Elogio ragionato della ricchezza e dello spreco (di michette)

In quest’ultimo giorno del Tempo di Natale, dopo aver abbondantemente consumato, pubblico una riflessione controcorrente sullo spreco e sui moralismi che ne sono nati intorno. Buona lettura.

di Carlo Stagnaro

L’ultima è quella del pane. Se
raccogliessimo ogni briciola e ogni avanzo, farebbero 244 mila
tonnellate di cibo all’anno, pari a un miliardo di euro, abbastanza per
636.600 persone, col corollario immancabile e politicamente corretto di
291.393 tonnellate di anidride carbonica in meno. Com’è possibile?
Semplice: possiamo permettercelo. Lo spreco non è uno scandalo, è la
condizione dell’esistenza. Lo spreco è un giudizio soggettivo: esiste
perché, nella nostra percezione, i beni scartati valgono meno dello
sforzo che dovremmo fare per salvarli. Lo spreco esiste in qualunque
economia non di sussistenza, e probabilmente anche lì. Ora, sarà vero
che è possibile – a costo zero, o addirittura guadagnandoci – ridurre
gli avanzi. In fondo, trovare un equilibrio è lo sforzo quotidiano di
milioni di aziende, e di famiglie, che cercano di centellinare i
quattrini. Il problema è pretendere di misurare lo spessore etico della
gente con le baguette ammuffite, e trasformare uno sforzo individuale
in un obbligo collettivo.

E poi non solo pane spreca l’uomo. Anche l’energia,
che se solo spegnessimo il fottutissimo led rosso della tivù, bye bye
Arabia Saudita. Per non dire dell’acqua, che se tenessimo le mutande
del giorno prima ci disseteremmo eserciti di poveracci. E via via. Gran
parte dell’isteria antispreco poggia su un pregiudizio: poiché con gli
scarti di uno si potrebbe nutrire l’altro, tra le due cose si
istituisce un nesso causale. Se Tizio non sprecasse, Caio starebbe
benone. Se gli italiani abolissero il bidet, l’acqua zampillerebbe nel
deserto. In verità, se mangiassimo tutto saremmo solo un po’ più obesi.
Non c’è alcuna relazione, in generale, tra l’opulenza di questo e la
miseria di quello. Anzi: è più spesso vero il contrario. Il povero
sarebbe ancora più povero, se il ricco fosse meno ricco, perché questi
consumerebbe meno. Lo ha detto incredibilmente bene nei giorni scorsi
Victoria Beckham che, accusata di aver ecceduto nei regali, ha
risposto: “La sobrietà non aiuta l’economia, la uccide”.

C’è semmai un legame, strettissimo, tra spreco e ricchezza
(sociale così come individuale): non è che siamo ricchi perché
sprechiamo (e per lo stesso motivo altri sono poveri), è che sprechiamo
perché siamo ricchi. E se anche astrattamente fosse vero che l’uomo
frugale sarebbe migliore di quello dalle mani bucate, il mondo vero è
popolato dalla seconda categoria di individui. I primi vivevano nelle
caverne. Pensarla altrimenti significa credere che esista uno stock
finito di beni e servizi e dunque una fetta più grande va sempre
assieme a un’altra fetta più piccola. Per dare l’acqua agli assetati
c’è una sola scelta: farli diventare capitalisti e dotarli delle
tecnologie necessarie a fare pozzi più profondi o desalinizzare l’acqua
del mare, e stendere le condutture da dove l’acqua c’è a dove serve.

L’economia di mercato, occorre ricordarlo, è una prodigiosa macchina
per creare e distribuire benessere e ricchezza: e in questo senso causa
sprechi. Cioè: ci mette nella condizione di vivere di più e meglio,
consumando più cose e migliori. Oltre tutto, le politiche antispreco
costano più di quel che rendono (tant’è che sono agghindate da
richieste di sussidi). Il confine tra le buone intenzioni e gli
interessi più prosaici è davvero labile. Del resto, solitamente chi non
spreca non ha nulla da sprecare.
Beato il mondo che non ha bisogno di risparmiare.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

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27 Responses to Elogio ragionato della ricchezza e dello spreco (di michette)

  1. Maurizio says:

    In effetti una volta anche a me è venuto in mente che se riducessimo in schiavitù gli africani la nostra economia sarebbe più efficiente, potremmo permetterci più benessere e quindi la maggiore ricchezza ricadrebbe anche sugli altri paesi del mondo.Questa è un’altra nefasta eredità dell’illuminismo, l’abolizione della schiavitù e l’irrazionale principio dell’uguaglianza degli uomini davanti alla legge.

  2. Ettore says:

    Ma di che cosa stai parlando?!

  3. Maurizio says:

    Della tesi di fondo dell’articolo: il fine giustifica i mezzi. Squilibri e sprechi servono a far tutti meglio, allora vanno bene.

  4. Ettore says:

    Allora dovresti rileggere l’articolo. Non dice che lo spreco è utile, dice che non è la causa della povertà. Almeno non dello spreco nei termini delle briciole di pane.

