Max Weber aveva torto. Una recensione di The Victory of Reason di Rodney Stark


di Massimo Introvigne

Che
il capitalismo sia nato nel mondo protestante, per modernizzare la
vecchia e polverosa Europa cattolica, come spesso si legge ancora sulla
scia di letture spesso neppure di prima mano del sociologo tedesco Max
Weber (1864-1920), è tesi da tempo abbandonata dagli storici e dai
sociologi dell’economia. Si sa da tempo che l’economia moderna, la cui
«invenzione» è stata attribuita da Max Weber alla seconda generazione,
battista e metodista, del protestantesimo (non già alla prima, luterana
e calvinista[1]), era già
fiorente secoli prima della sua presunta nascita. Rodney Stark, oggi
professore di Scienze Sociali alla Baylor University di Waco, in Texas,
dopo una lunga carriera che lo ha portato a presiedere la prestigiosa
Society for the Scientific Study of Religion (Società per lo Studio
Scientifico della Religione) e a essere considerato uno dei maggiori
sociologi delle religioni viventi, nel terzo volume, The Victory of Reason[2], di una trilogia dedicata alla «sociologia dei monoteismi»[3],
va molto oltre le critiche correnti alla tesi di Max Weber. Sostiene da
una parte che il cattolicesimo è alle origini non solo del capitalismo,
ma anche della scienza e della nozione di libertà personale (senza le
quali il capitalismo non sarebbe mai sorto), e dall’altra che semmai il
protestantesimo ha danneggiato l’economia moderna nascente e ne ha ritardato il progresso.

I libri di testo scolastici, nota Stark, raccontano ancora che «(…) l’Occidente
è nato precisamente quando ha superato gli ostacoli religiosi al
progresso, specialmente quelli che impedivano la scienza. Stupidaggini:
il successo dell’Occidente, nascita della scienza compresa, riposa
interamente su fondamenta religiose, e le persone che sono alle sue
origini erano devoti cristiani
»[4].
Anche chi riconosce qualche merito al protestantesimo resta comunque
vittima – scrive il sociologo americano (che non è egli stesso
cattolico) – di un «anti-cattolicesimo accademico»[5],
che – pure smentito dagli studi universitari più seri –  non
accenna purtroppo a diminuire. Ecco allora la necessità di una risposta
articolata non solo a Max Weber, ma a una vulgata
post-weberiana utilizzata da chi spesso non ha neppure mai letto il
sociologo tedesco per fini che hanno molto a che fare con la propaganda
e ben poco con la scienza accademica. La vocazione che ha portato
Rodney Stark a specializzarsi nella sociologia delle religioni è sorta
dall’idea che si potesse e si dovesse contrapporre un nuovo paradigma a
quello dominante che derivava ancora largamente da Max Weber. Con The Victory of Reason, Stark chiude i suoi conti con il sociologo tedesco.

«Fondamenti»

L’opera di Stark è divisa in due parti. Nella prima – intitolata «Fondamenti»
(pp. 3-100) – il sociologo americano sviluppa il modello teorico che
nella seconda parte applica alla storia dell’Occidente. Il punto di
partenza è familiare a chiunque conosca la sociologia di Rodney Stark:
la religione non è un fenomeno secondario che deve essere spiegato
attraverso cause economiche e sociali, ma è al contrario la realtà che
spiega – non da sola, naturalmente, giacché qualunque spiegazione
monocausale è semplicistica – un gran numero di fenomeni sociali,
politici ed economici[6].
Né si tratta solo della religione considerata a sua volta come un
fenomeno sociale: l’idea di Dio che ciascuna religione propone ha
conseguenze decisive per la vita associata[7].

Il
Dio cristiano ha questo di particolare: ha creato il mondo secondo
ragione, il che implica che le leggi dell’universo possano essere – sia
pure mai completamente – scoperte e comprese dalla ragione umana. Stark
cita, tra i molti testi cristiani dei primi secoli, un brano di
Tertulliano (160-220): «La ragione è cosa di Dio, in quanto nulla
esiste che Dio, il Creatore di tutto, non abbia pensato, disposto e
ordinato secondo ragione – nulla che Egli non abbia voluto che potesse
un giorno essere compreso dalla ragione
»[8].
Dal momento che comprendere le leggi secondo cui Dio ha creato e ordina
l’universo non è facile (anche se non è impossibile, osservando con
attenzione l’universo stesso), la scoperta di queste leggi potrà essere
soltanto graduale: di qui l’idea del progresso, e di una conoscenza che
nel tempo cresce e si perfeziona – un altro tema che differenzia il
cristianesimo dalla maggioranza delle altre religioni, per cui la
conoscenza e la sapienza declinano rispetto a un’età dell’oro
originaria e irripetibile, rispetto alla quale non è possibile
progresso ma solo decadenza.

