La chiesa resiste sulla pedofilia e s’interroga sul celibato


di Paolo Rodari

Nell’aula
magna della Lateranense gremita per i due giorni di convegno sul
sacerdozio aleggia il fastidio per il clima d’assedio sugli scandali.
La guerra sui numeri e la smentita di Schönborn

L’aula magna
della Lateranense è un palco prestigioso. Qui Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI hanno tenuto ciascuno una lectio magistralis a docenti e
studenti. Qui, ieri sera, si è chiuso un convegno sul sacerdozio
organizzato dalla congregazione per il clero che ieri ha messo in campo
le relazioni di Zenon Grocholewski (prefetto dell’educazione
cattolica), Cláudio Hummes (prefetto del clero), Gerhard Müller
(vescovo di Regensburg) e Carlo Caffarra (arcivescovo di Bologna). Un
convegno che ha riempito l’aula magna di cardinali, vescovi e
sacerdoti, adunando il meglio dell’intellighenzia ecclesiastica in
materia. Tutti riuniti per fare il punto sulla vocazione sacerdotale e,
nelle ore in cui la chiesa cattolica è investita dalle notizie
riguardanti gli abusi su minori perpetrati da preti in alcune diocesi
europee, per guardarsi in faccia e provare a capire, comprendere,
riflettere. In attesa di oggi, delle parole di Benedetto XVI ai
convegnisti e, poche ore prima, al presidente della Conferenza
episcopale tedesca, l’arcivescovo di Friburgo Robert Zollitsch:
un’udienza di routine seppure carica di significato per le note vicende
di Regensurg e quelle del monastero benedettino di Ettal.
Fuori
dalle relazioni ufficiali tutti parlano dei casi di pedofilia nel
clero. Unanime è la volontà di parlarne partendo dai numeri, dai dati.
Perché, dicono vescovi e cardinali, “il sensazionalismo mediatico di
queste ore non rende giustizia a quanto effettivamente è avvenuto negli
ultimi cinquant’anni nelle diocesi del mondo e di quanto sta avvenendo
ora”.

Quante sono le denunce avanzate contro sacerdoti che hanno
avuto una conferma in sede processuale? C’è chi parla di venticinque
casi in venti anni in Francia. Chi cita l’Irlanda dicendo che su 2.800
denunce il 10 per cento è risultato attendibile. Chi parla della
Germania e del fatto che dal 2002 non si è verificato nessun caso di
pedofilia nel clero. E chi, parlando degli Stati Uniti, ricorda che tra
il 1950 e il 2002 le circa cinque-seimila denunce contro sacerdoti
hanno portato a 100-200 condanne effettive. E’ vero, c’è il John Jay
Report commissionato nel 2004 dalla Conferenza episcopale statunitense
dal quale risulta che il 4 per cento di tutti i sacerdoti in carica
negli Stati Uniti dal 1950 al 2002 è stato accusato di crimini a sfondo
sessuale con minori. “Ma il punto – spiega un sacerdote in forza alla
Congregazione per il clero – non è chi è stato accusato ma chi, a
processo avvenuto, è stato condannato”. “Non è una giustificazione –
dice monsignor Martin Viviès della Congregazione per il clero – ma
occorre dire che un conto sono le denunce, un altro sono i processi e
le condanne. Molti di coloro che denunciano chiamano in causa sacerdoti
oggi scomparsi per cui è molto difficile verificare quanto dicono”.

Un
lungo e approfondito studio in questo senso lo fece nel 2004 la
Catholic league for religious and civil rights. Lo studio, fatto per
verificare i casi di abusi su minori commessi da preti “secondo una
giusta e onesta prospettiva” diede risultati sorprendenti tanto che fu
il New York Times a parlarne titolando il proprio articolo così: “Gli
abusi su minori? Perché parlare solo della chiesa cattolica?”. Il
report, infatti, evidenzia che l’86 per cento di chi commette abusi,
pur senza essere il padre del minore, non è estraneo alla famiglia. E
citando un’indagine svolta negli Stati Uniti dal Christian Ministry
Resources, mostra come nonostante i titoli dei giornali si concentrino
sul problema dei sacerdoti pedofili nella chiesa cattolica, la maggior
parte delle chiese americane colpite da accuse riguardanti abusi
sessuali sui bambini sono protestanti, e la maggior parte degli
accusati non sono membri del clero o collaboratori, ma persone che
prestano servizio volontario per le chiese.

