Preti pedofili: un panico morale

Massimo Introvigne

Perché si ritorna a parlare di preti pedofili, con accuse che si
riferiscono alla Germania, a persone vicine al Papa e ormai anche al
Papa stesso? La sociologia ha qualche cosa da dire o deve lasciare
libero il campo ai soli giornalisti? Credo che la sociologia abbia
molto da dire, e che non debba tacere per il timore di scontentare
qualcuno. La discussione attuale sui preti pedofili – considerata dal
punto di vista del sociologo – rappresenta un esempio tipico di “panico
morale”. Il concetto è nato negli anni 1970 per spiegare come alcuni
problemi siano oggetto di una “ipercostruzione sociale”. Più
precisamente, i panici morali sono stati definiti come problemi
socialmente costruiti caratterizzati da una amplificazione sistematica
dei dati reali, sia nella rappresentazione mediatica sia nella
discussione politica. Altre due caratteristiche sono state citate come
tipiche dei panici morali. In primo luogo, problemi sociali che
esistono da decenni sono ricostruiti nelle narrative mediatiche e
politiche come “nuovi”, o come oggetto di una presunta e drammatica
crescita recente. In secondo luogo, la loro incidenza è esagerata da
statistiche folkloriche che, benché non confermate da studi accademici,
sono ripetute da un mezzo di comunicazione all’altro e possono ispirare
campagne mediatiche persistenti. Philip Jenkins ha sottolineato il
ruolo nella creazione e gestione dei panici di “imprenditori morali” le
cui agende non sono sempre dichiarate. I panici morali non fanno bene a
nessuno. Distorcono la percezione dei problemi e compromettono
l’efficacia delle misure che dovrebbero risolverli. A una cattiva
analisi non può che seguire un cattivo intervento.

Intediamoci: i panici morali hanno ai loro inizi condizioni obiettive e
pericoli reali. Non inventano l’esistenza di un problema, ma ne
esagerano le dimensioni statistiche. In una serie di pregevoli studi lo
stesso Jenkins ha mostrato come la questione dei preti pedofili sia
forse l’esempio più tipico di un panico morale. Sono presenti infatti i
due elementi caratteristici: un dato reale di partenza, e
un’esagerazione di questo dato ad opera di ambigui “imprenditori
morali”.

Anzitutto, il dato reale di partenza. Esistono preti pedofili. Alcuni
casi sono insieme sconvolgenti e disgustosi, hanno portato a condanne
definitive e gli stessi accusati non si sono mai proclamati innocenti.
Questi casi – negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia – spiegano le
severe parole del Papa e la sua richiesta di perdono alle vittime.
Anche se i casi fossero solo due – e purtroppo sono di più – sarebbero
sempre due casi di troppo. Dal momento però che chiedere perdono – per
quanto sia nobile e opportuno – non basta, ma occorre evitare che i
casi si ripetano, non è indifferente sapere se i casi sono due,
duecento o ventimila. E non è neppure irrilevante sapere se il numero
di casi è più o meno numeroso tra i sacerdoti e i religiosi cattolici
di quanto sia in altre categorie di persone. I sociologi sono spesso
accusati di lavorare sui freddi numeri dimenticando che dietro ogni
numero c’è un caso umano. Ma i numeri, per quanto non siano
sufficienti, sono necessari. Sono il presupposto di ogni analisi
adeguata.

Per capire come da un dato tragicamente reale si è passati a un panico
morale è allora necessario chiedersi quanti sono i preti pedofili. I
dati più ampi sono stati raccolti negli Stati Uniti, dove nel 2004 la
Conferenza Episcopale ha commissionato uno studio indipendente al John
Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che
non è un’università cattolica ed è unanimemente riconosciuta come la
più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di
criminologia. Questo studio ci dice che dal 1950 al 2002 4.392
sacerdoti americani (su oltre 109.000) sono stati accusati di relazioni
sessuali con minorenni. Di questi poco più di un centinaio sono stati
condannati da tribunali civili. Il basso numero di condanne da parte
dello Stato deriva da diversi fattori. In alcuni casi le vere o
presunte vittime hanno denunciato sacerdoti già defunti, o sono
scattati i termini della prescrizione. In altri, all’accusa e anche
alla condanna canonica non corrisponde la violazione di alcuna legge
civile: è il caso, per esempio, in diversi Stati americani del
sacerdote che abbia una relazione con una – o anche un – minorenne
maggiore di sedici anni e consenziente. Ma ci sono anche stati molti
casi clamorosi di sacerdoti innocenti accusati. Questi casi si sono
anzi moltiplicati negli anni 1990, quando alcuni studi legali hanno
capito di poter strappare transazioni milionarie anche sulla base di
semplici sospetti. Gli appelli alla “tolleranza zero” sono
giustificati, ma non ci dovrebbe essere nessuna tolleranza neanche per
chi calunnia sacerdoti innocenti. Aggiungo che per gli Stati Uniti le
cifre non cambierebbero in modo significativo se si aggiungesse il
periodo 2002-2010, perché già lo studio del John Jay College notava il
“declino notevolissimo” dei casi negli anni 2000. Le nuove inchieste
sono state poche, e le condanne pochissime, a causa di misure rigorose
introdotte sia dai vescovi statunitensi sia dalla Santa Sede.

