Leggenda nera o leggenda rosa?

Fra N. Eymerich, Manuale dell’inquisitore, a. D. 1376

 

a cura di Rino Cammilleri

 

La “leggenda nera” sull’Inquisizione è stata da tempo smantellata dagli storici di professione, con un ridimensionamento di tali proporzioni da far temere ad uno dei maggiori specialisti italiani, Adriano Prosperi (non a caso di gran lunga il più citato nelle pagine che seguono), il passaggio ad una leggenda rosa”. Il timore è che si finisca col non sottolineare a sufficienza l’intolleranza di quel tribunale ecclesiastico che pretendeva di uniformare tutte le idee in circolazione ad una sola, la sua. Prosperi: “La scoperta che i giudici di quel tribunale agivano sforzandosi in buona fede di fare correttamente il loro lavoro e che spesso riuscivano ad arginare ondate di sospetti e d’intolleranza, che la loro procedura era rigorosa, che non desideravano far soffrire gli imputati, non significa sostituire alla “1eyenda nigra” una “leyenda rosada”” (Inquisizione: verso una nuova immagine?, in “Critica storica” n. 25, [19881). Già. Ma il lettore comune quanto sa di tale “scoperta”?
Comunque, qui si ricade nel solito problema del “revisionismo” storico, termine d’origine marxista che postula una verità ` ufficiale” da salvaguardare per non correre il rischio che qualcuno possa, a furia “revisionare”, subire tentazioni nostalgiche. Ma noi siamo convinti che, oggi come oggi (ma anche domani come domani) solo un visionario potrebbe pensare alla restaurazione di un Ancíen Régime in cui il Sant’Uffizio tenesse la conta di quelli che si confessano e fanno la comunione. Dunque, preferiamo subire la tentazione supremamente democratica di far sapere a tutti, anche al lettore medio, quel che gli storici accademici sanno bene da un pezzo. Perché il lettore (unico padrone e datore di lavoro di quelli come noi; l’unico, dunque, di cui c’importi il parere) di un argomento spinoso come l’Inquisizione dovrebbe continuare ad avere solo l’immagine fornita da romanzi “gotici” come Il pozzo e il pendolo o Il nome della rosa? Si deve ancora perpetuare la sgradevole distinzione tra cultura “alta” per le élites e “bassa” per il volgo? Nel nostro paese i cattolici sono tanti, e sono senz’altro interessati alla verità su uno “scheletro nell’armadio della loro storia, anche se qualche prelato o intellettuale potrà essere infastidito dalla riapertura d’antiche ferite. 

Tuttavia, il libero mercato presenta un aspetto – nel caso in questione meraviglioso: uno è padrone di comprare o meno questo libro, senza che un’Inquisizione lo processi per averlo fatto.
Il materiale sull’Inquisizione è ormai davvero immenso, ed è il motivo per cui nelle pagine seguenti verranno citate solo le opere a nostro giudizio più rappresentative, a malincuore trascurando – per esempio cose notevoli ma ponderose come i cinque volumi della Storia dell’Inquisizione in Italia di Romano Canosa e privilegiando autori tutt’altro che teneri nei confronti dell’Inquisizione. La scelta di proporre e commentare il Directorium di Eymerich nella versione cinquecentesca del Peña è stata suggerita dal singolare revival che l’inquisitore medievale subisce ai nostri giorni, trasformato com’è in protagonista di romanzi di fantascienza da un autore d’Urania, Valerio Evangelisti. In questo modo si è avuta la possibilità di offrire una specie di “summa” sull’argomento sfruttando un personaggio che i giovani conoscono, un manuale da inquisitori medievali con un aggiornamento di due secoli dopo, una succinta panoramica di quanto la moderna storiografia ha assodato. Chi vuole avere un’idea “veloce” di quel che fu davvero l’Inquisizione, non deve fare altro che leggere questo libro.

