Critica storica e critica della testimonianza

Oggi pubblico questo discorso pronunciato dal grande storico March Bloch sull’uso delle fonti. E’ un testo semplice quanto profondo che riesce in maniera brillante a dischiudere la "porta  del laboratorio" della disciplina storica. E’ una lezione fondamentale di spirito critico riassumibile in quella massima latina riportata dallo stesso Bloch: Non numeantur, sed ponderantum. Cioè "i testimoni vanno soppesati, non contati".

Buona lettura.

 

Cari amici miei come sapete sono professore di storia. Il passato
costituisce la materia del mio insegnamento.
Vi racconto battaglie cui non ho
assistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia nascita, vi
parlo di uomini che non ho mai visto. E il mio caso non differisce da quello di
qualunque altro storico. Nessuno di noi ha una conoscenza immediata e diretta
degli avvenimenti trascorsi. paragonabile a quella che il vostro insegnante di
fisica, per esempio, ha dell’elettricità. Di essi conosciamo unicamente quanto
ci riferiscono coloro che hanno assistito al loro verificarsi. Quando ci
mancano quei resoconti, la nostra ignoranza è completa e irrimediabile. Tutti
noi storici, dal più grande al più umile, siamo come un povero fisico, cieco e
invalido, che conoscesse i propri esperimenti solo attraverso i resoconti del
tecnico di laboratorio. Siamo dei giudici istruttori incaricati di una vasta
indagine sul passato: al pari dei colleghi del palazzo di Giustizia, il nostro compito consiste nel raccogliere testimonianze che ci aiutino a
ricostruire la realtà. Ma è sufficiente raccogliere testimonianze e poi cucirle
insieme fra loro? No di certo. Il compito del giudice istruttore non ha niente
a che spartire con quello del cancelliere. Non tutti i testimoni sono sinceri,
né la loro memoria è sempre fedele: sicché non potremmo accettare le loro
deposizioni senza verificarle. Come fanno, allora, gli storici a separare un
po’ di verità dagli errori e dalle menzogne e a mettere da parte un po’ di buon
grano fra tanto loglio? L’arte di discernere nei resoconti ciò che è vero,
falso o verosimile si chiama critica storica. Ha le sue regole, che non sarà
male conoscere, e spero di riuscire a illustrarvele. Vediamo quelle principali.

Cominciamo dalla più elementare e modesta delle regole. A qualcuno di
voi sarà pur capitato di ritrovarsi fra le mani dei libri scientifici. Vi siete
mai chiesti perché hanno delle note a piè di pagina? Ah, queste benedette note!
Non potete nemmeno immaginare quanto siano state criticate. Pare che basti la
loro sola presenza a disgustare di un’opera, peraltro bella, certi lettori
sensibili, il cui sguardo si distrae nell’impossibilità di seguire il testo
principale, perché viene continuamente attirato verso il basso del volume.
Prima di biasimare, sarà bene cercar di capire. A cosa servono le note? A dare
quelle che chiamiamo citazioni. Un fisico descrive un esperimento; l’ha fatto
lui stesso; è il testimone di se stesso; non ha bisogno di citarsi; basta il
suo nome sul frontespizio del libro o in calce all’articolo. Lo storico riporta
un avvenimento passato; non l’ha visto; parla sulla scorta di testimoni; quei
testimoni deve citarli, anzitutto per prudenza, al fine di dimostrare che ha
dei garanti, e soprattutto per onestà, onde consentirci di verificare, se .lo,
desideriamo, come abbia utilizzato i loro resoconti. Citare i testimoni ‑ o,
come talvolta si dice (con espressione non felicissima, ma ormai consacrata),
“citare le fonti” ‑ è il primo dovere dello storico. Solo dello storico? E’
quello che vedremo. Se un compagno vi racconta che un vostro amico ha commesso
uno sproposito, prima di credergli pregatelo di citarvi le fonti. Talvolta
scoprirete che l’unica era la sua fantasia. O, se ne aveva, che non erano
attendibili. Oppure che le aveva male interpretate. Se siete tentati di farvi
voi stessi portavoce di qualche pasticcio, prima di aprire bocca
chiedetevi se potreste citare delle fonti. Vedrete che resterete zitti.