Lo studio del John Jay College ci dice, come si legge spesso, che il
quattro per cento dei sacerdoti americani sono “pedofili”? Niente
affatto. Secondo quella ricerca il 78,2% delle accuse si riferisce a
minorenni che hanno superato la pubertà. Avere rapporti sessuali con
una diciassettenne non è certamente una bella cosa, tanto meno per un
prete: ma non si tratta di pedofilia. Dunque i sacerdoti accusati di
effettiva pedofilia negli Stati Uniti sono 958 in cinquantadue anni,
diciotto all’anno. Le condanne sono state 54, poco più di una all’anno.

Il numero di condanne penali di sacerdoti e religiosi in altri Paesi è
simile a quello degli Stati Uniti, anche se per nessun Paese si dispone
di uno studio completo come quello del John Jay College. Si citano
spesso una serie di rapporti governativi in Irlanda che definiscono
“endemica” la presenza di abusi nei collegi e negli orfanatrofi
(maschili) gestiti da alcune diocesi e ordini religiosi, e non vi è
dubbio che casi di abusi sessuali su minori anche molto gravi in questo
Paese vi siano stati. Lo spoglio sistematico di questi rapporti mostra
peraltro come molte accuse riguardino l’uso di mezzi di correzione
eccessivi o violenti. Il cosiddetto rapporto Ryan del 2009 – che usa un
linguaggio molto duro nei confronti della Chiesa Cattolica – su 25.000
allievi di collegi, riformatori e orfanatrofi nel periodo che esamina
riporta 253 accuse di abusi sessuali da parte di ragazzi e 128 da parte
di ragazze, non tutte attribuite a sacerdoti, religiosi o religiose, di
diversa natura e gravità, raramente riferite a bambini prepuberi e che
ancor più raramente hanno condotto a condanne.

Le polemiche di queste ultime settimane sulla Germania e l’Austria
mostrano una caratteristica tipica dei panici morali: si presentano
come “nuovi” fatti risalenti a molti anni or sono, in alcuni casi a
oltre trent’anni fa, in parte già noti. Il fatto che – con una
particolare insistenza su quanto tocca l’area geografica bavarese, da
cui viene il Papa – siano presentati sulle prime pagine dei giornali
avvenimenti degli anni 1980 come se fossero avvenuti ieri, e che ne
nascano furibonde polemiche, con un attacco concentrico che ogni giorno
annuncia in stile urlato nuove “scoperte” mostra bene come il panico
morale sia promosso da “imprenditori morali” in modo organizzato e
sistematico. Il caso che – come alcuni giornali hanno titolato –
“coinvolge il Papa” è a suo modo da manuale. Si riferisce a un episodio
di abusi nell’Arcidiocesi di Monaco di Baviera e Frisinga, di cui era
arcivescovo l’attuale Pontefice, che risale al 1980. Il caso è emerso
nel 1985 ed è stato giudicato da un tribunale tedesco nel 1986,
accertando tra l’altro che la decisione di accogliere nell’arcidiocesi
il sacerdote in questione non era stata presa dal cardinale Ratzinger e
non gli era neppure nota, il che non è strano in una grande diocesi con
una complessa burocrazia. Perché un quotidiano tedesco decida di
riesumare questo caso e sbatterlo in prima pagina ventiquattro anni
dopo la sentenza dovrebbe essere la vera questione.

