Quelle «storie» costruite a tavolino

di Assuntina Morresi

Per un dibattito pubblico corretto bisogna chiamare le cose con il loro nome. Le polemiche sulla puntata di «Vieni via con me» in cui si è parlato di Welby ed Eluana sono sorte perché queste storie sono due passaggi per poter introdurre l’eutanasia in Italia. Welby l’ha scritto nella lettera al Presidente della Repubblica: «Il mio sogno è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l’eutanasia». Una richiesta impossibile, vietata per legge. Ma la domanda diretta ha individuato fin dall’inizio l’obiettivo da raggiungere. La sua battaglia è continuata con una richiesta legalmente legittima: la rinuncia alle cure. In Italia una persona consapevole – come era Welby – può rifiutare terapie, anche salvavita: Luca Coscioni, ad esempio, è morto perché ha rifiutato la tracheotomia, senza alcuna polemica postuma. Il «caso» Welby nasce perché Piergiorgio non voleva soltanto sospendere le terapie, ma farlo in un modo ben determinato: rendendo chiaro che un medico aveva eseguito passo passo le sue volontà.

 

Ha tracciato un percorso ai limiti della legge, la cui finalità eutanasica si è palesata quando ha consultato il dottor Casale, dell’associazione Antea per le cure palliative: Casale accettò di sospendergli la ventilazione, con una modalità precisa. Welby sarebbe stato sedato solo per lenire la sofferenza e non per accelerare la morte: dopo la sedazione non si sarebbe neppure più nutrito, e in breve sarebbe arrivato in prossimità della morte.

A quel punto Casale gli avrebbe tolto la ventilazione artificiale, e Welby sarebbe morto, senza mai provare dolore. Ma Welby rifiutò e fece addirittura ricorso contro Casale e l’associazione Antea: voleva essere sedato e subito staccato dal ventilatore. Casale spiegò che si era opposto perchè «qualora avessi agito in tal senso, comunque contro la mia volontà e la mia etica di medico e di uomo, il mio nome, quello di Antea, e quello di tutte le cure palliative sarebbe stato strumentalizzato nella battaglia mediatica e politica condotta in nome dell’eutanasia».

Welby, insomma, voleva un’interruzione di cure che somigliasse il più possibile a un atto eutanasico. Voleva dimostrare che i medici devono eseguire le volontà dei malati, come fossero impiegati o dipendenti qualsiasi, senza mettere in gioco scienza e coscienza. Per questo, anche se la sua richiesta era legalmente legittima (il dottor Riccio che l’ha messa in atto non è stato condannato dalla magistratura), il senso della sua battaglia era tutto eutanasico.

la stessa Mina Welby, leggendo il suo «elenco» nella trasmissione di Fazio, ha detto che suo marito voleva che la «lotta per l’eutanasia con i radicali, dove dovrebbero partecipare anche altri» doveva andare avanti dopo la sua morte La vicenda di Eluana era diversa, perché il suo stato vegetativo non le permetteva di esprimere alcun consenso alle cure. I giudici, su richiesta del padre, avevano stabilito che la sua volontà dovesse essere

E ricostruita a posteriori, in base a testimonianze o anche a «stili di vita».Ma per Eluana non si trattava di sospendere terapie mediche, bensì alimentazione e idratazione artificiale, che non «curano» lo stato vegetativo, più di quanto non lo facciano l’igiene personale e la mobilizzazione per evitare le piaghe.

Per chiarire: una persona in stato vegetativo a cui si sospende l’alimentazione e l’idratazione artificiale non muore di stato vegetativo, ma di fame e di sete. Allo stesso modo una persona in stato vegetativo che non viene lavata o mobilizzata, muore per infezioni, per incuria, non per stato vegetativo. Insomma: il cibo e l’acqua, comunque somministrati, non curano nessuna malattia, ma sono sostegni vitali, cioè mantengono in vita, e chiunque, sano o malato che sia, smetta di mangiare o di bere, muore. Chiedere di sospendere la nutrizione significa quindi chiedere di procurare la morte. Al di là delle differenze, nelle tragiche vicende di Welby ed Eluana la posta in gioco era il «diritto a morire», di una «morte medicalmente assistita». Due tappe verso l’eutanasia, compiute in nome di quanto di più legittimo: la libertà di cura e il consenso informato.

SAFE

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