Due Caimani e una lotta a perdere

di Giampaolo Pansa

Antonio
Di Pietro forse non lo sa. Ma quando incita a cacciare via a pedate
Tizio, Caio e Sempronio imita un precedente illustre. Quello di un
leader politico ben più grande di lui, nel bene e nel male. Un signore
dalla vocetta stridula e dal cinismo assoluto che aveva attraversato
gli orrori del Novecento: Palmiro Togliatti. Anche il Migliore voleva
cacciare a pedate il suo avversario storico: Alcide De Gasperi. E in un
comizio arrivò a mostrare i robusti scarponi che avrebbe calzato per
rendere più dura l’espulsione dell’odiato democristiano.

La faccenda risale
alla battaglia elettorale del 18 aprile 1948. La vidi da ragazzo nella
mia città sul Po. Fu l’ultimo round della guerra civile. I partigiani
comunisti avevano riaperto gli arsenali. Giravano liste di padroni da
uccidere subito dopo l’immancabile vittoria. Capitalisti grandi e
piccoli spedirono in Svizzera le famiglie. E De Gasperi chiese alla
Francia di dare asilo politico ai dicì costretti a emigrare. Poi tutto
finì grazie alla sconfitta del Fronte popolare.

Quella del 1948
fu la prima campagna elettorale che ebbe un vincitore sicuro: la
Democrazia cristiana. E lo stesso accadde in tutte le elezioni
successive, sempre vinte dalla Balena Bianca e sempre perse dal Pci.
Quando un voto si conclude in modo certo, il ricorso alle urne rivela
la sua utilità democratica. Accadrà così anche a fine marzo, nel voto
per le Regioni? Non ne sono del tutto sicuro.

La pessima aria
che tira mi fa immaginare uno scenario molto fosco. Certo, uno dei due
blocchi avrà la meglio. Ma la sua vittoria verrà subito contestata da
chi ha perso. Rivedremo la bolgia dei ricorsi, delle sentenze, dei
giudizi di molteplici Tar, degli scontri fra giuristi di tutti i
calibri. Alla fine, gli elettori potrebbero ritrovarsi con un pugno di
mosche. Costretti a riconoscere che nessuno dei due blocchi ha vinto.
Anzi che hanno perso entrambi.

La doppia sconfitta sarà causata
dallo stato disastroso dei contendenti. Il centrodestra avrà al suo
interno un vincitore sicuro: la Lega. Ma il Popolo della libertà
scoprirà di avere le pezze al culo. Con un leader stremato da una
campagna spesa nel difendersi dalla miriade di inchieste giudiziarie.
Compresa l’ultima avviata da una procura di provincia, quella di Trani
(Bari). Che dopo aver intercettato il premier e il direttore del Tg1,
avrebbe indagato Berlusconi nientemeno che per concussione. Reato
compiuto per aver tentato di sopprimere l’Annozero di Michele Santoro.

Se
fossi un elettore del centrodestra, l’ultimo blitz giudiziario mi
farebbe correre alle urne per votare il Cavaliere. Ma se lo aiutassi a
vincere, mi troverei costretto a pormi qualche domanda: che cosa
accadrà adesso? Riuscirà Berlusconi a governare per i tre anni che
mancano alle elezioni politiche del 2013? Sarà forte abbastanza per
guidare il Paese?

Una risposta l’ho trovata nell’intervista a
Pier Luigi Bersani, fatta da Goffredo De Marchis per Repubblica del 12
marzo. Il leader del Partito democratico ha detto: «Berlusconi è troppo
forte per essere finito. E un po’ troppo finito per sentirsi davvero
forte». Morale della favola: ecco perché «Berlusconi non è in grado di
trasmettere un’idea di futuro». Una conclusione che il sommario
dell’intervista ha semplificato con chiarezza: «Berlusconi non è più in
grado di offrire un futuro» al Paese.

