Adorazione e venerazione nella Bibbia

Molti protestanti insistono col dire che l’adorazione va solo a Dio e a nessun altro, e che nella Scrittura non si fa alcuna distinzione tra venerazione e adorazione. Paradossalmente, specie per la seconda affermazione, hanno assolutamente ragione anche se non lo sanno. E, non sapendolo, non sono in grado di fare le dovute conclusioni.

L’adorazione nella Bibbia

Partiamo dalla definizione di adorazione, molto utile e chiara è quella dell’Enciclopedia Treccani:

Nell’ebraismo e nel cristianesimo il gesto di a. è inteso come manifestazione di un sentimento di timore e insieme di rispetto e amore verso Dio a cui l’uomo, riconoscendosi inferiore, vuole esprimere la propria soggezione. Perciò l’a., diversa dalla preghiera che chiede qualche cosa, è stata definita come l’atto culminante del culto. Essa può assumere infinite forme, che vanno dal semplice gesto alla meditazione mistica e alla dedicazione di tutta la vita a Dio. L’atto esteriore, di per sé indifferente, acquista valore solo in relazione all’atto interno, dell’intelletto e della volontà, di cui è manifestazione.

In breve, adorare non vuol dire tanto pregare qualcuno ma riconoscerlo come Dio e – quindi – prestargli culto mostrando la propria sottomissione. Fin qui nulla di straordinario, ma leggiamo il seguito:

Gli Ebrei estesero l’a. a esseri celesti (angeli) e anche a uomini (per es., Giuseppe adorato dai fratelli, Gen. 43, 26) ma poi (Ester 3, 2) la rifiutarono al sovrano che si pretendeva divino. I primi cristiani si mantennero rigoristi; successivamente l’a., pur conservando sempre un senso religioso, fu attribuita anche a creature in speciale rapporto con Dio.

A prima vista potrebbe sembrare che il curatore di questa voce sia letteralmente uscito di testa, almeno per i canoni odierni, mentre invece sta affermando qualcosa di assolutamente pacifico. Infatti, nella Scrittura la prostrazione è l’atto di adorazione per eccellenza (con connotazione sia negativa sia positiva). Poiché la prostrazione è dovuta a Dio (Deut 26, 10; Sal 22, 28-30), motivo per cui è vietata nei confronti di idoli e falsi dei (Deut 4, 19; Es 34, 14; Num 25, 2). Guardiamo sinotticamente due di questi passi:

Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato. Le deporrai davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio (Deut 26, 10)

Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso (Es 34, 14)

Normalmente un protestante qui dedurrebbe che la prostrazione è dovuta solo a Dio e che, se rivolta ad altri, si cade nell’idolatria. Perché prostrarsi davanti a qualcuno che non è Dio vuol dire divinizzare quel qualcuno. Sembra una conclusione molto ragionevole, ma è sbagliata. Lo spiega il Dizionario di Teologia Biblica Dufour:

*Jahve solo ha diritto all’adorazione. – Il VT conosce la prostrazione dinanzi agli uomini, liberata da equivoci (Gen 23,7.12; 2 Sani 24, 20; 2 Re 2, 15; 4, 37) e sovente provocata dalla sensazione più o meno chiara della maestà divina (1 Sani 28, 14. 20; Gen 18, 2; 19,1; Num 22, 31; Gios 5,14), ma vieta rigorosamente ogni atto di adorazione suscettibile di annettere un valore qualunque ad un possibile rivale di Jahve: *idoli, *astri (Deut 4, 19), dèi stranieri (Es 34,14; Num 25,2).

In pratica, secondo la Scrittura, si può “adorare” una persona se è chiaro che si tratta di un atto diverso da quello riservato a Dio (per quanto formalmente uguali). La prostrazione come atto di adorazione è lecita se non va a creare o a confermare un rivale di Jahve (è questo il senso di passi come Lv 20, 5; 2 Cr 24, 18; Gr 44, 3). Andiamo a vedere più da vicino i casi più interessanti:

I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra (Gen 19, 1)

 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello (Gen 33, 3)

 Prese il mantello, che era caduto a Elia, e colpì con esso le acque, dicendo: “Dove è il Signore, Dio di Elia?”. Quando ebbe percosso le acque, queste si separarono di qua e di là; così Eliseo passò dall’altra parte. Vistolo da una certa distanza, i figli dei profeti di Gerico dissero: “Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo”. Gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui (2 Re 2, 14-15).

