Sofri e l’elogio del nuovo totalitarismo

In un allucinante articolo su Repubblica, Adriano Sofri si lancia nell’esaltazione del suicidio assistito come segno di una “civiltà superiore” in contrapposizione ai totalitarismi. Con il suo gesto, quindi, Lucio Magri ci avrebbe finalmente liberati consegnandoci una civiltà di lusso in cui vita e morte sono la stessa cosa. Infatti, il principio della indisponibilità della vita sarebbe uno sgradito residuo di totalitarismo. Questo quando, invece, caratteristica dei regimi totalitari è l’esatto opposto: la completa disponibilità della vita. La quale, in virtù di un principio superiore, è nelle mani del burocrate, del gerarca e del dittatore che possono disporne come meglio credono: comminando l’esilio, la schiavitù o la pena di morte. E il tutto in maniera assolutamente arbitraria. Il principio della vita come valore assoluto e intoccabile, quindi indisponibile, è invece un portato delle democrazie moderne che hanno attualizzato l’antico insegnamento cristiano veicolato dalla dichiarazione dei diritti umani prima americana e poi francese.

 

Una tale esaltazione del suicidio assistito ha quindi come automatica conseguenza la rivalutazione dei totalitarismi, e in particolare di quello che più degli altri ha fatto dell’eutanasia il suo cavallo di battaglia: il nazismo. Infatti fra quest’ultimo e la nostra civiltà di lusso non c’è una completa e insanabile discrasia di paradigmi e valori. Il nazismo sopprimeva i disabili e le cosiddette “vite improduttive” e “indegne di essere vissute” con la forza o con l’inganno. Di fronte a questo fenomeno non abbiamo più il diritto di inorridire: altrimenti facciamo esplodere la spocchia sofriana. Possiamo, infatti, solo avere qualcosa da ridire sull’uso della forza e dell’inganno ma non sul gesto in sé. Non è certo un’enormità anche solo il principio che esistano vite umane da sopprimere per mano dello Stato o di chicchessia! Quindi, il discrimine fra il nazismo e la sospetta “civiltà di lusso” è tutta nel metodo e non nel merito. E questo metodo diverso consisterebbe nella libertà e nel consenso.

 

Già negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale, Romano Guardini – con grande acutezza – poteva affermare che non esisteva concetto che fosse stato più pervertito di quello di libertà. Infatti, anche i totalitarismi basavano le loro ideologie sulla libertà e su un consenso di massa che effettivamente avevano. Ma era una libertà completamente avulsa da ogni forma di verità, e quindi il suo esatto contrario. Ed è in fondo la stessa libertà formale di cui parla Sofri. Egli, infatti, non sembra per nulla interessato al problema spinoso dell’effettivo consenso all’eutanasia che un malato può dare. In una società che ti ritiene un inutile peso, il consenso a togliere il disturbo può essere fortemente condizionato e tutt’altro che libero. Ma Sofri ci concede quantomeno il diritto di sperare che una persona a noi cara non prenda la fatale decisione. Forse, allora, ci viene anche riconosciuta la facoltà di provare a dissuadere il disperato che sta per buttarsi giù da un ponte come un sacco di rifiuti, prima di dargli la spinta. È una ben magra consolazione, nessun tentativo di dissuasione può sperare di avere successo se si fa presente al disperato che effettivamente lui potrebbe essere immondizia e che quindi potremmo aiutarlo a buttarsi giù. I diritti umani esistono, sì; ma non per lui. È sostanzialmente questo il valore – se così si può definire – dei colloqui che gli sciacalli di Exit ci assicurano di tenere con i loro assistiti prima di terminarli. Proprio questa mattina su Raiuno, un sensibilissimo esponente di Exit Italia proprio davanti all’esempio di un disperato che vuole buttarsi giù da un ponte ha risposto: “Lo faccia! Che ce ne importa?!”. Ma Sofri va anche oltre: nota che il suicidio interessa soprattutto i giovani e i carcerati. Quasi come a voler suggerire a Exit di non discriminare anche queste categorie che, pur non potendo essere considerati malati propriamente detti, hanno pur sempre il diritto di decidere della loro vita e di essere “aiutati”. Del resto, non contano i motivi. Nessuna differenza fra una malattia terminale e “una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli”. Il tema della mano tesa perchè il malcapitato desista e “torni di qua” è solo un vuoto moralismo, se l’altra mano è pronta a spedirlo “di là”.

 

Ma questi non sono problemi degni dell’attenzione di una “civiltà di lusso”, così come è del tutto superfluo il problema che un depresso – come era Magri – potrebbe non essere in grado di decidere lucidamente su una questione che si potrebbe a pieno titolo definire di vita e di morte. Non importa, ci basta un consenso formale. Un pezzo di carta che ci faccia stare tranquilli di non stare sopprimendo un innocente ma di stare aiutandolo. Ma il gesto stesso si basa su un principio talmente grave che ovviamente, col tempo, si inizia a fare a meno anche di un consenso puramente formale, come si osserva nei paesi dove l’eutanasia è ormai ideologia consolidata e che non risparmia nemmeno i bambini. E così un articolo che vuole salutare l’avvento di una civiltà che ci lascia finalmente alle spalle il totalitarismo, si mostra per il suo esatto contrario. Una nuova civiltà sì, ma non quella della democrazia moderna basata sui diritti umani e sulla vita come valore assoluto. No, una riedizione libertaria del totalitarismo in cui la vita è una cosa, un bene disponibile: un peso da affidare più o meno volontariamente ad altri perchè ce ne liberino.

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