Il rapporto vivi-morti nella Tradizione

Ho introdotto un’integrazione nel post “Che cos’è il culto dei santi?”. Siccome mi sembra un tema di una certa importanza, la propongo anche come post autonomo. 

Molti vanno dicendo che pratiche come quelle di far dire messe per i morti, siano figlie della dottrina del Purgatorio che effettivamente fu consapevolmente elaborata , dal punto di vista teologico, nel Medioevo. Niente di più falso. Se guardiamo a Padri della Chiesa del calibro di sant’Agostino, sant’Ambrogio e del meno noto san Paolino di Nola, ci accorgiamo che già nei primi secoli del Cristianesimo quel rapporto dinamico morti-vivi, del resto teorizzato dalla Bibbia, era del tutto accettato e praticato. Infatti, come approfondito in un altro post , furono le sopra dette figure (spesso citate dagli stessi protestanti) a incoraggiare il culto dei santi. Certo, non mancavano abusi e polemiche ma nessuno si sognava di accostare la comunione dei santi all’evocazione dei morti. In particolare, è interessante soffermarsi su un breve scritto di Agostino intitolato sulla  “Sulla cura dovuta ai morti” che è interamente consultabile online. Si tratta di una risposta sollecitata dall’amico Paolino di Nola sull’utilità della pratica – sempre più diffusa – di farsi seppellire vicino ai martiri. Quello che a noi interessa qui sono le riflessioni che il quesito induce in Agostino. Prima di entrare nel merito, infatti, il grande pensatore afferma l’utilità delle preghiere per i defunti:

Nei libri dei Maccabei si legge che venne offerto un sacrificio per i defunti 2. Ma anche se in nessun luogo delle antiche Scritture si leggesse qualcosa di simile, non poca cosa sarebbe l’autorità della Chiesa universale che si manifesta in questa usanza quando, tra le preghiere che dal sacerdote vengono innalzate al Signore nostro Dio davanti al suo altare, c’è un posto preminente la preghiera per i defunti (1. 3)

Qui Agostino, oltre a dirci che già ai suoi tempi le preghiere per i morti erano pratica comune, ci informa anche che si tratta di una tradizione antica. E che a prescindere dalla Scrittura, ci si può prestare fede per l’autorità della Chiesa. Come se non bastasse, continuando a leggere si trova scritto che la sepoltura nei pressi dei santuari ha una qualche utilità se intesa nel modo giusto.

Verso la fine dello scritto, sant’Agostino si interroga anche sul problema di base: il rapporto fra i vivi e i morti. In particolare, confronta l’intervento dei morti con quella che definisce una sua opinione personale: che i defunti non possano conoscere le vicende terrestri (13. 16). Opinione che sembra basata su una considerazione particolare: in sostanza se sua madre morta potesse vedere costantemente la vita del figlio, non avrebbe pace. Opinione personale che però in alcun modo giunge alla negazione della dinamicità del rapporto vivi-morti. Infatti, nei punti successivi, l’autore suppone che ai morti sia fatto conoscere quello che loro interessa per vie traverse, tramite gli angeli oppure dalle notizie in possesso di altri defunti. Il tutto per arrivare al punto decisivo:  i morti non possono fare niente (nè vedere nè intervenire), ma lo possono se Dio lo vuole (16. 9). E, ovviamente, a Dio tutto è possibile.

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2 Responses to Il rapporto vivi-morti nella Tradizione

  1. Vincenzo Sasso says:

    Partecipa anche tu all’iniziativa anti-Halloween. Esponi figure di santi, falle conoscere in città, imposta come immagine del profilo di Facebook un santo e riportane qualche informazione. ^_^

  2. Ettore says:

    Bella iniziativa, grazie 😀

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