La minorità storica della donna ha un’eccezione: il cristianesimo



Chiesa, singolare femminile

di Francesco Agnoli

La
condizione della donna, scriveva Simone de Beauvoir, è stata molto
immiserita dall’avvento del cristianesimo. Quest’idea, diffusa con
insistenza da una parte del mondo femminista, dalla stampa, dalle
rivistine in vista sul tavolo del parrucchiere, da molti testi
scolastici, ha ormai radici piuttosto profonde ed è quindi un luogo
comune accettato spesso anche all’interno del mondo cattolico, spesso
ignaro della propria storia. Su Wikipedia, l’enciclopedia in Internet
consultata da milioni di persone, alla storia delle donne sono dedicate
poche righe. Nulla sulla condizione femminile, umiliante a dire poco,
nell’antica Roma, o in Grecia, o sotto l’islam, o nell’Induismo, sia in
passato sia oggi.
L’unica frecciata velenosa è dedicata al
cristianesimo, con accuse invereconde, neppure supportate dalla
citazione di fonti. Si legge: “Una delle più grandi (sic)
discriminazioni nei confronti della donna è operata dalla chiesa
cattolica… Questo atteggiamento è confermato dai vari concili
ecclesiastici: a Macon, a Laodicea, ad Aquisgrana, a Trento si discute
‘se la donna appartenga al genere umano’ e ‘se la donna abbia
un’anima!’”. Così il lettore medio impara che per secoli, sino al
Concilio di Trento, sino al XVI secolo, la chiesa avrebbe messo in
dubbio l’anima delle donne, quindi la loro dignità, e non di rado,
purtroppo, finisce per crederci. Perché più grossolane sono, le
menzogne, più trovano proseliti e ottengono fortuna secolare.
Lo storico francese Jean Pierre Moisset, nella sua “Storia del cattolicesimo
(Lindau), ricorda come questa calunnia così ridicola fu proposta per la
prima volta dal calvinista Pierre Bayle, nel suo “Dizionario storico e
critico, nel XVII secolo”. Essa, nota il Moisset, fu avidamente
ripresa, ampliata e propagandata come vera da molti polemisti
anticattolici, nonostante la sua patente assurdità. Ma come erano
andati i fatti? Al II concilio di Macon, nel 585 d.C., un vescovo aveva
detto ai suoi confratelli che la “donna non poteva essere chiamata
uomo” (“dicebat mulierem hominem non posse vocari”). Il problema,
spiega Moisset, era di ordine linguistico: “Era il caso di applicare
alla donna il termine generico homo, che designa l’essere umano, o
bisognava chiamarla femina o mulier? Dal momento che l’evoluzione del
latino parlato tendeva ad assimilare homo (essere umano) a vir (essere
umano di sesso maschile), l’oratore chiedeva che si prendesse atto del
nuovo uso, riservando homo all’essere umano di sesso maschile. Gli
altri vescovi non erano di quell’avviso e hanno risposto che bisognava
cercare di esprimersi, oralmente e soprattutto per iscritto, in buon
latino, di conseguenza era giusto continuare a chiamare homo la donna”.
Tutto
qui. Eppure la calunnia permane tutt’oggi. Facilitata senza dubbio,
come si diceva, dalla terribile ignoranza storica propalata nelle
nostre scuole superiori, in cui spesso vengono adottati manuali in cui
mancano del tutto i riferimenti alle grandi donne del cristianesimo:
alle varie martiri dei primi secoli, venerate da tutto il popolo
cristiano con immensa devozione (Agnese, Tecla, Cecilia, Margherita,
Blandina…); alle donne colte dei monasteri; alle donne nobili o meno
dedite alle opere di carità (Pulcheria, Eudoxia, Galla Placidia,
Olimpia, Melania…), così pure come alle donne che hanno cambiato la
storia dei loro regni come le principesse Clotilde, Teodolinda, Berta
Di Kent, Olga di Kiev… Omissioni su omissioni, che derivano sia dalla
misconoscenza di una grande storia, quella del cristianesimo, a cui si
preferisce fare ogni volta un processo, sia, dalla frequente incapacità
della mentalità contemporanea di ritenere che l’ambito di realizzazione
della donna potesse essere, allora come oggi, diverso dall’ambito di
realizzazione dell’uomo.
Per questo l’epopea delle donne che
fondarono i primi ospedali, da Elena a Fabiola, così come le vicende
delle donne che hanno creato, in ogni secolo, ordini religiosi dediti
all’educazione dei fanciulli, dei poveri, degli orfani, è anch’essa
ignorata, forse perché le si considera legate a un ideale di donna
ormai sorpassato. Eppure, sia la condizione della donna moderna,
codificata ogni giorno sui giornali, sulle tv, e non solo, sia lo
studio della storia, dovrebbero favorire qualche riflessione più
profonda sull’effettivo ruolo che il cristianesimo ha avuto nel
mutamento della condizione femminile.
Se infatti studiamo la storia
prima dell’avvento di Cristo, troviamo che la donna è assolutamente
secondaria e marginale nel mondo greco, in quanto conduce vita
ritiratissima, le è quasi vietato uscire di casa, ed è giuridicamente
