiano? No, anche perché quella era una situazione transitoria della Chiesa nascente. Il problema oggi non si pone più (per esempio – almeno nella parte di mondo in cui viviamo – non esistono più carni immolate agli idoli), chi vuole obbligare gli altri a seguire ancora le prescrizioni alimentari di fatto sta operando di nuovo una condanna “in fatto di cibi o di bevande”. E, non avendo presenti le ragioni che hanno indotto gli apostoli a mantenere quelle eccezioni, crede che quelle cose siano davvero immonde per se stesse rischiando così di entrare nel novero di quegli impostori che – secondo san Paolo – avrebbero imposto di “astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati”. Per imporre il ritorno alla deprecata religiosità del “non prendere, non toccare, non gustare” (Col 2, 20-23). Mentre per il cristiano “tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, 5 perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera” (1 Tm 4, 3-4).

Conclusioni

A questo punto urge un ultimo chiarimento. Qualcuno, un po’ sprovveduto, potrebbe dire: “Ma come, non è la stessa Chiesa che ancora oggi vieta di mangiare la carne il Venerdì Santo?”. Ovviamente no, in quanto quello è semplicemente un digiuno (Matteo 9,15). Infatti i cattolici non considerano impuro alcun cibo e mangiano tranquillamente di tutto. Nello specifico, viene vietata la carne rossa solo perché tradizionalmente è un cibo prelibato e ciò avviene soltanto in determinati momenti. Lo dimostra anche il fatto che chi, per motivi di salute, non può astenersene non commette alcun peccato né contrae alcuna impurità, come invece avverrebbe immancabilmente se si trattasse di un cibo “in se stesso immondo” e che quindi dovrebbe esserlo tutti i giorni dell’anno.

Vere prescrizioni alimentari le seguono protestanti come gli avventisti che ritengono ancora validi anche i divieti del Levitico (quindi niente maiale e derivati, tra le altre cose). Solitamente anche i pentecostali (in specie i butindariani) ritengono ancora valide le prescrizioni alimentari ma limitatamente a quelle apostoliche del Concilio di Gerusalemme (Atti 15, 29).   Il divieto di mangiare cibi “immolati agli idoli” è però inteso in senso molto largo, sono infatti considerati tali i piatti tradizionali delle feste cristiane (Pasqua, Natale, feste di santi ecc..). Alcuni pastori si spingono fino all’imporre un’alimentazione di magro (pane, acqua, brodo, per intenderci) per tutto il periodo festivo, in modo da annullare il rischio di assumere qualche cibo “contaminato”. Interessante anche l’astensione dal sangue che, come accade per i Testimoni di Geova, mette quantomeno in dubbio la liceità delle trasfusioni (non a caso sconsigliata in quanto pericolosa da predicatori come Butindaro, insieme ai trapianti di organi). Proprio per la convinzione che il sangue sia sacro e, in qualche modo, sede della vita.

 

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