 

Mettiamo lo storico dinanzi a qualche documento che ha
raccolto e che citerà con acribia.
E guardiamolo lavorare. A meno che una lunga
consuetudine scientifica non abbia plasmato la sua mente e sostituito in lui al
volgare istinto una seconda natura, il suo primo impulso sarà quello di
accettare così com’è, e di riprodurre senza interventi, il resoconto fornitogli
dai suoi testi. La pigrizia è, connaturata all’essere umano. «La
maggior parte degli uomini, piuttosto che ricercare la verità, che gli è
indifferente, preferisce adottare le opinioni che gli giungono già pronte.»
Sono passati oltre duemila anni da quando Tucidide ha scritto questa frane
disincantata, che continua a restare vera. Costa molta fatica controllare;
nessuna credere. Perciò è occorso un sacco di tempo agli storici per arrivare a
elaborare un metodo che, ancor oggi, riescono ad applicare solo esercitando su
se stessi una costante disciplina. Lo spirito critico, per il solo fatto di
essere ‑ rispetto all’inerzia soddisfatta di sé ‑ sforzo. fatica e incertezza
di risultati, meriterebbe ammirazione e rispetto da parte nostra. Talora sono i
documenti stessi che costringono al dubbio e alla ricerca della verità. Ed è
quando si contraddicono.

Il 23 febbraio 1848, la folla parigina manifesta in boulevard des
Capucines sotto le finestre di Guizot, che ha appena abbandonato il potere. Un
plotone di fanteria sbarra il viale. Mentre gli ufficiali stanno parlamentando,
parte un colpo che scatena la sparatoria; e, a sua volta, la sparatoria scatena
l’insurrezione che affosserà la monarchia di Luglio. Chi sparò il colpo ?
Alcuni testimoni dicono: un soldato. Altri: un manifestante. Impossibile che
abbiano tutti ragione. Ecco che allora lo storico è costretto a decidere.
Esistono tuttavia anche studiosi benevoli, i quali non tollerano che qualche
loro documento abbia torto e, in un caso come questo, sarebbero propensi a
immaginare che nel medesimo istante. da entrambe le parti abbiano fatto fuoco
un soldato e un manifestante. Non imitiamo il loro spirito troppo conciliante.
Quando due notizie si contraddicono, la cosa più sicura, fino a prova
contraria, è presumere che almeno una delle due sia erronea. Se chi siede alla
vostra sinistra dice che due più due fa quattro e chi sta alla vostra destra
che due più due fa cinque, non traetene la conclusione che due più due fa
quattro e mezzo.

 

Quando due testimoni diversi danno la stessa versione
dello stesso avvenimento lo studioso inesperto gongola di tanto felice
concordanza
, mentre lo storico navigato si allarma, chiedendosi se per caso uno
dei due testimoni non abbia semplicemente ripetuto l’altro. In una celebre
pagina delle sue memorie, il generale Marbot narra come, nella notte fra il 7 e
l’8 maggio 1809, attraversò in barca le acque infuriate del Danubio, in quel
momento al culmine della piena, approdò sulla riva sinistra tenuta dal nemico,
fece qualche prigioniero tra gli austriaci assopiti all’addiaccio e se ne
ritornò indietro con loro, sano e salvo. Si pensò di dimostrare con ottime
ragioni come questo bel racconto fosse, al pari di tanti altri, interamente
frutto della fantasia del suo eroe. Ma restava un dubbio. Se la famosa
traversata del Danubio è tutta una storia
arbitrariamente inventata
, solo
Marbot può averla ideata. Nessun altro poteva ricavare interesse da una
menzogna che andava a beneficio della sua gloria. Eppure altri due autori, il
generale Pelet e de Ségur, hanno fornito un resoconto analogo al suo della
presunta impresa. Abbiamo dunque due testimoni che depongono in suo favore;
vediamo: quanto sono credibili. De Ségur va subito scartato: scrivendo dopo il
generale Pelet, non ha fatto altro che ricopiarlo. Il generale Pelet ha
elaborato le proprie memorie :prima che Marbot avesse redatto le sue. Ma,
essendo intimo amico di Marbot, chissà quante volte aveva ascoltato dalla sua
viva voce il racconto di quelle prodezze, visto che l’attempato guerriero si
compiaceva di rievocare un passato che abbelliva ad arte e, gabbando i
contemporanei, si preparava a ingannare la posterità. Dietro de Ségur abbiamo
dunque scoperto il generale Pelet. Dietro il generale Pelet c’è Marbot in
persona che si nascondeva, ma noi l’abbiamo stanato. Pensavamo di avere tre
testimoni e alla fine ce ne ritroviamo soltanto uno. Per impedire che due
imputati si mettano d’accordo, il giudice li fa rinchiudere in celle separate.
Meno fortunato di lui, lo storico, non potendo prevenire gli abboccamenti, si
accontenta di rintracciarli. Come ci arriva? E’ quel che vedremo adesso.