È un’affermazione che
obbliga a riflettere, ma a doppio taglio. Infatti può essere rivolta
pure al Pd di Bersani. Che futuro può offrire all’Italia un’ammucchiata
come quella che abbiamo visto sfilare ieri in piazza del Popolo? A
molti ha rammentato la tragica Unione, l’alleanza autolesionista che
mandò in crisi il secondo governo di Romano Prodi. Anche il
centrosinistra del 2010 è un’accozzaglia di forze che hanno ben poco da
spartire fra loro. Ma al tempo stesso è molto diverso dall’Unione di
qualche anno fa.

La diversità più vistosa sta nella presenza
determinante di un partito, l’Italia dei valori, che in questo
intervallo è cresciuto e si è fatto molto vorace. Se Berlusconi è il
Caimano del centrodestra, Di Pietro è di certo il Caimano del blocco
opposto, l’uomo che di fatto lo guida. In più, l’obiettivo esistenziale
di Tonino è mangiarsi, boccone dopo boccone, il partito di Bersani. E
dopo averlo divorato, è certo che Di Pietro piangerà sincere lacrime di
coccodrillo.

Come tutti i caimani, pure Di Pietro non si pone il
problema numero uno del buon politico: fare attenzione alle conseguenze
delle parole che pronuncia. I lettori del Riformista conoscono bene il
lessico volgare di Tonino e il lugubre catalogo delle sue accuse.
Berlusconi è come Mussolini, Hitler, Pinochet. L’Italia è in preda a un
nuovo fascismo, la democrazia è morta, le nostre libertà sono finite.

Se
fosse coerente, Di Pietro dovrebbe incitare i giovani che lo seguono a
imbracciare il fucile, salire in montagna e iniziare una nuova
Resistenza, al canto di “Bella ciao”. Non lo fa perché è soltanto un
parolaio sbruffone. E il suo scopo è dissanguare il più realista
Bersani. Per questo ama l’accozzaglia. Ha detto a Carlo Bertini della
Stampa: «Sei o sette leader sul palco di piazza del Popolo? Bene, più
saremo e meglio sarà per tutti».

Mi limito a registrare e a
rabbrividire. Confesso di avere molti timori sulla sorte del Paese dove
vivo e lavoro. Però mi sento con la coscienza a posto. In gennaio ho
scritto sul Riformista che non andrò a votare. E così farò. Da
bordocampo, voglio vedere in che modo entrambi i Caimani faranno di
tutto per perdere.

Il Riformista

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20 Responses to Due Caimani e una lotta a perdere

  1. ღ Dolcemente Eterna ღ says:

    Non posso dire niente non vivo in italia, posso solo dire che da me, nella mia regione, chi meritavo lo schiafo e pensava vincere all’infinito lo ha ricevuto e ne sono ben felice. Il popolo si è svegliato finalmente. Ciao Ettorino un super abbraccio.

  2. Ettore says:

    Grazie, un abbraccio anche a te 😀

  3. Maurizio says:

    Giampaolo Pansa… quello che ormai non riesce a scrivere una riga senza fare revisionismo storico di bassa lega? In effetti abbiamo già notato più volte che non è in grado di distinguere la democrazia dal fascismo (che mi pare appoggiare in tutti i suoi libri).

  4. Ettore says:

    Il revisionismo storico, l’accusa di ogni antistoria. Purtroppo in questo paese chiunque osa mettere in dubbio i miti nazionali (del tipo i partigiani erano tutti comunisti, santi e pieni di buone intenzioni) viene da sempre accusato di fascismo. Per questo Montanelli, che pure era accusato di "revisionismo" e di fascismo, ribadiva sempre una frase di Longanesi:"In Italia esistono due tipi di fascismo: il primo è il fascismo, il secondo è l’antifascismo."E’ il destino dei grandi giornalisti e storici essere accusati di fascismo dagli uni e di comunismo dagli altri, perchè la verità storica per sua natura tende a non accontentare nessuno. Infatti furono gli antifascisti per eccellenza a gambizzare Montanelli, e a condannare a morte Giampaolo Pansa (che si salvò perchè era più reperibile quell’altro cercatore della verità, quel "fascista" di Walter Tobagi)…

  5. Marco says:

    Aldilà di chi ha scritto questo articolo devo dire che ha perfettamente inquadrato l’attuale situazione politica italiana.