 Allora il re Nabucodònosor piegò la faccia a terra, si prostrò davanti a Daniele e ordinò che gli si offrissero sacrifici e incensi (Daniele 2,46)

Quindi Lot si prostrò davanti agli angeli, Giacobbe davanti a Esaù, i fratelli davanti a Giuseppe, i figli dei profeti innanzi a Eliseo, Nabucodonosor davanti a Daniele (addirittura con sacrifici, quando Daniele stesso dice di adorare solo Dio come in Dan 14, 25) e si potrebbe continuare a lungo. Infatti nella Scrittura ci sono centinaia di episodi simili, tutti formalmente uguali a quelli di adorazione nei confronti del Signore. Solo in pochi casi si specifica che lo scopo è quello di adorarlo (come in 2 Cr 20, 18; 29, 30) e comunque nei casi di prostrazione “umana” non ci viene mai dato nessun dettaglio sullo scopo di quel gesto (cosa che la dice lunga sull’evidenza che molti oggi non sembrano in grado di comprendere). E qui sorge il problema per tanta teologia spicciola: perché se questa prostrazione non ha come fine l’adorazione vera e propria, allora cosa?

La venerazione

È chiaro che bisogna introdurre un altro livello, quello che storicamente è stato chiamato “venerazione”. Alcuni si lasciano addirittura impressionare dalla parola che secondo loro richiama la dea Venere, in realtà il Dizionario etimologico ci dice che è una parola “dallo stesso ceppo di Venia” e rimanda quindi a “indulgenza, favore, perdono” significando “Fare onore con riverente ed amorosa osservanza, imitando negli atti la persona che supplicante chiede venia di un fallo commesso | Meno di Adorare, ma più di Riverire”. Insomma, niente di esclusivamente legato a Venere. È senza dubbio una parola di origine pagana, ma l’etimo di “adorare” non è molto diverso. Sarebbe come dire che chi adora Dio, sta facendo qualcosa di pagano. Ecco che allora possiamo dire che Lot venerò gli angeli, mentre gli apostoli adorarono Cristo (Matteo 28,9). Entrambi tramite prostrazione.

Quindi, non ha senso condannare la venerazione perché leverebbe qualcosa a Dio che si definisce “geloso”. Perché forme di onore a creature, che vanno sempre a gloria del Creatore, sono presenti nella Scrittura stessa. Anzi, per i redattori biblici è così chiaro che la prostrazione di Lot – per fare un esempio – ha un significato del tutto diverso da quella che si rende a Dio che non sentono nemmeno il bisogno di distinguere i due concetti con parole diverse. La diversificazione tra le due forme di adorazione è stata introdotta dai Padri della Chiesa con la distinzione tra latria e dulia, proprio per rimarcarne la radicale differenza. Ecco perché la Chiesa insegna la venerazione dei santi, ma in che senso si parla di “culto dei santi”? Come la prostrazione può avere diversi significati, può averlo anche la parola “culto”. Quello che Cristo ha riservato solo a Dio è chiaramente il culto di adorazione, visto che Satana ha chiesto proprio questo: adorazione (Matteo 4, 9-10). Che gli andava senza dubbio rifiutata anche in senso di venerazione. Perché c’è anche questo rischio: onorare chi non lo merita. Per questo la Chiesa si riserva la facoltà di stabilirlo, e una volta approvato quella particolare venerazione di un santo diventa un “culto”. Nel senso che ha carattere ufficiale e quindi sicuro. E’ utile riportare alcuni illuminanti passi a riguardo del Catechismo del Concilio di Trento:

 

 Non si oppone al culto dovuto unicamente a Dio la venerazione verso gli angeli e i santi, e neppure il culto prestato alle reliquie che la Chiesa ha sempre riconosciuto come legittimo. […] Ricorre talvolta nella Bibbia l’espressione «adorare», con riferimento agli angeli, ma è chiaro che essa ha un significato ben diverso dal culto di adorazione dovuto a Dio solo. E se talvolta gli angeli hanno rifiutato la venerazione umana, ciò va inteso nel senso che essi hanno voluto con questo gesto ricusare l’ossequio che è dovuto al solo vero Dio. Viceversa lo Spirito Santo, che pure comanda: Al Re dei secoli corruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli (1 Tm 1,17),  prescrive di rendere onore ai genitori e agli anziani (cfr. Es 20,12; Dt 5,16; Lv 19,32).