La scoperta progressiva di
leggi secondo cui funziona l’universo è quanto siamo abituati a
chiamare scienza. La mera invenzione di strumenti utili, senza teoria,
non è scienza. La teoria non verificata attraverso l’osservazione
sistematica della natura, a sua volta, non è scienza, ma filosofia. In
questo senso, Stark sostiene che «la vera scienza è nata una volta sola: in Europa»[9]:
e nell’Europa cristiana, non in Grecia o a Roma. I Greci antichi erano
perfettamente in grado di costruire strumenti slegati dalla teoria, o
di elaborare teorie sottratte alla verifica empirica: non si trattava
ancora di scienza. Aristotele (384-322 a.C.), per esempio, insegnava
che la velocità di caduta di un solido è direttamente proporzionale al
suo peso, così che una pietra pesante il doppio di un’altra avrebbe
dovuto cadere dallo stesso punto a una velocità doppia della seconda. «Una gita alla più vicina collina gli avrebbe consentito di convincersi che la sua idea era falsa»[10],
ma il punto è proprio che Aristotele, che pure talora compiva
esperimenti, non lasciava che questi interferissero con le sue teorie.

Il
problema, sostiene Stark, non sta in una mancanza di buon senso di
Aristotele ma nel clima religioso della Grecia antica: i suoi dèi sono
capricciosi e imprevedibili, non è chiaro se abbiamo qualcosa a che
fare con la creazione del mondo (lo stesso Aristotele lo nega), e
certamente non lo hanno ordinato in modo razionale. La stessa
imprevedibilità di Dio spiega perché la scienza non nasca in Cina o in
India – dove manca la nozione di un Dio personale e ragionevole che ha
messo ordine nel mondo – e neppure (benché molti si ostinino a pensare
il contrario) nel mondo islamico, la cui idea di Dio è quella di un
sovrano che può cambiare le leggi dell’universo come e quando crede.
Pertanto grandi scoperte empiriche e sviluppi tecnologici in settori
specifici non portano i musulmani alla formulazione di vere e proprie
teorie scientifiche. Quella stessa corrente dell’islam che si ispira ad
Aristotele ne assorbe la filosofia proprio in quegli aspetti che
tendono a produrre teoria separata dalla verifica empirica. Quanto
all’ebraismo – cui nei volumi precedenti della trilogia Stark riconosce
peraltro ampi meriti nella preparazione della successiva fioritura
cristiana – le sue difficili circostanze dopo la Diaspora lo portano,
come comunità (e nonostante la partecipazione individuale di numerosi
ebrei all’impresa scientifica europea), a preoccuparsi più
dell’interpretazione della Legge divina come guida per la vita morale
che della scoperta delle leggi che regolano la creazione.

Ma
il cristianesimo non si limita a inventare la scienza. Inventa anche la
nozione di persona umana, dotata di libertà e responsabilità. Le leggi
dell’universo che possono essere scoperte – e che in parte sono state
rivelate, anche se in molti casi la ragione avrebbe potuto
identificarle da sola – non sono solo di natura scientifica: ve ne sono
anche di natura morale. Si ha il dovere di conoscerle e di viverle, e
la responsabilità di chi trascura questo dovere è tutta sua: non deriva
dal Fato, come nella tragedia greca, o da reincarnazioni passate di cui
non sappiamo nulla, come nelle religioni orientali. Nasce così,
propriamente, la persona, dotata di diritti (da cui la lunga lotta
della Chiesa contro la schiavitù) e di doveri. Questi diritti implicano
anche la libertà politica – declinata diversamente secondo i tempi e i
luoghi – e la tutela della proprietà privata, benché quest’ultimo
diritto non sia concepito come assoluto ma subordinato alle esigenze
del bene comune, secondo una casistica che raggiungerà il suo apice con
la Scolastica del Medioevo.

