La remissione dei peccati nella Tradizione

Come avveniva la remissione dei peccati nella prima comunità cristiana? Inizialmente, si credeva che dopo il battesimo non ci si potesse più permettere il lusso di peccare. Quindi si aveva la remissione dei peccati solo una volta e proprio nel battesimo. Ma col tempo la Chiesa si rese conto che la fragilità umana continuava a causare anche fra i cristiani peccati gravi e non. Così si introdussero forme di penitenza che si sono evolute col tempo a seconda delle necessità. Come abbiamo visto in questo articolo, nella primissima comunità cristiana la penitenza per i peccati gravi coincideva con l’espulsione, come si legge nel caso estremo di Anania (Atti 5, 1-15). In seguito, il cristiano espulso doveva attenersi ad una disciplina rigorosa per poter essere riammesso nella comunità; fra le cose che doveva fare c’era la confessione pubblica della colpa che aveva commesso. Sulla scia anche dell’invito di Giacomo che subordinava la “guarigione” ad una forma di confessione:  ”Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti” (Giacomo 5, 16). Del resto, anche gli Atti degli apostoli presentano un esempio di confessione pubblica: “Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche” (Atti 19, 18).  In seguito, col passare del tempo, si andò creando un vero e proprio “ordine dei penitenti” a cui inizialmente si poteva essere ammessi solo una volta nella vita. Nei secoli successivi, le modalità cambiarono ancora fino a rendere la confessione privata e nella forma auricolare che oggi conosciamo. Molti commettono l’errore di individuare l’inizio storico della pratica delle confessione con quella che è semplicemente l’evoluzione della penitenza antica. In realtà la Chiesa ha sin da subito esercitato il ministero della riconciliazione, come spero sarà ancora più chiaro nel resto di questo intervento.

La penitenza negli antichi scritti crisitani

Anche la Didachè accenna alla confessione dei peccati non come pratica opzionale ma come requisito per il sacrificio domenicale. Si legge, infatti, nel capitolo quattordicesimo:

Nel giorno del Signore poi radunatevi, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Ognuno che ha una lite col suo compagno, non si raduni con voi finché non si siano riconciliati, affinché non sia profanato il vostro sacrificio.

Da notare come per l’antico testo cristiano, peccati come le contese fra fratelli non siano semplicemente questioni personali ma fatti che interessano tutta la comunità. Per questo, affinchè il sacrificio eucaristico sia mondo, è necessario confessare i propri peccati e porre rimedio a quelli più gravi (come le contese). Inoltre, il fatto che si parli dello spezzare il pane indica che la confessione dei peccati avveniva in ambito liturgico. E, probabilmente, la Didachè sta citando proprio il passo di Giacomo (5, 16) ma applicandolo ad un contesto prettamente liturgico.

Un’altra testimonianza antica della penitenza la troviamo nel Pastore d’Erma, scritto cristiano della prima metà del II secolo:

Dopo il battesimo, la purezzaXXXI (3), 1. “Ancora, signore, continuerò a interrogarti”. “Parla” mi dice. “Signore, ho inteso da alcuni maestri che altra penitenza non si ha se non quella di quando siamo discesi nell’acqua e abbiamo ricevuto il perdono dei nostri precedenti peccati”. 2. Mi dice: “Hai inteso bene, è così. Bisogna che chi ha ricevuto il perdono dei peccati non pecchi più, ma viva nella purezza. 3. Poiché tu osservi accuratamente ogni cosa, anche questo ti spiegherò, ma senza dare un pretesto a quelli che stanno per credere o a quelli che hanno già creduto nel Signore. Invero quelli che hanno già creduto, o stanno per credere, non hanno ottenuto la penitenza dei peccati, ma il perdono dei loro precedenti peccati. 4. Per i chiamati prima di questi giorni il Signore stabilì la penitenza. Il Signore, che scruta il cuore e prevede le cose, conobbe la debolezza degli uomini e la furberia del diavolo nel fare il male ai servi di Dio e nel macchinare contro di loro. 5. Misericordioso, il Signore ebbe compassione della sua creatura e stabilì la penitenza, e diede a me il potere su di essa. 6. Ma io ti dico: dopo la grande e santa chiamata, se qualcuno, sobillato dal diavolo pecca, ha una sola penitenza; se poi subito pecca e si pente, è inutile per lui, difficilmente vivrà”. 7. Gli dico: “Signore, rinacqui nel sentire da te queste cose annunciate con tanta esattezza. So che, se non continuerò nei miei peccati, mi salverò”. “Sarai salvo tu, e tutti quanti faranno lo stesso” (Quarto precetto

A parlare è la donna, ovvero la Chiesa, che spiega il significato delle visioni. Qui si parla già chiaramente del sacramento della penitenza affidato alla Chiesa, a cui anticamente si poteva accedere solo una volta nella vita.