incapace; si trova sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, nel
mondo romano; è ostaggio della forza maschile presso i popoli
germanici; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo
ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l’infanticidio,
in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo
tradizionale; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della
sua inferiorità, e al ripudio unilaterale, nel mondo islamico e
animista; vittima presso diverse culture di una patente inferiorità
giuridica e di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al
ripudio unilaterale del maschio, in tutte le culture antiche.
Nella
Roma pagana, ad esempio, “la donna, senza esagerazione né paradosso,
non era soggetto di diritto… La condizione personale, i rapporti della
donna con i suoi genitori o con suo marito sono di competenza della
domus di cui il padre, il suocero o il marito sono gli onnipotenti
capi… la donna è unicamente un oggetto” (Régine Pernoud, “La donna al tempo delle cattedrali”,
Rizzoli, p. 19). Similmente, per stare in Europa, nelle culture
germaniche al tempo delle invasioni barbariche, alla donna, che non è
“in grado di portare armi”, “viene riconosciuta una inferiorità cronica
nei confronti dell’uomo. Nessuna donna può vivere nel regno longobardo
da libera, senza essere cioè soggetta al mundio, che sia del marito o
del padre o dei fratelli, o in caso estremo del re, né può vendere o
donare beni senza il consenso del mundualdo (Rotari, cap.204)” (mundio
è istituto di diritto signorile germanico, che si esercita attraverso
lo scambio tra protezione maschile e sottomissione femminile). Eppure
la “donna è temuta per la sua capacità di combattere con armi subdole
(la malizia, il veleno) contro l’uomo… la donna è nelle leggi
longobarde considerata più come oggetto di diritto che non come
soggetto dello stesso: l’offesa recata a una donna viene riparata in
quanto recata ad un possesso dell’uomo” (“Storia d’Italia e d’Europa”, Jaka Book, Milano, 1978, vol. I, p. 161).
Con
l’avvento del cristianesimo cambia tutto. Donna è la Vergine Maria,
cioè la madre di Dio stesso; numerosissime sono le donne con cui Gesù
parla, scandalizzando anche i suoi discepoli: l’emorroissa, la
samaritana, la prostituta condannata per legge alla lapidazione, tutte
incontrano lo sguardo affettuoso e l’attenzione di Gesù. I primi secoli
del cristianesimo sono segnati dall’incredibile numero di donne che si
convertono alla nuova fede e che spingono anche i loro mariti ad
abbracciarla. San Paolo menziona nomi di donne che in Roma “faticavano
nel Signore”. Non per nulla i polemisti anticristiani di quest’epoca,
da Celso a Porfirio, deridono nei loro libelli la nuova religione, cui
aderiscono non tanto uomini colti e filosofi, quanto “donnette”, “donne
sciocche”, “schiavi” e “ragazzini”. Il fatto è che il Vangelo proclama
apertamente l’uguale dignità di tutti i figli di Dio, mentre san Paolo
sconvolge tutto il pensiero antico, proclamando che “in Cristo non c’è
più né giudeo né greco, né maschio né femmina, né schiavo né libero”
(Gal 3, 28).
Quali sono le conseguenze, storicamente parlando, di
questa nuova concezione? Basterebbe indicarne tre. La prima: il
cristianesimo è l’unica religione in cui il rito di iniziazione e
quindi di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per
uomini e donne. La seconda: il cristianesimo, condannando l’esposizione
dei bambini e l’infanticidio, limita drasticamente una pratica presente
in tutto il mondo, dall’antica Roma, alla Cina e all’India di oggi:
l’infanticidio, molto più spesso quello di bambine. Il terzo: il
matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile.
Esso quindi sottintende e implica anzitutto la pari dignità degli
sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo o nel
suo harem! Non è lecito, in virtù della sua maggior forza, ripudiare la
moglie, come fosse un oggetto, né sostituirla con delle schiave! E
neppure, ovviamente, il contrario. Tutta la storia della chiesa, per
quanto riguarda la morale coniugale, tende a salvare proprio questa
pari dignità: vietando ovviamente ogni antico diritto di vita o di
morte dell’uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero
consenso degli sposi, già partire dai primi secoli quando Agostino
ricorda che “l’intervento dei genitori non è di diritto divino”, cioè
non è necessario, come per gli antichi, e aggiunge umoristicamente che
“altrimenti Adamo avrebbe dovuto essere presentato a Eva da suo Padre”;
innalzando l’età del matrimonio della donna (che per i romani erano
sovente i dodici anni) e quindi la sua responsabilità e libertà;