Due
carrozze si scontrano per strada. Uno dei vetturini resta ferito. La gente fa
capannello. Un vigile verbalizza. Tre di voi erano presenti. Ma senza
incontrarsi nella calca.
Osservano, poi si allontanano e, una volta rientrati a casa. ognuno stende una
descrizione dell’incidente. Io raccolgo quei tre testi e li confronto. Di
sicuro non saranno rigorosamente uguali. Non avrete visto esattamente la stessa
cosa, se non altro perché non occupavate lo stesso punto di osservazione. Ogni
memoriale avrà delle carenze, ma non rispetto agli stessi elementi. Concordi sui
fatti essenziali, differirete nei particolari. Se la sostanza sarà la stessa,
lo stile sarà diverso. Immaginate adesso che uno dei resoconti cada in mano a
un tizio di pochi scrupoli che lo ricopia, lo firma col suo nome e lo manda a
un giornale. Quando uscirà, vedendolo sotto ogni aspetto simile al vostro, non
avrete motivo di dubitare che non si tratti, appunto, del vostro. Due
testimonianze possono risultare perfettamente identiche, senza dar adito a
sospetti, soltanto se si riferiscono a un avvenimento semplicissimo e
rapidissimo. C’è un solo modo
per dire:“E’ mezzogiorno”; ma la battaglia di Waterloo si può raccontare in
mille maniere diverse. Se due relazioni della battaglia di Waterloo si ripetono
parola per parola, oppure si assomigliano assai, concluderemo che una è stata
la fonte dell’altra. Come si distingue la copia dall’originale? Sono i plagiari
stessi a tradirsi con le loro topiche: quando non capiscono i modelli, sono i
controsensi che li accusano; quando cercano di mascherare i prestiti, è la
goffaggine degli stratagemmi a rovinarli. Se un esaminando trascrivesse alla
rovescia le frasi lette nel tema del vicino, modificando il soggetto in
attributo e l’attivo in passivo, basterebbe il suo stile a farlo scoprire.

Torniamo
ai nostri tre resoconti di uno stesso incidente e paragoniamoli da storico. Due
affermano una circostanza che il terzo nega. Ci schiereremo senza ulteriori
riflessioni dalla parte del maggior numero? Niente affatto. La critica storica
non sa che farsene di ragioni aritmetiche. Se dieci persone mi assicurano che
al Polo Nord il mare si estende libero dal ghiacci e l’ammiraglio Peary che è
eternamente ghiacciato, io crederò a Peary ‑ e gli crederei se si
contraddicesse cento o mille volte, poiché è l’unico fra tutti gli uomini ad
aver visto il Polo. Un antico assioma latino dice: Non numerantur, sed ponderantur. «I testimoni vanno soppesati, non
contati.».

Sul
portale della nostra cattedrale vediamo l’Arcangelo, con la bilancia in mano, che separa con un gesto gli eletti dal
reprobi. Lo storico non mette a destra i buoni e a sinistra quelli cattivi. Al
suoi occhi, non esiste un buon testimone cui si affida una volta
per tutte, abdicando a ogni controllo. Pur essendo esatta su alcuni punti, una
deposizione non è necessariamente esente da errori. Non esistono cattivi
testimoni. Benché assai imperfetto, un resoconto può contenere notizie utili.
Prendiamo, per esempio, la descrizione di una battaglia fatta da un ufficiale
che vi ha preso parte. Siate certi che, anche nei casi più sfavorevoli, non
risulterà totalmente falsa. Esistono fatti che nessuno può ignorare o
nascondere. Neanche il più insincero degli austriaci negherà che ad Austerlitz
ha vinto la Francia. D’altra parte, per quanto il nostro autore sia amico della
verità e la sua memoria fedele, avrà i suoi punti deboli. Non potrà aver visto
tutto con i propri occhi. Alcuni episodi li avrà appresi di seconda mano,
attraverso i rapporti, forse sospetti, di un compagno d’armi o d’un aiutante di
campo. La sua attenzione non sarà rimasta sempre allo stesso livello per tutto
il combattimento e i suoi ricordi, generalmente esatti, non saranno privi di
lacune. Una testimonianza non costituisce un tutto indivisibile da dichiarare
veritiero o falso. Per fame la critica conviene scomporlo nel suoi elementi, che verranno valutati uno dopo
l’altro. Il poeta della Chanson de Roland
ha ragione quando dice che Orlando fu ucciso a Roncisvalle; torto quando
racconta che l’eroe cadde sotto i colpi dei saraceni.

