Inquisizione senza mostri

Articolo apparso sul Sole 24 Ore il 30 Maggio 2010

di Anna Foa

Si
riaccende l’annosa polemica sui tribunali dell’Inquisizione, suscitata
questa volta dall’Introduzione apposta da un romanziere, Valerio
Evangelisti, alla ristampa per le edizioni Odoya della Storia
dell’Inquisizione scritta da uno sconosciuto storico spagnolo degli
anni Trenta, Carlo Havas. Un libro uscito in Italia nel 1932 per le
edizioni Schor arricchito, ci dice Evangelisti, da illustrazioni
ammiccanti di fanciulle seminude torturate da foschi inquisitori. Ciò
nonostante, afferma Evangelisti, il libro merita ancor oggi di essere
letto, soprattutto in presenza di una storiografia che, tranne rare
eccezioni, si dedica a piene mani a far opera di “revisionismo
storico”, e sostituisce la “leggenda nera” di un’Inquisizione assetata
del sangue di eretici e streghe con una “leggenda aurea” che ne fa un
tribunale mite e soprattutto garantista. Alle origini di questa
rilettura, sostiene, è la volontà cattolico-integralista di riabilitare
la Chiesa controriformistica e l’Inquisizione. Un revisionismo,
incalza, che porta facilmente come suo esito il “negazionismo”, quello
è per intenderci di un Irving e di un Faurisson. Un’accusa che sarebbe
difficile da digerire per la categoria degli storici, se non fosse per
il fatto che viene da un romanziere, abituato a volare con la fantasia,
come fa nei suoi libri con il suo protagonisti –l’inquisitore aragonese
Nicolas Eymerich, un domenicano realmente esistito e autore di un’opera
importante, il Directorium inquisitionis, del 1376 –che trasforma in
una figura ambivalente, fanatico e durissimo sostenitore della purezza
della fede contro gli eretici, le streghe, gli ebrei, i mori, ma anche
personaggio affascinante, coraggioso, fin non alieno da un certo grado
di introspezione. E fin qui, nulla da obiettare.

Ma siamo
proprio sicuri che le opere di questi storici, intenti a rivedere la
vulgata e a ricostruire intenti a rivedere la vulgata e a ricostruire
in tutte le sue sfumature il percorso dei tribunali della fede, sia
frutto di una scelta ideologica e non invece del loro concreto mestiere
di storici? Non era forse in base alle sue ricerche che il padre della
storiografia liberale ottocentesca sull’Inquisizione, l’americano Henry
C. Lea, certo non sospetto di filo-clericalismo, si domandava con
stupore all’inizio del Novecento come mai l’Inquisizione romana e
spagnola avessero assunto un atteggiamento scettico in tema di
stregoneria?

Ed era forse per difendere la Chiesa cattolica che
nel 1996 Carlo Ginzbourg pubblicava in appendice al suo I ben andanti
il testo latino del documento con cui nella prima metà del Seicento
l’Inquisizione romana poneva il fatto che in Italia ai processi contro
la stregoneria, un testo di cui successivamente lo storico americano
John Tedeschi retrodatava ulteriormente la circolazione ai primi due
decenni del Seicento? Portando ancor oltre tale tendenza al
revisionismo, lo storico Giovanni Romeo, che Evangelisti non cita fra
le sue bestie nere, si è domandato se la tendenza a guardare con
scetticismo al crimine di stregoneria non avesse accompagnato, sia pur
fra conflitti e divergenze, l’intero percorso delle due inquisizioni,
quella romana e quella spagnola. Interpretazione che non gli impediva
però di mostrarsi tutt’altro che tenero con i fautori della
repressione, come San Carlo Borromeo, che nel 1569 riuscì a mandare al
rogo undici “streghe” contro il parere contrario del Sant’Uffizio.

Quanto
all’Inquisizione spagnola, nata sotto l’ombrello della corona spagnola
nel 1478, essa incrudelì contro i giudaizzanti, il suo principale
obiettivo. Ma non contro le streghe, tanto è vero che nel 1613 un
inquisitore spagnolo Alonso de Salazar Frìas, riuscì a far approvare
dal Consiglio della Suprema Inquisizione un documento che, sulla stessa
linea di quello più o meno contemporaneo dell’Inquisizione romana,
poneva di fatto fine ai processi per stregoneria in Spagna. La storia
di questo inquisitore coraggioso l’ha narrata Gustav Henningsen, un
altro degli storici accusati di revisionismo da Evangelisti.

E
che dire dei demonologi, quei giuristi, ecclesiastici o laici, autori
dei manuali di stregoneria, quei libri che servivano da guida ai
giudici durante i processi? Ce n’era di tutti i tipi, dai laici come
l’umanista Jean Bodin, una delle glorie del pensiero politico francese
del Cinquecento, ai domenicani, ai gesuiti. Gesuita era, ad esempio,
Martin del Rio, uno dei più famosi demonologi del secondo Cinquecento.
Ma gesuiti erano anche, nella Germania del primo Seicento Adam, Tanner,
Paul Laymann e Frederich von Spee tutti oppositori della terribile
caccia alle streghe scatenata durante la guerra dei Trent’anni dai
principi cattolici della Germania. In particolare Spee, autore di un
libro coraggiosissimo, la Cautio criminalis (1631) che denunciava da
confessore delle streghe mandate al rogo, l’orrore del sistema in base
al quale venivano condannate. Un sistema, si badi, non affidato in
questo caso all’Inquisizione anche se fondato su procedure di tipo
inquisitoriale. Quella di Spee è anche un pezzo della storia di quel
conflitto tra confessori e inquisitori su cui molto ha scritto Adriano
Prosperi nel suo Tribunali della coscienza, un libro in cui, sia detto
per inciso, si offre dell’Inquisizione romana un’immagine molto
sfumata, tanto diversa dalla leggenda nera quanto lontana da ogni forma
di apologia.

Il fatto che sul problema della stregoneria
giuristi e teologi della Controriforma avessero posizioni contrastanti
e che le Inquisizioni fossero all’avanguardia nell’estinguere i roghi
non vuol dire naturalmente che esse smettessero di perseguitare gli
eretici. La fine della caccia alle streghe in Italia non comportò –e
come avrebbero potuto? –conseguenze sul terreno della terreno della
libertà di pensiero e di religione, a cui la Chiesa continuò a opporre
il principio inderogabile della difesa della verità della fede. Ma c’è
proprio bisogno, per affermare il rifiuto dell’intolleranza, di
sventolare l’immagine di maniera di una Chiesa oscurantista e di
un’Inquisizione sanguinaria e perversa? L’immagine complessa e sfumata
che gli storici hanno di delineare di questo periodo non soltanto non è
diventata egemone, ma non è neppur filtrata nella vulgata.
L’Inquisizione resta, nell’opinione comune ma anche in quella di molta
parte della nostra cultura, un mostro da non rimettere in discussione
sotto nessun aspetto. La leggenda nera è più attraente perché gronda
lacrime e sangue, tortura e corpi spezzati. I grigi, le sfumature, non
piacciono che a pochi. E i libri di storia, come i romanzi, devono
soprattutto piacere. Forse anche noi storici dovremmo cominciare a
prenderne atto.

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