Scienza, libertà della persona
e proprietà privata sono le tre basi dell’economia «moderna», che in
realtà non è affatto moderna ma è medievale. Nel Medioevo, senza
saperlo (se ne accorgerà solo con le scoperte geografiche), l’Europa
cristiana sorpassa il resto del mondo nei settori della scienza,
dell’organizzazione politica e dell’economia: «l’idea secondo cui
nel Medioevo l’Europa sprofonda nell’oscurità è una mistificazione
creata ad arte dagli intellettuali irreligiosi e violentemente
anti-cattolici del secolo XVIII
(…)»[11].
Le definizioni di «economia moderna» e «capitalismo» sono oggetto di
dibattiti infiniti fra gli storici e i sociologi dell’economia. La
definizione oggi più corrente del capitalismo – evidentemente
alternativa a quelle polemiche di stampo marxista, che lo riducono allo
sfruttamento dei lavoratori – fa riferimento a «(…) un sistema
economico dove “aziende” relativamente bene organizzate e di lunga
durata, i cui proprietari sono privati, perseguono attività commerciali
complesse nell’ambito di un mercato almeno parzialmente libero,
formulando sistematicamente progetti di lungo periodo, scelti secondo
la loro possibilità teorica di generare guadagni, che prevedono
l’investimento e il re-investimento (diretto o indiretto) di ricchezza
in attività produttive che utilizzano lavoratori salariati
»[12].

Se
si adotta questa definizione, i primi «capitalisti» sono i grandi
monasteri medievali, e il capitalismo nasce nel IX secolo, non nel XVI
come pensava Max Weber. E si sviluppa nei secoli successivi soprattutto
in Italia, dove sono presenti le tre citate condizioni per la nascita
dell’economia moderna: una passione per la scienza (coltivata nelle più
grandi università del Medioevo, come Padova e Bologna, ma anche in un
sistema scolastico pre-universitario superiore a quello di tutti gli
altri paesi), una libertà politica che deriva dalla stessa
frammentazione in Comuni e staterelli, il che impedisce a un potere
dispotico e centralizzatore di interferire con l’economia, e un
riconoscimento non illimitato ma sufficientemente ampio del diritto di
proprietà privata, frutto della raffinata elaborazione dei teologi
cristiani medievali.

«Compimento»

La seconda parte –  «Compimento»
(pp. 101-231) – entra in dettagli storici di sorprendente ricchezza, se
si considera che l’autore non è uno storico di professione, alcuni dei
quali riassumono teorie su cui esiste fra gli storici un vasto consenso
mentre altre volte, come Stark ammette, si tratta di ipotesi da
verificare tramite ulteriori studi e su alcune delle quali si può in
effetti coltivare qualche perplessità. L’affresco storico che Stark
traccia è quello dello sviluppo del «capitalismo» (come sopra definito)
anzitutto in Italia, dove sono inventate la banca moderna e il sistema
assicurativo, con un primato europeo incontrastato che dura fino al XVI
secolo e che fa sì che l’Italia, pure politicamente e militarmente
debole, domini economicamente il continente. «Fino al secolo XV
anche tutte le banche medio-piccole dell’Europa Occidentale, oltre alle
grandi, sono italiane, e certamente non esistono banche internazionali
che non siano italiane. Fino a quest’epoca tutte le banche in
Inghilterra e in Irlanda sono filiali di banche italiane, e lo stesso è
vero per le Fiandre. E in Francia e in Spagna per tutto il Medioevo le
uniche banche di cui ci è nota l’esistenza sono italiane
»[13]; «anche
le filiali più lontane sono gestite da personale assunto e formato in
Italia, e tutti gli affari sono condotti in lingua italiana
»[14]. Queste imprese italiane non operano nonostante ma grazie
alla religione cattolica, i cui insegnamenti morali sono parte
integrante della formazione del personale, cui del resto sono date
istruzioni perché in tutta Europa una parte dei profitti sia destinata
alla carità e al culto. Solo molto lentamente, profittando di
situazioni geografiche favorevoli e di innovazioni tecnologiche nel
settore tessile e minerario, il «capitalismo» italiano trova
concorrenti a Nord: dapprima nelle Fiandre (cattoliche), da cui il
modello capitalista passa solo più tardi nell’Olanda (protestante);
quindi nell’Inghilterra (anglicana: e per Max Weber la religione
anglicana non è meno estranea del cattolicesimo allo «spirito del
capitalismo»).