Nei padri della Chiesa

Chi sostiene che la remissione dei peccati tramite confessione sia un’invenzione medievale legata alla tanto vituperata vendita delle indulgenze, non conosce i Padri della Chiesa. Primo fra tutti, Agostino, in tempi non sospetti (visse fra IV e V secolo), attesta storicamente il ministero della riconciliazione esercitato dalla Chiesa. Vale la pena riportare interi parti dei suoi bellissimi Discorsi (oggi disponibili in rete) perchè oltre alla testimonianza storica ci offre preziosi riflessioni teologiche e scritturali.

4. 9. Chiunque, dopo il battesimo, incappa nei legami di qualcuno degli antichi peccati, vorrà essere così nemico di se stesso da indugiare a mutar vita finché è in tempo, finché appunto pecca e vive? Comunque, se persevera a peccare, egli accumula ira su di sé per il giorno dell’ira e della manifestazione del giusto giudizio divino. Ma tuttavia, finché egli è in questa vita, la pazienza di Dio lo chiama a penitenza. Avvolto dunque in trame di peccati tali che danno la morte, egli rifiuta, differisce, esita a ricorrere alle stesse chiavi della Chiesa, con le quali il suo peccato sarebbe sciolto sulla terra per essere sciolto lassù, in cielo. E oserebbe ripromettersi una qualche salvezza dopo questa vita nella quale solo a parole egli è stato cristiano? Non trema di fronte a quella voce del Signore che è un vero tuono: Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli. Ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, costui entrerà nel regno dei cieli 61? Anche l’Apostolo, enumerando ai Galati tali peccati, conclude alla stessa maniera: Le opere della carne – dice – sono ben conosciute: lussuria, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizia, discordie, gelosie, ire, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo ad azioni siffatte vi preavviso, come ho già detto, che chi le compie, non possederà il regno di Dio 62. Su tali cose dunque ognuno giudichi se stesso con la sua volontà e, finché può, cambi in meglio i suoi costumi, affinché non accada che quando ormai non lo potrà più fare, venga giudicato dal Signore anche se non lo vuole. E dopoché lui stesso avrà pronunciato contro di sé la sentenza di un rimedio severissimo, ma pur sempre rimedio, vada dai vescovi per i quali nella Chiesa si compie il ministero delle ” chiavi ” anche per lui. Cominciando allora finalmente a essere un buon figlio, in quanto accetta di rispettare l’ordine in vigore nelle materne membra della Chiesa, accolga, da chi è preposto ai Sacramenti, la misura della soddisfazione a lui richiesta. Facendo così, devoto e supplice, l’offerta del suo cuore contrito, il suo comportamento gioverà a lui per riceverne la salvezza, e agli altri perché ne prendano esempio. Se poi il suo peccato, oltre ad essere stato un grave danno per lui, abbia apportato grande scandalo anche agli altri, costui non si opponga, non ricusi di fare una penitenza che molti verranno a conoscere, forse anche tutto il popolo di Dio, per non aggiungere a una piaga mortale il peggioramento di un tumore, se si vergogna di espiare. Se tuttavia sia conveniente fare ciò lo giudicherà il vescovo sulla base di una utilità per la Chiesa. Si ricordi sempre che Dio resiste ai superbi ma dà la sua grazia agli umili 63. Che cosa c’è di più sterile, di più distorto che non arrossire di una ferita che non si può nascondere e invece arrossire della fasciatura?

(Sermone 351, 9)

9. La remissione dei peccati. Se nella Chiesa non ci fosse questa, non ci sarebbe nessuna speranza. Se nella Chiesa non ci fosse la remissione dei peccati, nessuna speranza ci sarebbe per la vita futura e per la liberazione eterna. Ringraziamo Dio che alla sua Chiesa ha dato questo dono. Ecco, voi state per venire al sacro fonte; sarete lavati nel battesimo della salute, sarete rinnovati nel lavacro della rigenerazione; quando risalirete da quel lavacro, voi sarete senza alcun peccato. Tutto il passato che vi tormentava lì sarà cancellato. I vostri peccati saranno come gli Egiziani che inseguivano gli Israeliti: li tormentarono, ma solo fino al Mar Rosso 18. […]Siccome però dobbiamo restare in questo mondo dove nessuno vive senza peccato, ecco che la remissione dei peccati non è solo nel lavacro del santo battesimo, ma anche nell’Orazione domenicale e quotidiana che voi riceverete fra otto giorni. In essa troverete una specie di battesimo quotidiano: e allora dovete ringraziare Dio che ha dato alla sua Chiesa questo dono che confessiamo nel Simbolo quando, dopo aver detto: [Credo] la santa Chiesa, aggiungiamo: La remissione dei peccati.