 

Nel 1493 Cristoforo Colombo, sbarcando a Palos,
annunciò di essere approdato sulle coste dell’Asia.
Nel 1909 il dottor Cook,
sbarcando in non so quale porto europeo o americano, annunciò di aver scoperto
il Polo Nord. Né l’uno né l’altro dicevano la verità. Ma Cook mentiva, mentre
Colombo si sbagliava. Una testimonianza può peccare per difetto di sincerità o
per difetto di esattezza. Gli storici, come i giudici, si pongono rispetto a un
testimone due interrogativi: cerca di mascherare la verità? Se si sforza di
riferirla, è in grado di riuscirci?

Amore del
lucro o della gloria, odii o amicizie, o semplicemente desiderio di far parlare
di sé: non è difficile immaginare le diverse passioni che hanno spinto gli
uomini a ideare resoconti menzogneri o a inventare di sana pianta documenti.
Alcuni falsari, grazie alla loro abilità o pazienza, si sono imposti
all’ammirazione degli studiosi. Ingegnosi bugiardi come Marbot sanno dare, in
virtù dell’apparente precisione dei particolari, un’aria di autenticità a
resoconti in cui non c’è niente di vero. Il lettore pensa: “Non è possibile
inventare cose del genere” e, soddisfatto di quest’assurdo aforisma, abbandona
ogni diffidenza. Lo studioso tedesco che architettò la storia fenicia di
Sanchuniaton, tutta scritta da lui in ottimo greco, avrebbe potuto acquisire
con minor sforzo una reputazione più lusinghiera applicando ad altri scopi le
sue rare capacità. Se cercate il motivo di una menzogna, lo troverete in una
precedente menzogna. Si inganna una seconda volta per evitare di ammettere un
inganno. Un bel giorno Vrain‑Lucas produsse una lettera nella quale Galileo,
scrivendo a Pascal si lamentava che la sua vista andasse progressivamente
peggiorando. Qualcuno se ne stupì. Documenti incontrovertibi1i non attestavano
che Galileo era diventato completamente cieco qualche anno prima della nascita
di Pascal? Pensate che Vrain‑Lucas si preoccupò per così poco? Si mise al
tavolo da lavoro –o, per meglio dire, al bancone da lavoro ‑ e qualche giorno
dopo produsse un nuovo autografo dal quale risultava che Galileo, perseguitato,
si era fatto passare per cieco senza esserlo. E’ il falso a generare il falso.

 

Forse è più facile scoprire le menzogne che le inesattezze,
perché le loro cause sono più appariscenti e più generalmente note.
La maggior
parte degli uomini non si rende conto di quanto siano rare le testimonianze
rigorosamente esatte in ogni loro parte. Occorre guardarsi da due tipi di
carenze: quelle del ricordo e quelle dell’attenzione. La memoria è uno
strumento fragile e imperfetto. E’ uno specchio costituito da lastre opache;
uno specchio irregolare che deforma le immagini in esso riflesse. Di ciascun
testimone occorrerebbe determinare (e il giudice può provarcisi) non soltanto
la validità, ma anche la forma specifica della sua memoria. C’è chi riesce a
descrivere senza errori un paesaggio o un monumento che ha visto due o tre
volte, mentre non sa ripetere correttamente un numero. Per lo storico, come per
il magistrato, non c’è niente di più importante delle date. Sfortunatamente, è
la cosa che il comune mortale ha più difficoltà a ricordare. Non soltanto la
nostra mente perde per strada, come un canestro sfondato, parte dei ricordi
immagazzinati, ma anche sul momento, in presenza dei fatti, ne coglie solo un
numero esiguo. Talvolta si ritiene che una deposizione sia tanto più affidabile
in quanto concerne oggetti che il testimone ha avuto più spesso occasione di
vedere. E’ una sopravvalutazione della nostra capacità di osservazione.

In realtà, non notiamo le cose più usuali. Prestiamo attenzione solo a
quelle che ci colpiscono. Quasi tutti ci aggiriamo mezzi ciechi e mezzi sordi
in un mondo esterno che vediamo e udiamo solo attraverso una sorta di nebbia.
Se chiedessi a quelli di voi che sono stati miei allievi durante l’anno appena
concluso di descrivermi l’aula nella quale abbiamo trascorso insieme
parecchie ore alla settimana, sono persuaso che la maggior parte delle vostre
risposte conterrebbero errori incredibili. L’esperimento è stato fatto altrove:
a Parigi nelle scuole elementari, a Ginevra all’università. Ed è stato
conclusivo. Un altro esperimento che può fare chiunque di voi ‑ve lo suggerisco
per ingannare, durante le vacanze, le giornate di pioggia ‑ consiste nel
chiedere a un amico che aspetto abbia sul suo orologio il numero 6: se sia in
cifre arabe oppure romane, se la punta della V sia girata verso l’alto o in
basso, se il cerchio del 6 sia aperto o chiuso… e così via. Spesso
l’interpellato vi risponderà con precisione e senza esitazioni. Eppure sulla
maggior parte degli orologi il 6 è inesistente, poiché il suo posto è occupato
dal quadrante dei secondi.