  5. Jole says:

    in ogni modo, vero o no che lo spreco sia la causa della povertà, resta il fatto che c’è uno squilibrio nella distribuzione delle rcchezze che è troppo grosso, credo che il ceto medio stia scomparendo. Non mi intendo di economia e finanza ma siccome i poveri aumentano lo spreco è ingiusto e basta anche se non ne è la causa diretta. certo che che se nn ho soldi me ne frego di berlusconi che invita a spendere lo stesso x non fermare l’economia. Sembra che l’uomo sia schiavo delle sue stesse leggi ….ma dicono che il fondo della crisi l’abbiamo gia toccato e quindi non resti che risalire……io nn ci credo…

  6. Ettore says:

    Certo. Non è che bisogna sprecare allegramente. Si tratta di distinguere fra lo spreco sistematico e immorale e quello fisiologico di ogni processo di produzione e consumo. E soprattutto di non sopravvalutare lo spreco come qualcosa che possa davvero salvare i paesi poveri. Se no si entra nel solito circolo vizioso delle finte soluzioni che impediscono di adottarne di serie.

  7. Maurizio says:

    L’economia di mercato, occorre ricordarlo, è una prodigiosa macchina per creare e distribuire benessere e ricchezza: e in questo senso causa sprechi. Cioè: ci mette nella condizione di vivere di più e meglio, consumando più cose e migliori.Io credo che questa frase per un cristiano dovrebbe essere quanto di più empio e demoniaco ci possa essere. E non a caso la Chiesa più volte si è scagliata contro chi difende il mercato scambiandolo per Dio, peccando di ignominiosa idolatria pagana.

  8. Ettore says:

    Beh…se è per questo la Chiesa ha un brutto rapporto anche con chi il mercato lo vorrebbe eliminare. Cmq in quella frase non c’è proprio niente di idolatrico, c’è una verità che mi sembra più che fondata. L’Occidente è nato anche sul libero mercato e anche grazie a questo ha sopravanzato il resto del mondo. Infatti la Chiesa non è contro il capitalismo, è contro il capitalismo selvaggio che è un’altra cosa.

  9. Maurizio says:

    se è per questo la Chiesa ha un brutto rapporto anche con chi il mercato lo vorrebbe eliminareMi sa che allora qualche pagina degli Atti degli Apostoli andrebbe strappata e cancellata. Perché la Chiesa non ce l’ha sul principio in sé dell’eliminazione del mercato, ce l’ha sempre avuta sui METODI in cui il mercato lo si è voluto eliminare, perché i regimi comunisti sono passati sempre per sopprusi, uccisioni e la negazione dell’uomo. Se un bel giorno, come volevano gli utopisti, tutti mettessero tutto in comune e vivessero in pace così, la Chiesa non si opporrebbe, anche perché in molti ordini religiosi funziona in questo modo.

  10. Ettore says:

    No, attenzione. Sono due aspetti diversi. Una cosa è quello che fa la Chiesa al suo interno e tutta un’altra i massimi sistemi dell’economia. Il Cristianesimo non è mai stato un progetto un socio-economico e pensare di sovrapporre i due aspetti è molto pericoloso. In realtà la Chiesa ha combattuto il comunismo sul nascere, quando ancora non era stato compiuto alcun sopruso. Perchè l’opposizione non è mai stata tanto sul metodo ma proprio sul merito. Gli utopisti marxisti non capivano di stare portando l’umanità al baratro perchè non conoscevano più la realtà del peccato originale che invece la Chiesa aveva ben presente. Il capitalismo non è il sistema migliore, è semplicemente l’unico con tutti i suoi pregi e difetti. L’unica cosa che si può fare è cercare di attutirne i lati negativi, anche questo la Chiesa lo ha capito da tempo.

  11. Maurizio says:

    E appunto l’idea che il mercato debba essere guidato, reso umano, è in aperta contraddizione con ciò che afferma l’articolista:l’economia di mercato, occorre ricordarlo, è una prodigiosa macchina per creare e distribuire benessere e ricchezza: e in questo senso causa sprechi. Cioè: ci mette nella condizione di vivere di più e meglio, consumando più cose e migliori.

  12. Ettore says:

    Il mercato non va guidato, sarebbe una posizione dirigista assolutamente anacronistica. Il mercato va regolato, questo sì. E la crisi ha dimostrato che le regole attuali non sono adeguate, non che il libero mercato è un abominio. Per esempio, riguardo ai paesi poveri, tutto il sistema è congegnato in modo da invadere il continente africano con i nostri prodotti ma, allo stesso tempo, impedire ai loro manufatti di arrivare a noi. Questo è un vero problema, non le briciole di pane. Quindi l’articolista ha più che ragione, non solo il mercato è un’ottima cosa ma ce ne vorrebbe anche di più.

  13. Maurizio says:

    Di più? Ma se hai detto che l’assenza di regole sta ampliando lo squilibrio tra paesi ricchi e terzo mondo? Non serve più mercato, servono più regole, serve – come ha detto il Papa, non un pericoloso bolscevico – una nuova concezione del godimento dei beni, opposta al becero consumismo neoliberista che svende l’uomo a suon di biglietti verdi.