  6. Marco says:

    I partigiani non erano certo tutti santi e pieni di buone intenzioni ma avevano una tale sete di vendetta verso i fascisti che i loro crimini sono certamente più comprensibili anche se non giustificabili.

  7. Maurizio says:

    Montanelli aveva le sue idee in materia e inviterei a leggere i suoi testi (inclusa la sua disputa con Angelo Del Boca) per capirle e discuterle, senza magari citarle come vangelo.Pansa, invece, non è al livello di Montanelli ed è da diversi anni che si è dato all’apologetica della X mass, sostenendo che morire per la RSI e morire combattendo contro di essa alla fin fin fosse la stessa cosa. E ha avuto pure il coraggio di ribadirlo dal vivo con me presente nella presentazione del proprio secondo libro sul tema. Quindi io non lo accuso e non l’ho mai accusato di fascismo, ma solo di essere incapace di distinguere la democrazia dal fascismo (e mi pare di aver inquadrato bene il soggetto).

  8. Ettore says:

    Allora avrai capito male. Si tratta solo di non demonizzare i repubblicani in quella che fu un guerra civile, nemmeno a me piacciono i morti di serie A e di serie B. Una parte aveva ragione e l’altra torto, il manicheismo però no. Anche perchè la situazione era molto più complicata di quanto possa sembrare e dalla parte sbagliata c’erano anche persone di grande rilievo come Dario Fo ed Enzo Biagi. A quelli che fascisti lo sono stati per davvero si perdona (se conviene); a quelli che si permettono di parlare di una guerra civile (anche solo per questo Montanelli era accusato di fascismo, come saprai) con tutte le sfumature, invece no. Le sfumature non piacciono alle ideologie, però esistono. Se Biagi fosse morto fascista, adesso sarebbe annoverato come un soldato delle schiere del Male. Siccome invece ha avuto modo di ravvedersi (anche se molto in ritardo), adesso è il simbolo dell’antifascimo e del giornalismo libero. Perciò il manicheismo è sbagliato.Cmq sì, io una grande ammirazione per Montanelli che sfocia quasi nella venerazione. Però io non ho difficoltà ad ammettere che su certe cose non sono d’accordo con lui, a differenza di quel falso discepolo di Travaglio che lo presenta (lui sì) come il vangelo pur incarnando ormai tutto quello che il maestro odiava e temeva.

  9. ღ Dolcemente Eterna ღ says:

    Buongiornoooooooooo Ettorinoooooooo !! Un bacio grande.

  10. Ettore says:

    Grazie, un bacio anche a te 😀

  11. Maurizio says:

    Biagi è stato partigiano, non dimentichiamolo. Se da giovane aveva fatto un errore (e quasi tutti l’avevano fatto, in Italia), poi ha cercato di porvi rimedio. I repubblichini, invece, cercavano di portarlo avanti coi metodi più feroci. Esistono morti di serie A e di serie B, ed è lo stesso Cristianesimo ad insegnarlo: chi muore per fare il bene deve essere considerato in un modo, chi muore per fare il male in un altro.

  12. Ettore says:

    Un paese riconciliato col proprio passato, ha pietà anche dei suoi figli morti dalla parte sbagliata del campo. Magari perchè ingannati o costretti. Invece questo è un paese dove si accusa ancora di fascismo chiunque esprima opinioni non convenzionali, anche le università sono sature di questo "antifascismo" che dà la caccia al "fascista". Biagi, con tutto il rispetto, è diventato partigiano un pò troppo in ritardo (come quasi tutti gli Italiani). Dario Fo partigiano non lo è nemmeno mai stato. In quanto a ferocia nessuno, in quegli anni, aveva da invidiare qualcosa agli altri (vedi il Triangolo della morte).