ostacolando il più possibile la possibilità dei genitori di violare la
libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito
della figlia; combattendo l’abitudine dei matrimoni combinati,
soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni
forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima;
impedendo, in questo caso a tutela della salute dei figli, i matrimoni
tra consanguinei…
Ha scritto il celebre storico del medioevo Jacques
Le Goff: “Credo che tale rispetto della donna sia una delle grandi
innovazioni del cristianesimo; pensiamo alla riflessione che la chiesa
ha condotto sulla coppia e sul matrimonio, fino a giungere alla
creazione di tale istituzione, ora tipicamente cristiana, formalizzata
dal quarto concilio Lateranense nel 1215, che ne fa un atto pubblico
(da cui la pubblicazione dei bandi) e, cosa fondamentale, un atto che
non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti
coinvolti. Ciò che mi pare rilevante nelle disposizioni del concilio
Lateranense è il fatto che il matrimonio diventa impossibile senza
l’accordo dello sposo e della sposa, dell’uomo e della donna: la donna
non può essere data in matrimonio senza il suo consenso, essa deve dire
sì” (Avvenire, 21/1/2007).
Per capire quanto il matrimonio cristiano
muti la condizione femminile basti considerare l’atteggiamento nuovo
proposto dalla chiesa dinanzi alla sterilità della donna, all’infedeltà
del maschio o alla vedovanza. Tradizionalmente, nel primo caso, in
tutte le culture antiche, l’infertilità di coppia veniva addossata alla
moglie e giustificava il ripudio o il ricorso del marito ad altre
donne, per ottenere il figlio desiderato. Si pensi ad esempio che le
donne romane dovevano mettere al mondo almeno tre figli “per poter un
giorno, alla morte del padre, essere libere da ogni tipo di tutela sui
beni” (“Storia delle donne”, a cura di Georges Duby e Michelle Perrot,
vol.I, Laterza, Bari, 1993, p. 349, 342). Ancora nel Settecento
intellettuali come l’illuminista Diderot considereranno le donne
sterili degne di essere allontanate dal consorzio civile. Nel
cristianesimo, invece, “è l’accordo di coppia che costituisce l’essenza
del matrimonio e non la fecondità: in esso, infatti, non è più motivo
di separazione la sterilità, che nelle società antiche era vissuta
sempre come malattia femminile” (M. Pelaja, L. Scaraffia, Due in una carne,
Laterza, Bari, 2008, p. 15). In altre parole: un cattolico che si sia
sposato e scopra che la moglie non riesce a concepire, non ha mai il
diritto di ripudiare o abbandonare la propria consorte, che dunque non
perde affatto nulla della sua dignità anche se non può divenire madre (sterilitas matrimonium nec impedit nec dirimit).
Quanto
all’adulterio, all’infedeltà coniugale, essa è proibita sotto pena di
peccato mortale per entrambi i coniugi: “Nella società romana, al
contrario, la legge puniva severamente le adultere mentre l’infedeltà
dei mariti non era soggetta a sanzioni penali né a una seria
disapprovazione morale. Era anzi pienamente accettato che l’uomo
intrattenesse rapporti sessuali con gli schiavi di entrambi i sessi
presenti nella casa. Rifacendosi alle radici bibliche, Agostino scrive,
sulla traccia di Paolo (I Corinzi, 6, 12-20), che l’eccellenza di una
unione fedele è così grande che i coniugi diventano membra stesse di
Cristo, per cui mancare alla fedeltà significa prostituire le membra
stesse di Cristo” (M. Pelaja, L. Scaraffia, op. cit., p. 17). Eadem a viro, dice infatti la legge della chiesa, quae ab uxore debetur castimonia (c.4, C. XXXII, q. 4).
La
battaglia della chiesa per la fedeltà coniugale, per il pudore, per
l’autocontrollo soprattutto maschile, per la santità del matrimonio,
oltre che liberare l’uomo da una concezione animalesca del rapporto
sponsale, ebbe anzitutto l’effetto di nobilitare e liberare la donna.
Scrive Aline Rousselle: “Gli uomini (romani, ndr) non venivano allevati
nell’idea di dover esercitare un certo autocontrollo. Per il ragazzo
era normale guardare con occhio concupiscente le giovani schiave di
casa. Ve ne erano sempre di giovanissime da usare per il proprio
piacere. La frequentazione delle prostitute introduceva inoltre un
elemento di varietà nei divertimenti amorosi del giovane”. Così anche
“le mogli dell’alta società romana non avevano difficoltà ad accettare
le relazioni del marito con schiave o concubine. Talvolta erano esse
stesse a scegliere queste ‘socie’”, sin dai tempi della Repubblica,
dimostrando così di non ritenere neppure loro iniqua una sorta di
poligamia (Storia delle donne, op. cit., vol. I, p. 346, 348).
Le donne schiave poi, oltre che per il piacere del maschio, venivano
utilizzate, esattamente come animali, per la riproduzione di manodopera