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Tuttavia è giusto avvisare il lettore, nostro signore e padrone, che commetterebbe un grossolano errore se leggesse le parole di Eymerich e di Peña con gli occhiali di fine XX secolo. Per due motivi. Il primo è che la “tolleranza”, quale oggi la s’intende nel pensiero “debole” e politically correct, cinquecento anni fa (epoca di Peña) e – a maggior ragione – settecento anni fa (epoca di Eymerich) era invece intesa nel suo senso letterale di “sopportazione”. Dall’Illuminismo in poi “tolleranza religiosa” ha significato indifferenza verso qualsiasi credo, religioso o no, adducendo che, se la religione porta a guerre e massacri, è meglio relegarla nel privato. Purtroppo i giacobini non trovarono altro mezzo c e imporre questa loro idea con guerre e massacri, il che ci riporta al punto di partenza. O meglio, fuori strada, perché un libro di storia è un libro di storia: lo si legge e poi, se si vuole, si esprime un giudizio; giudizio che è più lucido se si è avuta la possibilità di ascoltare tutte le campane.

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Un altro errore da non commettere, nel leggere questo Manuale dell’inquisitore, è pensare che alle direttive dei compilatori di simili testi seguissero pronte applicazioni. Gli inquisitori consultavano questi manuali solo per la procedura. La pratica quotidiana di quelli che erano pur sempre dei preti – e non cessavano di esserlo per il fatto di trovarsi addosso un’incombenza pesante e non di rado pericolosa – può genericamente riassumersi nella formula “fulmini dal pulpito e misericordia nel confessionale”. Anzi, proprio perché i contemporanei non sopportavano la clericalis mollities e tra il comandare e l’essere obbediti, a quei tempi, ce ne correva, Eymerich e chi per lui si vedevano costretti a rincarare la dose, sperando che dalla moltiplicazione delle minacce verbali scaturisse almeno un’accettabile percentuale di successo.
“Demonizzata dalla polemica protestante, attaccata con determinazione dagli illuministi fino a disinnescarne il legame col “braccio secolare”, l’Inquisizione attirò poi le fantasie romantiche”. Così il Prosperi (Introduzione, p. XVII) in un volume che il lettore troverà citato ad iosa: Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, 1996. A distanza di secoli c’è chi pubblica libri in cui si mostra un altro aspetto di Nerone; nulla di male, dunque, a far sapere che gli inquisitori costituivano di fatto l’ultima speranza del reo, ricercato come sovversivo dal “braccio secolare”, cioè il potere civile. Se si pentiva e dimostrava di voler rientrare nella Chiesa, questa lo proteggeva e gli salvava il collo. In caso contrario, respinta l’ultima possibilità di salvezza, essa era costretta ad “abbandonarlo al braccio secolare”, cioè a quel destino che il reo aveva volontariamente e ostinatamente perseguito.

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Questo punto, di capitale importanza, va tenuto presente se si vuol comprendere il linguaggio crudo ed esplicito di Eymerich (e di Peña; del quale tuttavia, per non pesare troppo sui lettori, abbiamo preferito riportare solo i passi essenziali). Certo, oggi siamo abituati a ben altra prudenza da parte degli ecclesiastici.
Ma al tempo di Eymerich non c’era timore di venire equivocati. Anzi, una certa apparente spietatezza era quasi d’obbligo per non confermare A potere civile (e lo stesso popolo) nel sospetto che la Chiesa fosse di suo troppo indulgente con colpevoli del delitto più alto: lesa maestà, il crimine peggiore nel mondo antico, la cui pena fin dai tempi di Diocleziano era il rogo. La Chiesa aveva dovuto lottare a lungo e duramente per sottrarre l’eresia alla giurisdizione civile: se si fosse mostrata troppo intenzionata a risparmiare gli eretici, tale giurisdizione (sempre periclitante) le sarebbe stata sottratta e l’eretico non avrebbe avuto misericordia. Divergenti erano infatti gli interessi dei due “bracci”: quello spirituale, tendeva a far rientrare l’eretico nell’ovile di Pietro; quello secolare, a eliminare ogni minaccia di sovversione.

