Non ti farai idolo nè immagine alcuna?

Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 9 Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso… (Deuteronomio 5, 8-9)

Questi due versetti sono ormai un cavallo di battaglia di una certa propaganda anticattolica. La Chiesa ha considerato il divieto di immagini, dettato da esigenze di un preciso contesto storico-culturale (Deu 4, 15-19), superato dall’evento dell’Incarnazione per cui Cristo è “immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15).  Come abbiamo già notato, la cosa strana è che gli evangelici accusanola Chiesa di aver abolito il comandamento mentre loro stessi non sembrano affatto intenzionati a rispettarlo. Infatti il comandamento vieta tutte le immagini, non alcune che sarebbero suscettibili di adorazione. In pratica il comandamento che prescrive “non fare immagini, e comunque non adorarle” è diventato “non fare immagini del sacro” oppure (anche su questo non c’è accordo) “fatti tutte le immagini che vuoi, basta che non le adori”.

 

L’interpretazione di Israele

 

Come ha applicato questo comandamento il popolo di Israele? Non è esagerato dire che lo abbia preso alla lettera. Passi come quelli del Levitico (26,1), che esclude a priori la possibilità di erigere anche pietre “ornate di figure”, lo confermano. Ancora più chiara è la spiegazione di Mosè:

15 Siccome non vedeste nessuna figura il giorno che il SIGNORE vi parlò in Oreb dal fuoco, badate bene a voi stessi, 16 affinché non vi corrompiate e non vi facciate qualche scultura, la rappresentazione di qualche idolo, la figura di un uomo o di una donna, 17 la figura di uno degli animali della terra, la figura di un uccello che vola nei cieli, 18 la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra; 19 e anche affinché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito celeste, tu non ti senta attratto a prostrarti davanti a quelle cose e a offrire loro un culto, perché quelle sono le cose che il SIGNORE, il tuo Dio, ha lasciato per tutti i popoli che sono sotto tutti i cieli (Deu 4, 15-19)

Farsi immagini vuol dire già corrompersi, quindi è vietata ogni scultura e ogni rappresentazione: di idoli (falsi dei), di persone, di animali, di astri. Perchè? Per eliminare anche solo la tentazione di adorare questi oggetti che quindi non vanno prodotti.

A confermare che questa è stata l’interpetazione del popolo di Israele c’è tutta la sua storia che, proprio per questo motivo, è stata notoriamente contraddistinta da una cultura aniconica. Ce lo confermano grandi storici come Daniel-Rops che, in La vita quotidiana in Palestina ai tempi di Gesù, ha scritto pagine molto significative nel capitolo decimo e in particolare nel paragrafo Un popolo senza arte? (p. 337).  Secondo l’autore

ciò che paralizzò sempre lo sviluppo dell’arte in Israele fu la famosa proibizione, formulata nell’Esodo e nel Deuteronomio […] L’intransigente concezione del Dio invisibile assimilava all’idolatria ogni rappresentazione di uomo e animale […] Per Israele era di gran lunga più importante salvare la propria vita spirituale che non coltivare le proprie possibilità di creazione estetica. Al tempo di Gesù l’arte non era certo assente dalla Palestina, ma in larghissima misura era un’arte straniera, importata dagli occupanti greci e poi da quelli romani […] Per la scultura lo scandalo era ancora più flagrante. Nessuno certo aveva mai osato erigere nella città di Dio la minima statua: sarebbe subito scoppiata la rivoluzione; lo si era ben visto quando Erode aveva messo delle aquile d’oro sulle porte del Tempio […] Di sculture ebraiche ritraenti figure vive, non ce n’era alcuna; non è neppure sicuro che nel Tempio erodiano si fossero mantenuti i “cherubini” di legno che si trovavano in quello di Salomone. Gli unici motivi ammessi rappresentavano piante, come palmizi e cedri […] Le monete, come si è visto, non si sottraevano alla regola, alla quale si erano assoggettati perfino Erode e i suoi discendenti, almeno per le monete coniate in terra santa e destinate agli ebrei (per le altre, se la prendevano un po’ più comoda!), non spingendo l’audacia oltre la rappresentazione di un elmo o di uno scudo […] Quanto alla pittura essa era ancora più povera; non ne è stata riportata alla luce nessuna che risalga all’epoca di Cristo: i banali disegni floreali o geometrici che si possono immaginare sui muri imbiancati a calce delle case ebraiche sono scomparsi […] La sola idea che si possa avere del gusto artistico degli ebrei è dato dalla ceramica: non si può dire certo che manchino di grazia quelle bocchette di terra rossa ornate di cerchi neri…ma si tratta di opere ebraiche o di oggetti di importazione giunti da Alessandria o da Cipro?