  13. Maurizio says:

    Caccia al fascista, antifascismo che riempie le università… tutta bella retorica, magari che coglie qualche aspetto della realtà, ma che è buona solo per una difesa d’ufficio di Pansa che, visto che sono tutti antifascista, per bilanciare, si lancia in un’apologia dei repubblichini che, tra parentesi, erano quelli che rastrellavano gli ebrei per mandarli nei forni. Perché altrimenti non capiamo bene di cosa stiamo parlando…Il triangolo della morte non riguarda il fenomeno della resistenza, perché la resistenza i concluse il 25 aprile del 1945, con la Liberazione. Gli omicidi avvenuti dopo sono stati attività criminale a tutti gli effetti. Ma tanto buttare tutto nel calderone fa sempre bene, perché così i criminali nazifascisti si salvano tutti, nel mucchio.

  14. Ettore says:

    Certo, criminali comuni che mai nessun tribunale ha ritenuto veramente di doversi occupare. Non perchè fossero partigiani, o perchè c’era il Pci. Per carità, non buttiamo tutto in politica (come direbbe il vecchio Peppone). Un altro curioso "aspetto" della realtà.Dario Fo è stato repubblichino, e credo che non abbia mai rastrellato nessuno. Insieme a tutti quei soldati che aderirono alla Repubblica dopo mesi e mesi di stenti nei lager. Nessuno vuole salvare i criminali nazifascisti, è che non vedo perchè non dovrei considerare criminali anche tutti quei partigiani di fede comunista che non combattevano per la libertà ma per Stalin. E che infatti non esistavano a ricorrere all’omicidio politico (prima, dopo e durante la guerra) e a massacrare gli altri partigiani non comunisti. Per me i veri partigiani sono quei soldati dimenticati a marcire nei lager per non aderire alla Repubblica, quelli come Montanelli che resistevano con la divisa militare, e tutti i gruppi di partigiani non comunisti (completamente ignorati). C’era una parte giusta e una parte sbagliata, però c’erano brave persone e perfetti criminali da una parte e dall’altra. E questa è la verità che l’Italia avrà bisogno di chissà quanti secoli prima di capire, e scoprire che la realtà storica è più utile del mito che le hanno propinato.E cmq io non faccio nessun difesa d’ufficio, difendo Pansa dalla diffamazione preventiva che gli viene dal non essere allineato con la mitologia della Resistenza e – ancora di più – dal non esserlo col dipietrismo montante. Anche se non fossi d’accordo con lui, meriterebbe cmq la mia solidarietà. Io lo posso fare, non sono un’antifascista. Posso dissentire da qualcuno senza accusarlo di "fascismo" oppure – in maniera più gentile – di non distinguere fra democrazia e fascismo.

  15. Maurizio says:

    <<E cmq io non faccio nessun difesa d’ufficio, difendo Pansa dalla diffamazione preventiva che gli viene dal non essere allineato con la mitologia della Resistenza e – ancora di più – dal non esserlo col dipietrismo montante. Anche se non fossi d’accordo con lui, meriterebbe cmq la mia solidarietà. Io lo posso fare, non sono un’antifascista.>>Questi tre periodi credo che siano esemplificativi del tuo pensiero, antitetico al mio, e cerco di far capire perché non li posso condividere.1) Non c’è alcuna diffamazione preventiva. Semplicemente mi disgusta qualsiasi manifestazione di solidarietà ai responabili dei lager. Altrimenti le balle della difesa della vita e della dignità umana di cui siamo investiti ogni volta a mo’ di fiumana sono un’emerita presa per il culo. E scusatemi il termine.2) Non essere antifascisti vuol dire non aberrare un sistema fondato sull’omicidio, la repressione, la demolizione di ogni opposizione, la riduzione a nulla di tutti i poteri non assimilati (chiedi a don Luigi Sturzo, visto che ti piace tanto quella parte politica), la ghettizzazione e i lager.3) Si accusa una persona di non distinguere tra democrazia e fascismo se questa persona afferma che morire per la democrazia e morire per il fascismo sia uguale e che non si debba condannare chi è morto (e ha ucciso) per opprimere e togliere la libertà.