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Altra fantasmagoria entrata per sempre nel nostro immaginario è quella che vede negli eretici degli inermi “martiri del libero pensiero”. “Ora, finché la letteratura sull’Inquisizione è stata soprattutto di origine protestante ( … ) si è potuto tranquillamente demonizzare quell’istituzione (strumento dell’Anticristo, si diceva) ed esaltarne le vittime come martiri della verità. Una nozione schematica e superficiale” (L’inquisizione: verso una nuova immagine?, cit., pp. 141-142). Dalle pagine che seguono si vedrà che l’eresia fu oggetto degli affanni inquisitoriali solo in minima parte e in periodi circoscritti. Il più del tempo gli inquisitori lo dedicavano a truffatori che si fingevano preti, bigami o trigami, fattucchieri denunciati da clienti delusi. Non solo: gli eretici veri e propri, specialmente nel periodo della lotta al protestantesimo, erano quasi tutti frati e preti. In più, gli eretici propriamente detti erano le mille miglia lontani dal rivendicare la “tolleranza” o l’equivalenza delle fedi. Potendo, si sarebbero comportati (e dove furono maggioranza si comportarono) come gli inquisitori, e anche peggio.
Certo, per la sensibilità odierna la libertà è un valore molto superiore alla verità. Anzi, è l’unico valore, laddove alla nozione di “verità” ci si avvicina con l’atteggiamento sospettoso di Pilato (“Quid est veritas?”) o, peggio, con quello condannatorio di Umberto Eco ne Il nome della rosa, il cui protagonista dichiara senza mezzi termini che l’unica passione insana da cui è d’uopo liberarsi è appunto quella per la verità. Chi crede che la verità esista è un sognatore (secondo Pilato) o un pericoloso fanatico (secondo Eco).
Beh, la Chiesa crede alla verità, e anche l’Inquisizione ci credeva. Girando il problema all’ultimo grande inquisitore vivente, il cardinale Joseph Ratzinger (che è prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ex Sant’Uffizio) centra il tema in un suo libro: La via della fede. Le ragioni dell’etica nell’epoca presente (Ares, 1996). E ribatte: già, ma che cos’è la libertà? La definizione di libertà non deve essere completata mediante il legame con la ragione, pena la caduta nella tirannia dell’irrazionalità? Per esempio, il marxismo si è presentato come liberatore ma si è risolto nel più grande sistema di schiavitù della storia. La Rivoluzione francese iniziò come idea democratica costituzionale, anzi fece sua l’idea rousseauiana di anarchia individualista, e divenne una dittatura sanguinaria e accentratrice. La Riforma protestante “liberò” l’individuo dalla gerarchia ecclesiastica e dal dogma, creò le chiese nazionali e finì con il rafforzare il potere dello Stato.
Leggendo Sartre ci si rende conto che la libertà radicale, totale, dell’individuo non porta in nessun posto, è un fallimento angosciante e senza senso. L’antica tentazione (” … sarete come dei … “) si ripete nel desiderio di indipendenza da tutto e da tutti: dalla legge, dall’autorità, dalla realtà stessa, come i paradisi drogastici promettono. Insomma, il problema è ancora e sempre teologico, perché solo Dio può godere della libertà assoluta; invece l’uomo è tanto più libero quanto più liberamente accetta la verità, dalla forza di gravità in su. Solo accettando le leggi fisiche, infatti, si può volare; se le si rifiuta, ci si sfracella.
Senza l’adesione alla verità, dice sant’Agostino, non c’è differenza strutturale tra uno Stato e una ben ordinata banda di predoni. E senza responsabilità non si dà libertà. Ma in che consista la responsabilità oggi è stabilito dal consenso. Solo che il consenso è manipolabile, e i miti sono più attraenti della verità.
Dice Ratzinger: “La patologia della religione è la malattia più pericolosa dello spirito umano. Essa si dà nelle religioni, ma esiste propriamente anche là dove la religione è respinta come tale e viene attribuito un ruolo assoluto a beni relativi: i sistemi ateistici dell’epoca moderna sono gli esempi più spaventosi di una passione religiosa alienata dalla sua essenza”. Morale: se la verità non esiste, non esiste nemmeno la libertà. Come dice il Vangelo, solo la verità rende liberi. Questo concetto era chiarissimo e pacifico per tutti al tempo dell’Inquisizione.