Le cose qui raccontate da Daniel-Rops sono assolutamente pacifiche e condivise da tutta la comunità scientifica degli storici e degli archeologi, anche se con inevitabili sfumature. Ad ulteriore conferma riporto qualche stralcio di questo articolo che – a sua volta – contiene citazioni di storici del calibro di Antonio Paolucci e Alain Besancon e che consiglio di leggere integralmente:

 

Un articolo di Antonio Paolucci su una mostra dedicata a San Paolo, nelle celebrazioni centenarie dell’apostolo, ripropone temi su cui ci piace tornare a riflettere. «Com’era il volto di san Paolo?» – si chiede lo storico dell’arte –. «Non lo sappiamo né possiamo saperlo. Il primo secolo dopo Cristo, almeno nella parte del mondo che l’apostolo evangelizzò, è gremito di ritratti perché l’arte greco-romana era naturalistica e illusionistica […]E infatti centinaia, migliaia di ritratti sfilano davanti ai nostri occhi quando visitiamo le grandi collezioni di statuaria antica. […]Ma il ritratto di un ebreo non lo troverete mai. Non c’è, non può esserci. La cultura ebraica era ed è rigorosamente aniconica» […]«Era interdetta la rappresentazione dell’immagine umana. San Paolo che era giudeo di legge e di sinagoga e che deve aver fatto molta fatica a scrivere (nella prima ai Colossesi) che Cristo è eicon(‘immagine’) del Dio vivente, avrebbe considerato con repulsione la rappresentazione del suo volto […]  lo studio di Alain Besançon (Fayard, 1994) … ripercorre la «storia intellettuale dell’iconoclasmo» e … apre il paragrafo dedicato alla Torah con queste parole: «Due temi si intrecciano nell’Antico Testamento, la proibizione assoluta delle immagini e l’affermazione che esistono delle immagini di Dio». La proibizione risuona in molte parti della Scrittura, ma la principale è quella di Esodo, 20 (4-6), perché sta come una premessa al cosiddetto Decalogo, la legge che è data a Mosè sul Sinai […] Dunque, non soltanto l’ebreo deve evitare di fabbricarsi l’immagine di qualsiasi essere, anche mortale e animale, ma deve stare ugualmente attento a non contemplare con venerazione il sole e il cielo stellato, affinché non si formi mai neanche il desiderio fugace di un culto panteistico […] Torna allora la domanda iniziale: perché l’ebraismo è così rigido nei confronti dell’immagine, perché nonostante le distinzioni dei trenta nomi, la minaccia di confondere l’idolo con l’eikon fa un deserto tutto intorno a sé? Forse perché è durissimo resistere ai culti idolatrici ed essere l’unico popolo tra le genti a non piegarsi alla divinizzazione del mondo. La storia di Israele infatti è segnata da cadute idolatriche, dal Vello di Aronne al culto cruento di Moloch. Di qui questa «severa pedagogia divina» […] L’arte sarebbe un inganno quando anticipa la visione faccia a faccia con Dio nel tempo dell’attesa, mentre nell’islam, improntato all’eterno presente, la proibizione è implicita ma in alcuna sura del Corano, sostiene Besançon, viene espresso il divieto di farsi una immagine divina. A riassumerlo in uno schema, l’ebraismo rifiuta l’immagine per troppa intimità con Dio, l’islam per troppa distanza. Quando Paolo predica allora che «Il Figlio è l’immagine del Dio invisibile» traduce il Vangelo nel più autentico ebraismo e apre le porte a una sottile iconofilia.