servile, ma al di fuori del matrimonio, che il diritto romano, sino
alle modifiche apportate dagli imperatori cristiani, non concedeva come
diritto degli schiavi.
L’opera della chiesa e dei cristiani contro
siffatte ingiustizie non toglie, chiaramente, che la maggior forza
dell’uomo e le antiche consuetudini, nonostante la predicazione
evangelica e il divieto di Costantino agli uomini sposati di possedere
concubine, abbiano potuto continuare in qualche modo a sopravvivere; né
che alcuni cristiani laici o ecclesiastici abbiano compreso solo in
parte o solo col tempo questo insegnamento.
Però è innegabile che
con la concezione cristiana di matrimonio la storia delle donne prenda
una strada totalmente nuova. Scrive ancora Jacques Le Goff: “Si dice
spesso che in caso di adulterio non vi è uguaglianza fra uomo e donna.
Ora, in un certo numero di casi molto particolari, e spesso molto
famosi, l’uomo è stato severamente condannato dalla chiesa, pensiamo al
re di Francia Roberto il Pio o a Filippo Augusto. Roberto il Pio, nei
primi anni dell’XI secolo, dovette separarsi dalla seconda moglie,
Berta di Blois, poiché il clero lo considerava bigamo (la prima moglie
era ancora viva) e incestuoso (i due erano consanguinei in terzo
grado). Il papa Innocenzo III, invece, eletto nel 1198, lanciò
l’interdetto contro il regno di Filippo Augusto, che aveva ripudiato
nel 1193 la moglie, Ingeborg di Danimarca, e aveva sposato Agnese di
Merania. Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in
Francia, si trovano articoli sulla punizione dell’adulterio che
prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad
esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e
illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero”.
Quanto
infine alla vedovanza, i primi cristiani fecero il possibile per
riconoscere alle vedove la loro dignità, senza imporre loro di
sottostare immediatamente al dominio di un nuovo marito, come invece
volevano le leggi di Augusto. Per fare questo venivano in aiuto anche
economico a quelle di loro che avessero voluto rimanere tali. Così a
Roma, nel 251, il vescovo Cornelio assiste millecinquecento vedove e
poveri della città.
Un simile atteggiamento, che noi diamo per
scontato, non lo è affatto, neppure oggi. Si pensi soltanto all’India
induista, dove, sebbene abolita in linea di diritto nell’Ottocento
dagli inglesi, esiste ancora qua e là l’abitudine di bruciare le vedove
sulle pire dei mariti (sati), e permane comunque una discriminazione
orrenda nei loro confronti (Corrado Gnerre, “La religiosità orientale”, il Minotauro, Roma, 2003).
Repubblica
del 13 luglio del 1999 titolava: “La città delle vedove d’India che
rifiutano il suicidio. A Vridavan si rifugiano le donne che non
accettano di togliersi la vita alla morte del marito come impone la
tradizione”. Nell’articolo si legge tra il resto: “In molte regioni
dell’India la donna che perde il marito dice addio per sempre ai
diritti di un essere umano. Non ha più proprietà, perché le pretendono
i figli, non può comperare né vendere, perché nel peggiore dei casi
viene dichiarata la morte presunta. Un tempo si davano fuoco sulla
stessa pira del marito. Oggi, per fortuna sempre meno spesso, restano
vittime di misteriosi incidenti domestici, il più delle volte provocati
dai parenti del marito che non vogliono più avere a che fare con loro”.
Qualche anno dopo il Corriere della sera scriveva: “Le più coraggiose vi arrivano da sole, sognando di raggiungere moksha,
il paradiso, dove saranno liberate dal ciclo della morte e della
rincarnazione. Ma la maggior parte viene accompagnata, o meglio
‘scaricata’ a sua insaputa, dalla famiglia del marito, ormai defunto.
Con lui del resto hanno perso tutto, persino il cognome da sposate:
diventano dasi, discepole di Krishna, così come vuole la religione
indù. Eppure a portare a Vrindavan migliaia di donne ogni anno non è
tanto la fede, ma la disperazione. Questa cittadina dell’Uttar Pradesh,
150 chilometri a sud-est di Nuova Delhi, da 500 anni è un rifugio per
le donne spogliate di tutto che qui vivono, se va bene, di elemosine e
offerte, cantando per ore negli ashram, comunità consacrate a Krishna.
Proprio in questo luogo il ‘dio dell’amore’ fece una promessa:
‘Fortunato chi muore qui perché rinascerà libero dai peccati’. Non
ultimo quello di sopravvivere al proprio marito. Un lungo purgatorio in
terra, un viaggio senza ritorno verso l’oblio: a casa non arriverà
neanche la notizia della loro morte. Vrindavan, una città santa quasi
tutta per loro: su 56 mila anime, quasi 15 mila sono vedove. Un
abitante su quattro. Cinquemila in più rispetto a dieci anni fa…”
(Corriere della sera, 20/8/2007).