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E ci sia consentita un’ulteriore riflessione. Le recenti follie di fanatici settari (il suicidio di massa della Guyana, quello svizzero-canadese del Tempio Solare, quelli statunitensi di Internet, e poi “Satana” Manson, Waco o il gas nervino nella metropolitana di Tokyo) inducono a sospettare che forse l’attenzione inquisitoriale abbia davvero, nei secoli passati, salvato il cervello degli europei e rimandato il più possibile i disastri operati da utopie, ideologie e culti disumani. Forse. E, certo, la storia non si fa con i “se”. Ma, grazie a Dio, nemmeno con i moralismi.
In ogni caso, il lettore a cui della diatriba sulle leggende nere o rosate non importa nulla potrà godersi, leggendo questo Manuale, uno spaccato di vita medievale (e anche rinascimentale) quale non sempre è dato di vedere direttamente sulle fonti.

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Un’ultima cosa. Il Vaticano ha di recente aperto agli studiosi gli archivi del Sant’Uffizio. Correvano strane leggende metropolitane su questo archivio, la cui “chiusura” era attribuita a chissà quali segreti da nascondere. Le cose, al solito, erano più semplici. Quasi cinquecento anni di documenti rappresentano una mole immensa, una spaventosa congerie di carte che richiede catalogazione da parte di esperti. Finalmente, tale lavoro è stato completato e uno studioso interessato può utilmente chiedere il tal documento, ben sapendo che l’archivista è adesso in grado di trovargli in tempo ragionevole il volume in cui è contenuto. Come mai c’è voluto tanto? Anche qui, la risposta è semplice: le vicende politiche e umane. Muore un papa, se ne fa un altro (passa il tempo); muore l’archivista esperto, non ce n’è uno che possa sostituirlo subito; c’è una guerra di mezzo; c’è il papa, c’è l’archivista e non c’è guerra, ma la situazione è fortemente anticlericale, meglio allora rimandare. E così via. C’è anche un altro aspetto da tener presente: la maggior parte degli studiosi sono curiosi dei processi per eresia, ma questi costituiscono solo un’infima parte dell’archivio del Sant’Uffizio; il più è formato dalle grandi controversie teologiche del XVI secolo, i fenomeni di falso misticismo del secolo seguente, i movimenti spirituali di quello successivo, il confronto con l’illuminismo nel XVII secolo, con il liberalismo, il marxismo, il positivismo, l’evoluzionismo nel XIX. Si aggiunga che tra il 1816 e il 1817 l’intero archivio fu requisito e portato a Parigi dai napoleonici, cosa che causò la perdita pressoché totale dei documenti attinenti ai processi. Alla Restaurazione, pochissimo potè essere recuperato (molti documenti vennero usati come carta da camino, altri furono trovati nella bancarelle dei pescivendoli, che se ne servivano per avvolgere la merce), anche perché il governo francese non volle accollarsi le spese del trasporto a Roma. Nella vicenda rimasero coinvolti anche i documenti riguardanti i processi di Galileo e Giordano Bruno.
Le carte messe a disposizione degli studiosi arrivano fino al 1903. Qualche teologo sospeso a divinis se ne è lamentato, insinuando, anche qui, “cose da nascondere”. Ma la storia del XX secolo è nota, e l’attività inquisitoriale del Novecento al massimo riguarda Padre Pio o beghe di monaci. In quel tempo il pontefice san Pio X rimaneggiò completamente l’istituzione, preparando il terreno alla riforma di Paolo VI. Dunque, gli ultimi novant’anni sono di scarso interesse laico”.
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Il famigerato Indice dei libri proibiti? E’ sempre stato, per ovvi motivi, a disposizione di tutti. Copie d’antiquariato possono reperirsi agevolmente sulle bancarelle dei Navigli a Milano. Tale Indice – è bene ricordarlo – serviva solo ai devoti obbedienti: a volte passavano quaranta, cinquant’anni prima che un libro venisse inserito nell’Indice. Infatti occorreva prima leggerlo, magari tradurlo, esaminarlo, sottoporlo agli esperti. Nel frattempo, quanti lo volevano leggere avevano avuto ogni agio per farlo. Non solo. Le censure dovevano essere apposte a mano, copia per copia, coprendo di inchiostro nero le righe censurate. Insomma, l’Indice aveva, di fatto, solo un valore, appunto, indicativo per i credenti.

