La grande truffa siciliana dell’eolico senza vento


Gli autori de La casta ci spiegano perchè quello delle rinnovabili non è un mondo incantato, che basta inondare di soldi (perlopiù pubblici) per avere in cambio un mondo pulito e più giusto. Le rinnovabili sono l’affare del momento, e come molti affari non sempre fanno l’interesse della collettività.

Tratto dal Corriere della Sera

Intascati gli incentivi verdi, nella valle di Mazara tutte le pale
ora sono ferme. Chi gira a mille è Sgarbi: dal museo sulla mafia alla
mostra «W Garibaldo»

Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Non ce n’è una,
nella selva di immense pale eoliche stagliate nel cielo della stupenda
valle di Mazara, che accenni a muoversi sotto un refolo di vento. Non
una. Don Chisciotte, che nel romanzo di Cervantes si scaglia lancia in
resta ammonendo i mulini «potreste agitar più braccia del gigante
Briareo, che me l’avete pur da pagare », non correrebbe alcun rischio,
qui, di finire rovesciato a gambe all’aria. «Mai: non si muovono mai»,
maledice Vittorio Sgarbi, che il bidone dell’eolico in Sicilia lo ha
denunciato da un pezzo, «Peggio: se anche si muovessero e producessero
energia, quelli di Terna, che gestiscono la rete, hanno detto che non
sarebbero in grado di prenderla e redistribuirla ». Eppure, per tirar
su questi bestioni giganteschi, hanno sventrato i fianchi delle
colline, devastato i crinali, annientato ettari ed ettari di vigne in
tutta la valle, tutto il Belice, tutta la Sicilia. Anche a ridosso di
aree di pregio altissimo dove aziende modello come Donnafugata,
Pellegrino o Tasca d’Almerita tentano tra mille difficoltà di tenere
alto con prodotti di eccellenza l’onore dell’isola.

Uno sconcio. Sia chiaro: quella dell’eolico è una fonte di energia
alternativa che un Paese che dipende in modo eccessivo dall’estero non
può trascurare. Ma c’è modo e modo. Luogo e luogo. Vento e vento. E la
storia del boom di questi ultimissimi anni dice che l’ultimo dei
problemi che si sono posti molti investitori è quello di produrre sul
serio energia nel modo giusto, nel posto giusto, col vento giusto. Lo
dimostra una tabella di Terna sull’attività degli impianti in Europa:
le pale girano mediamente per 1880 ore in Danimarca, 1960 in Belgio,
2000 in Svizzera, 2046 in Spagna, 2067 in Olanda, 2082 in Grecia, 2233
in Portogallo. Sapete quante ore, da noi? Solo 1466. E la media
siciliana, spiegano gli esperti, è ancora più bassa. E allora come mai
Terna ha domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a
88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo
italiano, che è di 56.000 megawatt? L’Anev, che riunisce i produttori
di energia eolica, stima che al massimo la produzione nel 2020 potrà
raggiungere nel nostro paese 16.000 megawatt. Dieci anni prima già ci
sono domande per 5 volte quel totale. Altra domanda: come è possibile
che la potenza installata in Sicilia sia di 1.140 megawatt, cioè più di
un quarto del totale italiano? Che senso c’è a installare pale a vento
dove non c’è vento?