E del resto nella Bibbia noi vediamo santi patriarchi, fedeli assertori del culto dell’unico vero Dio, adorare i sovrani, ossia inchinarsi in atto di omaggio o di supplica dinanzi a loro (cfr. Gn 23,7-12; 42,6; 1 Sam 24,9). Se questo onore si può rendere ai re, per mezzo dei quali Dio governa il mondo, a maggior ragione esso sarà dovuto agli angeli, ministri di Dio nel governo della Chiesa e di tutta la creazione, che per dignità superano ogni creatura e che con il loro intervento apportano ogni giorno insigni benefici alle anime e alla vita degli uomini.

La prostrazione nel Nuovo Testamento

A questo punto, di solito, alcuni provano a relegare la venerazione all’Antico Testamento; come qualcosa di superato. E lo fanno, come al solito, assolutizzando passi in cui si impedisce la prostrazione, come quello in cui san Pietro non permette a Cornelio di prostrarsi (Atti 10, 25-26). Sono obiezioni del tutto infondate perchè questi episodi non hanno certo il significato di dichiarare praticamente idolatri tutti i patriarchi e i profeti. Infatti, il Nuovo Testamento non ha nulla di nuovo da rivelare rispetto all’idolatria intesa in senso classico, essendo quello un tema centrale di tutto l’Antico Testamento e quindi già ampiamente trattato. Per questo quando un uomo si gettò ai piedi di Paolo (Atti 16, 29), nessuno si scandalizzò della cosa nè si straccio le vesti. Gesto che invece l’apostolo delle genti non esitò di fare in presenza di un reale rischio di idolatria (Atti 14, 15). Quindi, anche gli apostoli non badavano tanto alle apparenze ma al significato del gesto di prostrarsi. Uso che, per prudenza, nella storia della Chiesa è del resto stato sostituito da un più sobrio inginocchiarsi.

Conclusioni

Nella Scrittura non si fa una distinzione esplicita tra adorazione e venerazione, ma queste due forme di culto sono implicitamente presentate come non antitetiche. Quindi non ha nessun senso incaponirsi nel dire che chi venera un santo in realtà lo sta adorando. Infatti nella Scrittura non esistono idolatri inconsapevoli, l’adoratore di Baal lo fa proprio in opposizione al culto di Jhave. Consapevole che sta rifiutando quest’ultimo per un “rivale” che ritiene davvero divino o almeno più divino. Questa è l’adorazione vietata, quella di un altro dio e non la venerazione libera da equivoci. Del resto, a prescindere da tutto, basterebbe il buon senso. Se i cattolici adorassero davvero Maria e i santi dovrebbero temere la loro vendetta quando – a partire dal Catechismo – negano la loro divinità (cosa che avviene ormai quotidianamente a causa della caparbietà di certi predicatori con spirito di contesa). Che senso avrebbe mai adorare un dio e poi rinnegarlo pubblicamente? Quindi resta solo l’opzione “adorazione inconsapevole” che però non è meno assurda. Come abbiamo visto, purtroppo per gli evangelici, nemmeno la Bibbia regge al loro legalismo essendo piena di persone che “adorano” altre persone. Senza incorrere in un’idolatria che appare sempre più lontana dalla concezione biblica e strumentalizzata a fini francamente diffamatori.

Leggi anche:

Il culto: adorazione e venerazione

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2 Responses to Adorazione e venerazione nella Bibbia

  1. Vincenzo Sasso says:

    Grazie tante.
    Unica cosa su cui non mi trovo d’accordo è l’uso del termine “formale” che mi pare inteso al contrario di come andrebbe inteso, almeno se lo intendiamo secondo la prospettiva ilemorfica. I gesti di prostrazione ad un angelo e quello di prostrazione a Dio sono MATERIALMENTE identici ma FORMALMENTE diversi: l’atto estrinseco è lo stesso ma la scelta (criterio direzionale della prassi) è differente e con essa l’intenzione (che nel caso trattato è ringraziare, onorare, vedendo il bene, l’autorità e Dio nell’essere a cui ci si prostra). In morale (e dunque il discorso vale per ogni atto umano consapevole) per materia e forma si intende ciò che ho espresso in questo commento.

  2. Ettore says:

    Sì, io intendevo nel rapporto forma-contenuto. L’importante è intendersi 😉

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