  16. Ettore says:

    1) Nessuno solidarizza con i crimini nazisti. Solo la verità storica esige che si dica che anche nella Resistenza c’erano dei criminali, politici e non. Quella contro la Repubblica di Salò fu una guerra civile, e tutte le guerre civili sono una tragedia in particolare. I repubblichini erano nemici, però la demonizzazione di massa è sbagliata. Perchè c’erano tanti ragazzi, tante persone costrette o ingannate (nella vita si può sbagliare), tutta gente che si è schierata dalla parte sbagliata ma alla quale non si possono attribuire tutti i crimini del nazifascismo. Se tu vai in giro dicendo che Dario Fo e ALbertazzi ti disgustano perchè sono stati dei nazifascisti, paradossalmente rischi di diventare a tua volta vittima dell’antifascismo militante.2) Il problema è che essere antifascisti non vuol dire essere democratici. I comunisti antifascisti lo sono e lo sono sempre stati, ma non è che automaticamente per questo si abbraccia la democrazia. L’antifascismo aveva un diritto storico quando c’era il fascismo, poi avrebbe dovuto evolversi in una cultura democratica. Una parte lo ha fatto, l’altra è rimasta arenata al passato cristallizzandosi in una cultura che a furia di pensare al fascismo ne ha preso praticamente il posto nella forma di una cultura dominante che, tra le altre cose, ha sempre impedito una storiografia serena sui temi "caldi". I quali sono diventati un’esclusiva che nessuno storico o giornalista deve permettersi di violare. Basta pensare a quesi partigiani, come Bocca, che gridano al fascismo se solo si accenna al triangolo della morte o ad altre prodezze del genere. 3) Io non credo che Pansa abbia detto questo.

  17. Maurizio says:

    1) Non c’è demonizzazione, si dice solo che Pansa ha torto nel dire che le loro morti abbiano avuto lo stesso valore di quelle di coloro che sono morti contro il fascismo.2) Infatti essere antifascisti è condizione necessaria, ma non sufficiente. Non basta avversare la repressione, la censura e lo squadrismo per essere democratici, ma lo stesso non si può essere democratici senza avversare quelle pratiche nefande.3) E purtroppo l’ha detto ed è il filo rosso che unisce tutti i suoi lavori degli ultimi anni.

  18. Ettore says:

    La democrazia esisteva già prima del fascismo. Sembra quasi che non possa esserci democrazia senza fascismo e antifascismo, così non si fa altro che eternare un fenomeno orami consegnato al passato almeno in Occidente. Penso che dopo sessant’anni possiamo levare la voce "fascismo" dalla prima pagina dell’agenda politica. Dirsi democratici è molto più chiaro, perchè contiene già la condanna di tutto quello che è contrario alla democrazia da dovunque venga.

  19. Maurizio says:

    Certo, è veo, la contiene. Per questo dirsi antifascisti deve essere motivo di inclusione nella comunità democratica, non di scandalo, come qualcuno vorrebbe.

  20. Ettore says:

    Il problema è che l’antifascismo è diventato a sua volta intollerante, come dimostrano – se mai ve ne sia stato bisogno – quelli che irrompono alle presentazioni dei libri di Pansa cantando "Bella Ciao". Se io dovessi dire fra Pansa e Bocca chi è più vicino al fascismo, direi senza dubbio il secondo nonostante il glorioso passato partigiano.

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