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Ed eccoci a questo Manuale. L’opera di Eymerich fu uno dei testi di consultazione più diffusi, con un’incidenza anche maggiore di quella, pur celebre, di Bernardo Gui. Un inquisitore, data la puntigliosità con cui doveva essere applicata la procedura, quasi non poteva farne a meno. Diviso in parti, in capitoli e in paragrafi (addirittura con, in certi punti, una scansione numerica a-domanda-risponde che ci fa facilmente immaginare il dito dell’inquisitore scorrere sulle righe alla ricerca della risposta che faccia al caso suo), assemblava in un unico, comodo volume una vasta congerie di disposizioni le più disparate provenienti da bolle, concili, decreti, canoni. In più, metteva a disposizione per una vastissima gamma di situazioni la consumata esperienza di un inquisitore rinomato per dottrina e precisione. La sua validità sfidò i secoli, tanto che, mutati i tempi e le eresie, non si stimò necessario provvedere alla confezione di un nuovo manuale; fu sufficiente incaricare Francisco Peña di aggiornarlo qua e là nelle parti divenute obsolete. Così, un manuale concepito in tempi di catarismo poté essere tranquillamente utilizzato anche per far fronte al protestantesimo. In fondo, come ha detto qualcuno, le posizioni eretiche sono come quelle erotiche: combinazioni monotonamente diverse all’interno di una gamma tutto sommato piuttosto ristretta.
Tuttavia, il discorso sull’Inquisizione (che è in fondo quel che più ci interessa) rischiava di restare monco. Il lettore, infatti, si sarebbe trovato ad avere a che fare con un testo specialistico concepito per ecclesiastici di settecento anni fa, e a delle chiose che avevano senso solo nel XVI secolo. Era opportuno, dunque, dare una “terza mano” di vernice sul tutto, per mostrare al lettore comune di fine millennio una figura per quanto possibile a tutto tondo del fenomeno Inquisizione. Ove opportuno, come un moderno giureconsulto (ma con intenti questa volta divulgatori), ho aggiunto esempi, chiarimenti, paragoni, citazioni, fatti storici, sperando che dal risultante mix di commenti e documenti scaturisca una panoramica generale quale non è dato di vedere nelle opere che parlano dell’Inquisizione ma non fanno parlare gli inquisitori.

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E adesso, scusandomi per le troppe precisazioni e parentesi, passo la parola al libro. Ma mi chiedo: a chi interessa, in fondo, la vera storia dell’Inquisizione? Domanda legittima, visto che un quotidiano italiano di grande diffusione (L’Unità), nel dare notizia dell’apertura degli archivi inquisitoriali, datava al 1442 la Riforma luterana, papa Paolo III e il Concilio di Trento. Il che, come notava l’editorialista Socci su Il Giornale, “è come collocare nel 1848 la seconda guerra mondiale e la bomba atomica”. Insomma, l’Inquisizione? (Forse) molto rumore per nulla.

AVVERTENZA
L’Inquisizione non fu affatto un’istituzione monolitica, ed è più corretto parlare non d’Inquisizione ma delle Inquisizioni. Sommariamente, esse furono: Inquisizione episcopale (sec. XII); Inquisizione legatizia (sec. XII-XIII); Inquisizione papale-monastica (sec. XIII-XV; Inquisizione romana (dal 1542 in poi), diventata nel 1588 Congregazione del Sant’Uffizio. Abbiamo poi quella dogale veneziana (1249-1289), quella règia francese (1251-1314) e quella règia spagnola (1478-1834). In più, quelle laiche e governative dei vari principati, repubbliche, signorie, ducati, eccetera, nonché quelle dei paesi protestanti (Paesi Bassi, Inghilterra, Scozia, le colonie inglesi d’America, ecc.).
Qui ci occuperemo solo di quelle cattoliche.
È anche bene chiarire che l’uso del termine “inquisizione” è esatto, nella sostanza, a proposito delle regioni protestanti, ma non nella forma. Infatti la repressione dell’eresia non vi era affidata al clero (concetto molto sfumato e approssimativo nella composita galassia protestante), bensì ai tribunali regolari. Era uno dei risultati della fusione tra chiesa e stato, generata dal sorgere delle “chiese nazionali”. Come in Inghilterra, di fatto era il capo dello stato il vertice della comunità religiosa.

Editoriali e altro

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