  14. Ettore says:

    Serve più mercato con regole migliori. O sei contento che gli altissimi dazi doganali impediscano ai prodotti africani di arrivare in Occidente?

  15. Maurizio says:

    Sono contento della liberalizzazione selvaggia voluta dal WTO che ha messo in ginocchio le economie del sud del mondo, che ha prodotto miracoli come q

  16. Maurizio says:

    quello argentino

  17. Ettore says:

    Le amguità del WTO dimostrano solo che bisogna rivedere le regole, niente altro. Tu sei per l’economia di sussistenza, io per l’economia di commercio. A ognuno il suo…

  18. Maurizio says:

    Io sono per la giustizia, tu sei perché il 20% della popolazione globale si spartisca l’ottanta per cento delle risorse. E meno male che il Battista diceva <<Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto.>>

  19. Ettore says:

    E di chi sarebbe la colpa? Del mercato? Tu confondi il capitalismo dal volto umano di cui parlava Giovanni Paolo II con lo statalismo socialisticheggiante che non funziona e non risolve i problemi. Mentre il capitalismo attuale non risolve i problemi, però almeno funziona. C’è almeno una base su cui lavorare.

  20. Maurizio says:

    Bene, allora mandiamo a quel paese Cristo in nome di Mammona. Mammona, infatti, è la sicurezza umana, la <<base su cui lavorare>> a cui si affida l’uomo profano. Se nella Bibbia c’è scritta una cosa, non dico proprio di farla, ma almeno non idolatrare il suo opposto…

  21. Ettore says:

    Va bene. Allora smettiamo di lavorare, che è roba da profani. Aspettiamo la manna dal cielo, oppure la moltiplicazione dei pani. Ma è proprio questo il messaggio evangelico? Mah…

  22. Maurizio says:

    Chi ha detto di smettere di lavorare? I Padri della Chiesa, anzi, ritenevano che il lavoro fosse proprio della condizione umana dopo la Caduta. Io ho semplicemente citato una frase evangelica e, se si vogliono fare obiezioni, si dica al Padreterno che non capiva un tubo e che faceva meglio a farsi i fatti suoi.

  23. Ettore says:

    Essenzialmente lo dicevano gli gnostici, che vedevano il male in tutto il corporeo. Bisognerebbe smettere di lavorare, perchè il lavoro non è gratis. Cioè viene pagato con denaro, e il denaro è Mammona. Considerato che molti non amano il proprio lavoro, si deduce che chissà quanta gente dedica come minimo otto ore della giornata solo per Mammona. Chissà perchè se tu parli di soldi, vengono fuori i Padri della Chiesa. Se lo faccio io, sostenendo semplicemente idee diverse in campo economico, esce Mammona. Strano meccanismo.

  24. Maurizio says:

    Lo diceva Agostino, quel pericoloso eretico. Lo diceva san Benedetto, altro pericoloso eretico. Lo dicevano gli scotisti, altri pericolosi eretici. Se io parlo citando i padri della Chiesa, è ovvio che saltano fuori. Se tu parli dando degli eretici ai Santi su cui è nata la Cristianità, allora parlo di Mammona.

  25. Ettore says:

    Va bene. E fammi indovinare, Gesù è stato il primo socialista della storia…

  26. Maurizio says:

    Ma è proprio questo il messaggio evangelico?

    Vediamo, Matteo, capitolo 6
    Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.

    Mi pare parli proprio di capitalismo e di spirito imprenditoriale, sì 😛

  27. Ettore says:

    Sì, paradossalmente hai ragione. Il pauperismo proto-comunista è uno dei maggiori fraintendimenti di queste ed altre pagine evangeliche. Infatti il Vangelo non vuole un mondo di poveri, se la povertà fosse una condizione auspicabile Gesù consiglierebbe di lasciarli marcire nella loro miseria; tanto poi andranno in Paradiso. Invece il Vangelo impone di aiutarli perchè vuole un mondo di ricchi, tutto sta a come si amministra la ricchezza. C’è il ricco epulone, ma c’è anche Lazzaro che doveva essere un ricco anche lui e nonostante questo era anche uno dei migliori amici di Gesù.

    Nello specifico, la pagina del Vangelo invita a non preoccuparsi e ad essere distaccati dalle ricchezze; e uno che è distaccato dalla ricchezza la può condividere, e può produrne altra per condividerne ancora. E condividere non significa solo fare beneficenza, significa far girare l’economia con posti di lavoro e via dicendo. Se la ricchezza non deve esistere, non la si può neanche condividere. E per produrre ricchezza la storia insegna che il capitalismo è il peggiore dei metodi, eccettuati tutti gli altri. Quindi essendo l’unico che abbiamo ci si può solo sforzare di renderlo il più umano possibile alla luce del Vangelo, altrimenti si finisce per costruire utopie totalitarie e disastrose in nome del Vangelo ma che esso non richiede affatto.

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