Il declino del primato italiano nel Seicento
è collegato alla perdita di uno dei tre elementi necessari secondo il
modello di Stark perché il «capitalismo» fiorisca: la libertà politica,
confiscata da signorie dispotiche e soprattutto dal dominio francese e
spagnolo. Una tesi fondamentale di Stark è che, anche in presenza di un
retroterra religioso cristiano, l’economia moderna non può fiorire se
manca un minimo di libertà politica, se lo Stato è assolutista, se il
centralismo si esprime (come avviene quasi sempre) in un aumento delle
tasse che mette in discussione o limita lo stesso diritto di proprietà
privata. Da questo punto di vista il fatto che il capitalismo non sia
fiorito in Francia e in Spagna, e che questi paesi siano rimasti
relativamente arretrati rispetto all’Italia prima e all’Europa del Nord
poi, non dipende dal cattolicesimo ma dal centralismo e
dall’assolutismo. Nonostante le virtù private che Stark riconosce
volentieri alla maggioranza dei re di Spagna, egli ritiene che – come i
monarchi francesi – essi adottino un modello politico centralista,
statalista, e fondato su un’elevata tassazione, che non può che
generare stagnazione e declino economico. La Spagna maschera questi
problemi per diversi secoli grazie alle ricchezze che affluiscono dalle
colonie: ma queste – come il petrolio nelle monarchie della penisola
arabica attuale – si limitano a mantenere in vita un enorme apparato
statale e imperiale, senza essere veramente investite nella creazione
di un’economia moderna. Benché sulla severità con cui Stark giudica la
Spagna imperiale si possa avanzare qualche legittimo dubbio, va
sottolineato come egli abbia cura di ripetere che l’arretratezza
economica spagnola (come quella, sottolineata meno spesso dalla vulgata
storica corrente, francese) non deriva affatto dal cattolicesimo. Anzi,
il centralismo e l’assolutismo trovano, per ragioni teologiche, i loro
teorici più convinti tra i protestanti e sono combattuti dai teologi
cattolici, specialmente dai Gesuiti.

Quanto all’Olanda, «dal
momento che il capitalismo nei Paesi Bassi nasce molto prima della
Riforma non ha senso considerare il calvinismo l’origine del
capitalismo olandese. Potrebbe essere più accurato sostenere che il
calvinismo ha causato la distruzione del capitalismo in vaste aree dei
Paesi Bassi
(…)»[15],
giustificando forme politiche più dispotiche e centraliste, causa
principale del declino dell’economia olandese a favore di quella
britannica. «Non è stato il cattolicesimo ma l’assolutismo che ha
impedito il capitalismo in Francia e in Spagna, e lo ha distrutto in
Italia e nel Sud dell’Olanda
»[16].

Quanto
alla Gran Bretagna, a prescindere dalla circostanza già citata che la
religione anglicana per Max Weber – ai fini delle affinità con il
capitalismo – è una variante del cattolicesimo e non fa parte di quelle
forme di protestantesimo che avrebbero generato l’economia capitalista,
non è il suo ripudio del cattolicesimo a conferirle il primato
economico mondiale di cui gode a partire dalla fine del XVII secolo, ma
la resistenza di corpi intermedi e libertà cittadine e comunali che
risalgono all’epoca cattolica e che, nonostante i tentativi di teologi
e filosofi influenzati dal protestantesimo dell’Europa continentale, la
monarchia non riesce a estirpare. E la situazione si sarebbe ripetuta
nel Nuovo Mondo, dove (ma sul punto la trattazione di Stark è un po’
rapida, e qualche perplessità rimane) gli Stati Uniti avrebbero
riprodotto il sistema britannico e l’America Latina quello spagnolo,
con conseguenze economiche evidenti.

Si è sostenuto che lo
straordinario successo del protestantesimo in America Latina
nell’ultimo quarto di secolo – cui peraltro ha fatto da contrappunto
una vigorosa ripresa della partecipazione religiosa cattolica, il che
conferma la tesi cara a Stark secondo cui la concorrenza fa bene alla
religione in genere – potrebbe finire per produrre una classe
imprenditoriale protestante capace finalmente di rendere l’America
Latina più «capitalista» e più vicina agli Stati Uniti. Di questa tesi,
spesso ripetuta, mancavano verifiche empiriche. Nel 2004 il sociologo
Anthony Gill ha però pubblicato uno studio che Stark giudica finalmente
adeguato, fondato su un ampio campione che coinvolge Messico,
Argentina, Brasile e Cile. Gill ha scoperto che la differenza di
atteggiamenti economici non è fra protestanti e cattolici, ma fra
cristiani praticanti e che prendono sul serio la loro fede (protestanti
o cattolici) da una parte, e cristiani non praticanti e non credenti
dall’altra. «I cattolici e i protestanti seriamente impegnati nelle
loro rispettive religioni non manifestano differenze di rilievo nei
loro atteggiamenti politici ed economici. Entrambi i gruppi sono più
liberisti in economia, più conservatori in politica, più attivi nel
sostenere cause civiche e sociali, e più fiduciosi nella possibilità di
avere buoni governi rispetto ai loro concittadini che non sono
religiosi o lo sono meno
»[17]. Stark conclude: «È chiaro che Weber non è al lavoro in America Latina»[18].