Sulle misure da
prendere nei confronti dei preti che abusano di minori, comunque, il
giudizio è unanime. E’ un giudizio ben riassunto dalle parole che da
Ginevra giungono a Roma. E’ stato ieri pomeriggio che monsignor Silvano
Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, ha
detto: “L’abuso sessuale sui minori è sempre un crimine odioso”. E “non
ci sono scuse per questo comportamento”. Tanto che “la protezione dalle
aggressioni sessuali rimane in cima alla lista delle priorità di tutte
le istituzioni ecclesiastiche che lottano per porre fine a questo serio
problema”, ha detto Tomasi assicurando anche che “i colpevoli di tali
crimini vengono immediatamente sospesi dall’esercizio delle loro
funzioni e trattati secondo la normativa civile e il diritto canonico”.
Un concetto perfezionato ieri da Raymond Leo Burke, prefetto del
Supremo tribunale della segnatura apostolica, il quale ha detto che la
ferita dello scandalo pedofilia sarà affrontata seguendo la prassi
canonica e non prescindendo dall’applicazione delle pene ecclesiastiche.

Alla
Lateranense è il presidente di Caritas Internationalis e arcivescovo di
Tegucigalpa, il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, a ricordare
che la chiesa è fatta di uomini e, dunque, di peccatori. A pochi metri
dal Pontificio istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e
famiglia voluto da Wojtyla, Maradiaga dice che chi sbaglia deve pagare:
“Tutti i peccati sono gravi – dice – e tutti i peccatori che si
convertono possono essere perdonati, ma le conseguenze dei peccati
devono essere riparate. La malvagità esiste, e a volte capita che
l’essere umano sia debole o non abbia la formazione adeguata, oppure
sia cieco di fronte al male. Soltanto Dio può giudicare le persone,
però la cattiveria oggettivamente non si può accettare. Nel caso di un
sacerdote che si macchia di pedofilia la riparazione non può consistere
solo nel risarcimento monetario, perché c’è bisogno anche di un
accompagnamento psicologico e spirituale”.

Sulla bocca di tutti
c’è anche il cardinale Christoph Schönborn. “Possibile – si chiede un
monsignore – che abbia messo in dubbio il celibato?”. La cosa pare
strana a tutti. E, infatti, quel “non ha messo in dubbio in alcun modo
il celibato nella chiesa cattolica di rito latino” pronunciato in tarda
mattinata da Erich Leitenberger, portavoce dell’arcidiocesi di Vienna,
per smentire alcune interpretazioni dei media sulle dichiarazioni
rilasciate ore prima dallo stesso cardinale austriaco a “thema kirche”
(periodico dei collaboratori dell’arcidiocesi), suona nell’aula magna
come una liberazione. Certo, il tema dell’obbligo del celibato dei
preti resta sullo sfondo. Perché nella chiesa c’è chi vorrebbe
abolirlo. Perché nella chiesa fanno comunque rumore le voci di coloro
che, pur senza portare prove scientifiche, legano la pedofilia al
celibato. Dicono: “Se non ci fosse il celibato ci sarebbero meno casi
di pedofilia”. “Falso”, risponde Massimo Introvigne, direttore del
Center for Studies on New Religions, che al convegno parla della crisi
di vocazioni nel periodo post conciliare: “Gli esperti sanno che non è
vero. Prendiamo l’esempio dell’Inghilterra. Qui nessuno lega la
pedofilia al celibato. Perché? Semplice: perché qui ci sono più
pedofili tra i pastori sposati della chiesa anglicana e tra i
responsabili di gruppi scoutistici laici che tra i preti cattolici”.
Cláudio
Hummes durante la sua relazione ribadisce un concetto per nulla
scontato: “Il celibato sacerdotale è un dono dello Spirito Santo che
chiede di essere compreso e vissuto con pienezza di senso e di gioia,
nel rapporto totalizzante con il Signore”.

Parole riprese nei
corridoi fuori dall’aula magna anche da monsignor Filippo Santoro,
vescovo di Petrópolis: “Il celibato è legato al tema della
realizzazione della persona. Chi abbraccia il celibato è perché ne
comprende la ricchezza. Il celibato permette di possedere le cose e di
amare in modo nuovo e diverso. Non è una condizione negativa altrimenti
la chiesa non l’accetterebbe”.
Anche il vescovo di Regensburg,
Müller, vuole riflettere sul celibato: “La pedofilia – dice – è un
peccato grave che esclude dal sacerdozio. Ma non c’è nessun motivo per
cambiare la tradizione della chiesa latina del celibato in quanto le
origini della pedofilia risiedono in un ‘disturbo evolutivo’ della
personalità di cui non si conoscono esattamente le cause”. Ed è ancora
Maradiaga a dire di non capire “come possa darsi un rapporto tra
celibato e pedofilia: gli abusi sessuali ci sono in tutte le categorie,
anche in quelle non formate da celibi”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

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