La pillola dell’irresponsabilità


di Assuntina Morresi

Il suo meccanismo di azione è analogo a quello della pillola abortiva
Ru486, ma EllaOne – indicata come «la pillola dei cinque giorni dopo» –
è registrata dall’azienda produttrice come contraccettivo di emergenza.

In altre parole, è fra quei farmaci usati per impedire una gravidanza,
ma che si assumono solo dopo un rapporto sessuale nel quale vi sia
stata la possibilità di un concepimento, quando ancora non è possibile
effettuare un test di gravidanza.

In Italia c’è già la «pillola del giorno dopo», che funziona se presa
entro 72 ore dal momento della possibile fecondazione; con EllaOne, non
ancora approvata nel nostro Paese, i giorni di efficacia arrivano a
cinque. La differenza è nel meccanismo di azione, ma in entrambi i casi
non si esclude che in presenza di un embrione le due pillole ne
impediscano l’annidamento in utero.

L’espressione «contraccezione d’emergenza» è un’invenzione lessicale
del mercato farmaceutico per cercare di diffondere surrettiziamente
farmaci che possono avere anche un effetto abortivo, evitando le
polemiche che questi suscitano, e al tempo stesso aggirando le leggi
nazionali che regolano l’aborto.

La vicenda della Ru486 ha pur insegnato qualcosa: una pillola abortiva,
di per sé, è un prodotto che non si presenta bene, e che non si riesce
ad associare a un’esperienza positiva. Ma soprattutto l’introduzione di
un farmaco abortivo deve sempre avvenire nel rispetto delle normative
che regolano l’aborto, diverse da Paese a Paese. E anche quello più
favorevole alla Ru486, la Francia, che ha voluto modificare la legge
nazionale appositamente per favorirne la diffusione consentendo
l’aborto a domicilio, lo ha potuto fare solo dopo dieci anni di tenace
impegno di medici e politici nella promozione del metodo farmacologico.

Per regolare la diffusione dei prodotti contraccettivi, invece, non ci
sono leggi come quelle sull’aborto: il mercato li può assorbire più
facilmente, quindi, spesso nella disattenzione dell’opinione pubblica e
del mondo politico.

Ma c’è un elemento ulteriore che accomuna tutti i «contraccettivi
d’emergenza», importante dal punto di vista educativo: l’incertezza. Al
momento in cui si utilizzano queste sostanze, non c’è sicurezza sulla
presenza di un embrione, e quindi neppure sulla sua eventuale
eliminazione. Un aborto precocissimo, ma incerto, che sfugge persino al
più blando dei controlli: il conteggio. Nessuna donna che abbia
utilizzato un «contraccettivo d’emergenza» saprà mai se ha interrotto
una gravidanza nelle sue prime ore. Impossibile contare il numero degli
embrioni eliminati in questo modo: al massimo si può sapere quante
pillole sono state vendute, ma quelle effettivamente consumate e gli
eventuali aborti possono essere solo ‘stimati’ in modo approssimativo.

L’aborto è incerto perché lo sono la gravidanza e il consumo stesso del
farmaco, ma anche perché altrettanto insicuro è il rapporto che, forse,
ha generato quell’embrione: legami sentimentali poco stabili, spesso
occasionali, magari del sabato sera.

Sono le pillole dell’incertezza del vivere, quando tutto è precario e
al tempo stesso possibile, e non si è più sicuri di niente. Come si può
educare una generazione alla responsabilità nei rapporti se non si
riesce neppure ad avere la percezione di cosa effettivamente si sta
facendo? Come è possibile educare al rispetto della vita nascente, se
non si sa neppure se ci sia o no? E come si potranno poi giudicare i
propri atti, se non c’è neppure la possibilità di sapere cosa realmente
è successo? Se un fatto è incerto, ancor più lo sarà la possibilità di
valutarlo: è l’ennesima faccia dell’emergenza educativa che segna il
nostro tempo.

SAFE

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