 Sermo 213, 9

11. Inoltre onorate, amate, predicate la santa Chiesa, madre vostra, come la santa città di Dio, la celeste Gerusalemme. È lei che in questa fede che avete ascoltato porta frutti e cresce in tutto il mondo 25, Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità 26. Nella comunione dei sacramenti essa tollera i cattivi, che alla fine dovranno essere separati, ma da cui già prende le distanze con la diversità dei costumi. A beneficio del suo frumento (che geme ancora in mezzo alla pula e la cui massa, destinata ai granai, si manifesterà solo nell’ultima ventilazione), essa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, e così in lei, per mezzo del sangue di Cristo, ad opera dello Spirito Santo, si ha la remissione dei peccati. In questa Chiesa infatti l’anima, che era morta a causa dei peccati, riprende a vivere e così risuscita insieme a Cristo, per la cui grazia siamo stati salvati.

 Sermo 214, 11

E’ difficile, anche ad un lettore superficiale, non notare che per sant’Agostino la Chiesa ha un ruolo centrale nella vita del cristiano come amministratrice dei sacramenti che assicurano la Grazia. E questa convinzione non viene certo presentata come una novità ma come un fatto scontato che si basa saldamente sulla Scrittura che viene citata – direttamente e indirettamente – a piene mani. Sono tutte cose che un cattolico di oggi può riconoscere tranquillamente nella sua vita: confessione dei peccati ai sacerdoti, penitenza, fede nel «ministero delle “chiavi”» affidato alla Chiesa. Il fatto che in seguito siano cambiate le modalità pratiche di questo sacramento non può oscurare la mirabile continuità a livello teologico.

Ma quella di Agostino, per quanto autorevole, non era certo una voce fuori dal coro. Anche sant’Ambrogio poteva scrivere candidamente – in un’opera interamente dedicata al nostro argomento – quello che nella prima parte di questo intervento ho cercato di dimostrare:

« Il Signore vuole che i suoi discepoli abbiano i più ampi poteri; vuole che i suoi servi facciano in suo nome ciò che faceva egli stesso, quando era sulla terra ». 

(Sant’Ambrogio, De Paenitentia, 1, 8, 34)

Sant’Ambrogio era anche uno che metteva in pratica le cose che scriveva. Basti pensare all’eccidio di Tessalonica di cui si macchiò l’imperatore Teodosio nel 390. Il grande vescovo di Milano non gli impose solo un “dialogo privato” con Dio ma anche la confessione pubblica del suo peccato accompagnata da rigorosa penitenza. Anche in questo caso, vale la pena di riportare interi passi della sopra citata opera di Ambrogio in cui il vescovo di Milano polemizza con i Noviziani:

Muovono, tuttavia, cavilli a proposito delle parole dell’Apostolo, poiché ha detto “se mai”, e pensano che Pietro non abbia affatto garantito la remissione dei peccati al penitente. Ma si soffermino un po’ a considerare di chi parla. Simone non credeva secondo fede, ma tramava soltanto frodi. Anche il Signore a chi gli dice: “Ti seguirò”, risponde: “Le volpi hanno le loro tane”. Se, dunque, il Signore in persona ha vietato che chi egli vedeva subdolo lo seguisse, quale stupore che l’Apostolo non abbia assolto chi dopo il battesimo si è allontanato da Dio e, come egli ha detto, era avvinto nei lacci dell’infamia?. (cap 4)

Se Pietro, dunque, si è espresso mediante le parole medesime che Dio ha usate senza che ne derivasse detrimento alla sua sapienza, perché non ammettere che anche l’Apostolo le abbia impiegate senza che la sua fede subisse limitazione? D’altronde, non avrebbe potuto avanzare dubbi sul dono di Cristo, giacché il Signore gli aveva concesso la potestà di rimettere i peccati. Maggiormente, perciò, gli incombeva l’obbligo di non dare adito ai sottili cavilli degli eretici. Scopo, infatti, di costoro è unicamente il rendere vana la speranza degli uomini, per ingenerare nelle persone che sono in preda della disperazione la persuasione che è necessario ripetere il battesimo.