Il segreto è negli incentivi elevatissimi per le energie
rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Dice un rapporto
dell’Autorità dell’energia che nel 2009 il costo totale per la spinta
alle fonti rinnovabili, come l’eolico e il fotovoltaico, avrebbe
superato i 2 miliardi di euro, per salire di questo passo a 3 miliardi
quest’anno, 5 nel 2015 e 7 nel 2020. Chi paga? Semplice: gli utenti,
sulle bollette. Che già sono le più care d’Europa a causa della scelta
scellerata di dipendere dal petrolio e dal gas, e diventano ancora più
care, paradossalmente, via via che aumenta la componente delle fonti
rinnovabili. Introdotti nel ‘99 dal governo di centrosinistra con la
durata di otto anni, gli incentivi sono stati poi portati a 12 e
quindi, con l’ultima finanziaria Prodi, addirittura a 15. Il che
significa che chi tira su una pala non solo becca un incentivo, ma lo
becca per tre lustri dal momento in cui comincia a girare. Se gira. Il
meccanismo è un po’ complesso. Si basa sui cosiddetti certificati
verdi, dei veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa
elettrica. Spiegare la cosa nei dettagli porterebbe via ore. Basti
sapere che mediamente questi certificati verdi cui hanno diritto i
produttori valgono 80 euro a megavattora. Ai quali vanno aggiunti i
soldi che lo stesso produttore incassa per l’energia venduta al sistema
e immessa in rete. Una somma che varia fra 60 e 70 euro a megavattora
nella media italiana ma che in Sicilia sale fino a 90-100 euro.
Risultato finale: fatti tutti i conti, l’installazione e la
manutenzione d’una pala media costa un milione in Danimarca (lo stato
europeo che più ha investito sull’eolico) e può arrivare a costare in
Sicilia, in 15 anni di vita, il quadruplo: quattro milioni.

C’è poi da stupirsi se la corsa all’energia del vento, anche quando
appare insensata, continua? Anche là dove i cavi di Terna non sono in
grado di sopportare il carico elettrico, come spesso accade lungo la
dorsale appenninica meridionale, con punte di crisi paradossali in
Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia? Direte: niente energia fornita,
niente soldi. Macché: i produttori hanno comunque diritto al saldo per
l’energia che «avrebbero prodotto se…» E anche questo si scarica sulle
bollette. Quanto ci costa? Boh… I certificati verdi non sono
disaggregabili per tipologia di fonte d’energia. Ma le cifre contenute
a gennaio nella segnalazione dell’Authority al governo lasciano basiti:
nel 2008 abbiamo sborsato 1.230 milioni di euro. Per la metà (630
milioni) a causa «dell’eccesso di offerta». Testuale. Va da sé che i
primi ad accorgersi dell’affarone, insieme ad alcuni imprenditori seri,
sono stati certi affaristi, spesso legati alla mafia, con pochissimi
scrupoli. Men che meno quello di devastare il paesaggio. Anche quando
si tratta di terre incantate, punteggiate qua e là da antichi bagli di
pietra tra vigne dal fascino struggente, come la Val di Mazara. Che il
grande storico dell’arte Cesare Brandi definì «la più bella strada del
mondo». E che Giuseppe Garibaldi risalì 160 anni fa da Marsala per
arrivare a Salemi, l’antica Alicia. Dove, dal Palazzo che si affacciava
sulla splendida piazza del Municipio oggi ribattezzata piazza della
Dittatura, davanti a una folla festante che occupava tutta la non meno
splendida scalinata che scende verso l’uscita del paese, tuonò:
«Siciliani! Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico
grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi!
Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti,
l’opera sarà facile e breve. All’armi dunque!» Ciò detto, come molti
siciliani ricordano con orgoglio, proclamò provvisoriamente Salemi
prima capitale dell’Italia unita. Precisazione indispensabile: molti
sono orgogliosi, non tutti. Anzi. Fu lo stesso Raffaele Lombardo, un
paio di anni fa, a parlare a nome di altri siciliani convinti che
l’Eroe dei due mondi sia stato per l’isola una specie di peste
bubbonica. Al punto che Vittorio Sgarbi, paracadutatosi da Ferrara come
sindaco per una specie di scommessa futurista, sbottò: «Non vorrei che
per un pregiudizio ideologico nei confronti di Garibaldi si perdesse
qualche milione di euro. Perché, sia chiaro, è questo il rischio che la
Sicilia sta correndo. E forse è già troppo tardi». Esatto: per le
grandi iniziative era già troppo tardi davvero. Così, visto che i soldi
non c’erano, il pirotecnico critico d’arte si è arrangiato come poteva.

[…]

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
08 maggio 2010

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