«Il Foglio» del 30 dicembre 2009

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2 Responses to La minorità storica della donna ha un’eccezione: il cristianesimo

  1. Jole says:

    Io non credo affatto che la donna sia stata messa da parte dal cristianesimo. Al solito questa può essere l’obiezione di chi essendo donna ha bisogno di continue conferme. Inutile citare tutti i passi evangelici in cui le donne sono tenute in grande considerazione, considerato il periodo storico, ma uno per tutti: l’annuncio della Risurrezione! Per quanto riguarda il problema (fittizio) della gerarchia ecclesiastica che è esclusivamente composta da uomini, penso che proprio ricordando un altro tema a te caro, che è quello della "gerarchia di servizio", si può tranquillamente affermare chela Chiesa è al femminile, vuoi per l’enorme presenza delle donne, vuoi perchè Maria ne è la Madre e l’icona….ma qst sono discorsi da credenti ^_*

  2. Ettore says:

    Verissimo. Da notare non solo che i primi testimoni della Risurrezione furono donne, ma che nel mondo ebraico di allora la testimonianza della donna non aveva valore legale. Paradossalmente anche nell’800 certi professoroni anticlericali non ritenevano valida a priori quella testimonanza al femminile, essendo le donne creature isteriche per natura…Gesù era più avanzato non solo rispetto al suo tempo ma anche rispetto a certi "umanisti" di oggi e di ieri. Per il resto sì. La Chiesa è al femminile, e questa è la sua forza. Ciao 😀

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