 

Anche il Dizionario di teologia biblicaDufour conferma che – per quanto a noi possa sembrare inverosimile – si trattava di vero e proprio divieto delle immagini che in quel contesto aveva perfettamente senso:

 

IMMAGINE Su questa terra nessuno ha visto né può *vedere Dio Padre: egli si faconoscere nelle sue immagini (cfr. Gv 1, 18). Prima della rivelazione completa Che ha fatto di se stesso attraverso l’immagine per eccellenza Che è il suo Figlio *Gesù Cristo, egli ha incominciato nell’antica alleanza a far risplendere dinanzi agli uomini la sua *gloria rivelatrice. La *sapienza di Dio, « pura emanazione della sua gloria » e « immagine della sua eccellenza » (Sap 7, 25 s), rivela già taluni aspetti di Dio; e l’*uomo, creato con il potere di dominare la natura e col dono dell’immortalità, costituisce già un’immagine vivente di Dio. Tuttavia la proibizione delle immagini nel*culto di Israele esprimeva Come per contrasto la serietà di questo titolo dato all’uomo, e preparava per via negativa la venuta dell’uomo-Dio, sola immagine in cui si rivela pienamente il Padre.

I. LA PROIBIZIONE DELLE IMMAGINI Questo precetto del decalogo (Deut 27, 15; Es 20, 4; Deut 4, 9-28), applicato d’altronde Con più o meno rigore nel Corso dei secoli, costituisce un fatto facile da giustificare quando si tratta dei falsi dèi (*idoli), piùdifficile da spiegare quando si tratta delle immagini di Jahve. Gli autori sacri, abituati agli antropomorfismi, non intendono reagire principalmente contro una rappresentazione sensibile, ma vogliono piuttosto lottare contro la *magia idolatrica e preservare la trascendenza di *Dio. Dio non manifesta la sua gloria attraverso vitelli d’oro (Es 32; 1 Re 12, 26-33) e immagini fatte dalla mano dell’uomo, ma attraverso le opere della sua *creazione (Os 8, 5 s; Sap 13; Rom 1, 1923), e non si lascia piegare permezzo di immagini di cui l’uomo dispone a piacere suo, ma esercita la sua azione salvatrice liberamente attraverso i Cuori, mediante la sapienza,mediante il Figlio suo.

VT L’importanza di questa espressione non deriva tanto dalla parola stessa, già usata a proposito della Creazione dell’uomo in poemi babilonesi ed egiziani, quanto dal Contesto generale del VT: 1’*uomo non è fatto ad immagine di un dio, esso stesso concepito ad immagine dell’uomo, ma di un Dio trascendente a tal punto che è proibito farne una immagine; soltanto l’uomo può avanzare pretese a questo titolo che esprime la sua dignità più alta (Ger 9,6).

 

 

Conclusioni

 

Nell’Antica Alleanza vigeva un assoluto divieto delle immagini, comandato esplicitamente e rigidamente rispettato per millenni. Non si può affermare che si tratti di un fraintendimento di Israele perché sarebbe qualcosa di davvero clamoroso, difficilmente Gesù e gli apostoli avrebbero lasciato correre un’enormità simile. Né si possono addurre a pretesto le immagini ordinate da Dio per l’Arca dell’Alleanza in quanto esse costituiscono solo l’eccezione che conferma la regola. Eccezioni che non sempre hanno un lieto fine, come il serpente di rame di Mosè che dovette essere distrutto (2 Re 18, 4). Quindi non esistono vie di mezzo (almeno non per chi ha un approccio fondamentalista alla Sacra Scrittura): o si considera superata l’applicazione di quel comandamento sull’idolatria (come molte cose dell’Antico Testamento), oppure lo si rispetta sul serio rifiutando tutte le immagini e vivendo come un ebreo dei tempi antichi (o come un musulmano di oggi nei paesi islamici più integralisti).

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