Una domanda sgradevole – perché il semplice porla sembra difensivo, e
non consola le vittime – ma importante è se essere un prete cattolico
sia una condizione che comporta un rischio di diventare pedofilo o di
abusare sessualmente di minori – le due cose, come si è visto, non
coincidono perché chi abusa di una sedicenne non è un pedofilo – più
elevato rispetto al resto della popolazione. Rispondere a questa
domanda è fondamentale per scoprire le cause del fenomeno e quindi per
prevenirlo. Secondo gli studi di Jenkins se si paragona la Chiesa
Cattolica degli Stati Uniti alle principali denominazioni protestanti
si scopre che la presenza di pedofili è – a seconda delle denominazioni
– da due a dieci volte più altra tra i pastori protestanti rispetto ai
preti cattolici. La questione è rilevante perché mostra che il problema
non è il celibato: la maggior parte dei pastori protestanti è sposata.
Nello stesso periodo in cui un centinaio di sacerdoti americani era
condannato per abusi sessuali su minori, il numero professori di
ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili – anche questi in
grande maggioranza sposati – giudicato colpevole dello stesso reato dai
tribunali statunitensi sfiorava i seimila. Gli esempi potrebbero
continuare, non solo negli Stati Uniti. E soprattutto secondo i
periodici rapporti del governo americano due terzi circa delle molestie
sessuali su minori non vengono da estranei o da educatori – preti e
pastori protestanti compresi – ma da familiari: patrigni, zii, cugini,
fratelli e purtroppo anche genitori. Dati simili esistono per numerosi
altri Paesi.

Per quanto sia poco politicamente corretto dirlo, c’è un dato che è
assai più significativo: per oltre l’ottanta per cento i pedofili sono
omosessuali, maschi che abusano di altri maschi. E – per citare ancora
una volta Jenkins – oltre il novanta per cento dei sacerdoti cattolici
condannati per abusi sessuali su minori e pedofilia è omosessuale. Se
nella Chiesa Cattolica c’è stato effettivamente un problema, questo non
è stato il celibato ma una certa tolleranza dell’omosessualità nei
seminari particolarmente negli anni 1970, quando è stata ordinata la
grande maggioranza di sacerdoti poi condannati per gli abusi. È un
problema che Benedetto XVI sta vigorosamente correggendo. Più in
generale il ritorno alla morale, alla disciplina ascetica, alla
meditazione sulla vera, grande natura del sacerdozio sono l’antidoto
ultimo alle tragedie vere della pedofilia. Anche a questo deve servire
l’Anno Sacerdotale.

Rispetto al 2006 – quando la BBC mandò in onda il
documentario-spazzatura del parlamentare irlandese e attivista
omosessuale Colm O’Gorman – e al 2007 – quando Santoro ne propose la
versione italiana su Annozero – non c’è, in realtà, molto di nuovo,
salva l’accresciuta severità e vigilanza della Chiesa. I casi dolorosi
di cui più si parla in queste settimane non sono sempre inventati, ma
risalgono a venti o anche a trent’anni fa.

O, forse, qualche cosa di nuovo c’è. Perché riesumare nel 2010 casi
vecchi o molto spesso già noti, al ritmo di uno al giorno, attaccando
sempre più direttamente il Papa – un attacco, per di più, paradossale
se si considera la grandissima severità del cardinale Ratzinger prima e
di Benedetto XVI poi su questo tema? Gli “imprenditori morali” che
organizzano il panico hanno un’agenda che emerge sempre più
chiaramente, e che non ha veramente al suo centro la protezione dei
bambini. La lettura di certi articoli ci mostra come – alla vigilia di
scelte politiche, giuridiche e anche elettorali che un po’ dovunque in
Europa e nel mondo mettono in questione la somministrazione della
pillola RU486, l’eutanasia, il riconoscimento delle unioni omosessuali,
in cui quasi solo la voce della Chiesa e del Papa si leva a difendere
la vita e la famiglia – lobby molto potenti cercano di squalificare
preventivamente questa voce con l’accusa più infamante e oggi purtroppo
anche più facile, quella di favorire o tollerare la pedofilia. Queste
lobby più o meno massoniche manifestano il sinistro potere della
tecnocrazia evocato dallo stesso Benedetto XVI nell’enciclica Caritas
in veritate e la denuncia di Giovanni Paolo II, nel messaggio per la
Giornata Mondiale della Pace del 1985 (dell’8-12-1984), a proposito di
“disegni nascosti” – accanto ad altri “apertamente propagandati” –
“miranti a soggiogare tutti i popoli a regimi in cui Dio non conta”.

Davvero è questa un’ora di tenebre, che riporta alla mente la profezia
di un grande pensatore cattolico del XIX secolo, il vercellese Emiliano
Avogadro della Motta (1798-1865), secondo cui alle rovine arrecate
dalle ideologie laiciste avrebbe fatto seguito un’autentica
“demonolatria” che si sarebbe manifestata particolarmente nell’attacco
alla famiglia e alla vera nozione del matrimonio. Ristabilire la verità
sociologica sui panici morali in tema di preti e pedofilia di per sé
non risolve i problemi e non ferma le lobby, ma può costituire almeno
un piccolo e doveroso omaggio alla grandezza di un Pontefice e di una
Chiesa feriti e calunniati perché sulla vita e la famiglia non si
rassegnano a tacere.

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