Gli Apostoli, però, conformemente a quanto aveva loro insegnato Cristo, si sono fatti maestri di penitenza, hanno assicurato il perdono, hanno rimesso il peccato. Così anche David, il quale ha detto: “Beati coloro le cui colpe sono rimesse e i cui peccati sono coperti; beato l’uomo cui il Signore non ha addebitato il peccato”. Ha detto beato colui la cui colpa è rimessa mediante il battesimo, e colui il cui peccato è coperto dalle opere buone. Chi esercita la penitenza deve non solo lavare la colpa con le lacrime, ma occultare con azioni migliori e ricoprire quasi le infamie del passato, perché non gli sia addebitato il peccato. (p. 1)

Alcuni, ancora, invocano la penitenza, ma allo scopo unico di essere reintegrati nella comunione dei fedeli. Non desiderano mondarsi, ma stringere con lacci il ministro di Dio. Non sgravano la loro coscienza, fanno violenza a quella del sacerdote, cui è stato comandato: “Non date le cose sante ai cani e non buttate le vostre perle davanti ai porci”. Si deve, cioè, vietare che persone imbrattate di immonde iniquità siano riammesse alla santa comunione. (cap 9, p. 2)

Alcuni sono convinti che si possa più volte fare penitenza. Essi “sono presi da desideri indegni di Cristo”. Se attendessero, infatti, alla penitenza di tutto cuore, non crederebbero alla necessità di doverla ripetere. “Uno solo è il battesimo”, una sola è la penitenza, quella, s’intende, che si fa in pubblico. Ogni giorno, infatti, dobbiamo pentirci del peccato, ma, mentre la penitenza giornaliera è dei peccati più lievi, la pubblica è delle colpe di maggiore entità. (cap 10, p. 2)

Nessuno che sia in colpa deve arrogarsi, quindi, il diritto, l’uso illecito dei sacramenti. Sta scritto: “Hai peccato? Fermati”. Lo dice anche David nel salmo cui si è accennato: “Appendemmo le nostre cetre ai salici di quella terra”. Più avanti: “Come cantare il cantico del Signore in terra straniera?”. Se la carne combatte con lo spirito ed è riluttante a lasciarsi guidare dall’anima, ad ubbidirle, è terra straniera che non è dissodata dal lavoro del contadino e non produce, pertanto, i frutti della carità, della pazienza, della pace. Perciò, meglio fermarsi, quando non si è in grado di attendere alle opere della penitenza, affinché nell’esercitarla non capiti di agire in modo da dovere ancora ad essa far ricorso. Se, infatti, non è stata una sola volta bene usata e opportunamente praticata, non si ricava alcun frutto dalla penitenza cui si è atteso e ci è tolta la possibilità di valercene successivamente. (cap 11, p. 2)

De Paenitentia

Anche Ambrogio, quindi, ci testimonia la pratica della penitenza e la motiva da un punto di vista teologico. Anche se la penitenza a cui fa riferimento è ancora quella antica che si svolge in pubblico e a cui si accede una sola volta nella vita, il fondamento è sempre che la remissione dei peccati è un ministero affidato da Dio alla Chiesa. Della stessa opinione di Ambrogio e Agostino, era un altro grande vescovo della generazione precedente: san Giovanni Crisostomo. Il quale così scriveva in una sua opera:

I sacerdoti « hanno ricevuto un potere che Dio non ha concesso né agli angeli né agli arcangeli. […] Quello che i sacerdoti compiono quaggiù, Dio lo conferma lassù ». 553

(San Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, 3, 5)

Infine, anche san Leone Magno ci parla di una forma di perdono – per tutti i credenti – nel periodo di Pasqua:

 

È caratteristica infatti della festa di Pasqua, che la Chiesa tutta goda e si rallegri per il perdono dei peccati: perdono che non si concede solo ai neofiti, ma anche a coloro che già da lungo tempo sono annoverati tra i figli adottivi. Certo è nel lavacro di rigenerazione che nascono gli uomini nuovi, ma tutti hanno il dovere del rinnovamento quotidiano: occorre liberarsi dalle incrostazioni proprie alla nostra condizione mortale. E poiché nel cammino della perfezione non c’è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti, senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi ancora invischiato nei vizi dell’uomo vecchio. 

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