«Globalizzazione e modernità»

Al termine dell’opera, Stark propone una breve conclusione dal titolo «Globalizzazione e modernità» (pp. 233-235). «Il cristianesimo ha creato la civiltà occidentale»[19]:
ma questa è ora in grado di camminare senza la religione? Secondo Stark
ci sarebbero in teoria elementi per sostenere l’ipotesi secondo cui la
fiducia in un mondo che funziona secondo leggi razionali che la ragione
può scoprire è penetrata così profondamente nell’immaginario collettivo
occidentale da potere sopravvivere per generazioni anche separata dalla
sua origine storica, che deriva dalla nozione cristiana di Dio e della
creazione. Ma ci sono due elementi che mettono in dubbio questa
ipotesi. Il primo è il declino dell’Europa, che sembra parallelo in
modo davvero sospetto al rifiuto delle sue istituzioni pubbliche di
riconoscerne le radici cristiane. Il secondo è il successo del
cristianesimo in tutti i paesi non europei che intraprendono il cammino
della modernizzazione scientifica, della libertà politica e
dell’economia moderna. Molti non si rendono conto che nell’epoca della
globalizzazione molti paesi in via di sviluppo prima vedono fiorire ampie minoranze (e talora maggioranze) cristiane e poi progrediscono sul piano della scienza, della democrazia e dell’economia.

«L’Africa
sta diventando cristiana così rapidamente che ci sono più anglicani a
Sud del Sahara che in Gran Bretagna o nel Nord America, per non parlare
delle decine di milioni di battisti, pentecostali, cattolici o membri
di gruppi protestanti di origine locale – circa la metà degli africani
che vivono a Sud del Sahara oggi sono cristiani
»[20].
Ma quanto succede in Africa non ha paragoni con quanto sia sta
avvenendo sia potrebbe avvenire in Cina, dove – sottostimate da
statistiche fasulle fornite dal governo – le conversioni al
cristianesimo avanzano a ritmo rapidissimo. Nelle parole del 2003
rivolte al giornalista David Aikman da un intellettuale cinese – che ha
preferito rimanere anonimo ma che il giornalista definisce «uno dei maggiori del paese» –: «Una
delle cose che ci è stato chiesto di studiare è la ragione del dominio
dell’Occidente sul mondo. Abbiamo studiato tutto quello che abbiamo
potuto dal punto di vista storico, politico, economico e culturale.
Quindi abbiamo pensato che voi aveste il sistema politico più avanzato.
In seguito ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli
ultimi vent’anni abbiamo concluso che il cuore della vostra cultura è
la vostra religione, il cristianesimo. È questa la ragione per cui
l’Occidente è diventato così potente. Il fondamento morale cristiano
della vita sociale e culturale è il fattore che ha reso possibile
l’emergere del capitalismo e la transizione a una politica democratica.
Non abbiamo più dubbi su questo punto
»[21]. «Né ho dubbi io»[22], conclude Rodney Stark.

CESNUR

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2 Responses to Max Weber aveva torto. Una recensione di The Victory of Reason di Rodney Stark

  1. laura says:

    Ciao Ettore….Molto interessante questo articolo di Introvigne, che ricopio per potermelo rileggere con calma….Prova un pò a leggerti Senza radici scritto metà da Marcello Pera e metà da Joseph Ratzinger…Ci sono spunti molto intelligenti per comprendere il mondo in cui viviamo…Temi trattati? L’Europa, il Relativismo, il Cristianesimo e l’Islam…Grazie per l’intervento, tornerò volentieri a leggerti….Bravo… Un abbraccio fortissimo…

  2. Ettore says:

    Sì, è assolutamente da leggere. Grazie a te 🙂

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