Leggiamo il numero assente senza
neppure notarne l’assenza. Prima di accettare una testimonianza, cerchiamo di
stabilire quali siano i fatti che hanno sicuramente attirato
l’attenzione del testimone e quali, invece, hanno potuto
sfuggirgli. Prendiamo un medico che cura un ferito. L’interrogo
contemporaneamente sulla ferita che esamina tutti i giorni e sulla stanza del
malato che vede anch’essa ogni giorno, ma su cui getta di certo sguardi
distratti. Sarà più attendibile sul primo aspetto piuttosto che sul secondo.

Naturalmente,
è dal confronto incrociato delle testimonianze che si giunge a scoprire la
verità. Vi ho appena parlato del resoconto che Marbot ha dato della sua
traversata del Danubio. Conoscendo Marbot, ne abbiamo, diffidato, e si è
cercato di controllare. Documenti attendibili ci fanno conoscere giorno per
giorno i movimenti degli eserciti nella primavera del 1809. Ci rivelano che in quel punto della riva sinistra dove Marbot pretende di
essere approdato non c’erano truppe austriache la notte fra il 7 e 1′ 8 maggio.
Sappiamo, d’altronde, che il Danubio non era ancora entrato in piena l’8
maggio. Sfidando i furori di un fiume che in realtà scorreva placidamente,
Marbot si è vantato di aver fatto prigionieri, in un determinato posto, degli
austriaci che, quella sera, erano altrove. Per colmo di sventura, ha smentito
categoricamente se stesso in anticipo. E’ stata infatti scoperta un’istanza da
lui rivolta, il 30 giugno 1809, al maresciallo Berthier per ottenere una
promozione. In questo documento non menziona affatto ‑ laddove opportunamente
elenca con cura le proprie imprese ‑ la prodezza compiuta qualche settimana
prima che, se fosse stata vera, avrebbe costituito l’elemento più
significativo. Contraddetto dagli altri e da se stesso, non vi è dubbio che
Marbot alterò scientemente la verità.

 

Si è detto peste e corna della critica storica. E’ stata
accusata di distruggere la poesia del passato.
Gli studiosi sono stati
considerati menti aride e banali, e, poiché non accettavano a occhi
chiusi resoconti trasmessi di generazione in generazione attraverso le epoche,
sono stati accusati di insultare la memoria degli uomini antichi. Se lo spinto
critico ha tanti detrattori è indubbiamente perché è più facile biasimarlo e
schernirlo che praticarne i severi precetti. Si è creduto a lungo che le epopee
medievali contenessero il resoconto, più o meno deformato, ma esatto nel tratti
essenziali, di avvenimenti storici. Oggi sappiamo che non è affatto cosi. Il cavallo
Baiardo non ha mai portato i figli di Aimone nelle grandi foreste delle
Ardenne. Fu un cantastorie a inventare l’amicizia fra Ami e Amile. Aymerillot
non ha mai preso Narbona 1. Quegli antichi poemi ‑ ormai ne siamo
certi ‑ sono solo opere di fantasia. Ma per questo hanno cessato di
commuoverci? Un tempo li compulsavamo cercando nel loro specchio offuscato il
vago riflesso di avvenimenti incerti. Li abbiamo considerati delle cattive
cronache. Ed ecco che restano solo dei bei racconti! Ora che sappiamo leggerli,
ci offrono una chiara immagine: quella dell’anima eroica e puerile, avida di
misteri e irrequieta, del secolo che li vide nascere. La bellezza delle
leggende, e la loro peculiare verità, consiste nel tradurre fedelmente i
sentimenti e le credenze del passato. Considerandoli delle leggende, li
apprezziamo meglio. E poi, per dirvela tutta, se è vero che la critica ha
talvolta dissolto, certi miraggi che erano seducenti, in fondo non è un male!
Lo spirito critico è la pulizia dell’intelligenza. Il primo dovere è quello di
lavarsi.

Elaborate
soprattutto dagli storici e dai filologi, le regole della critica della
testimonianza non sono un gioco da eruditi. Si applicano al passato non meno
che al presente. Qualcuno di voi si troverà forse, in futuro, investito dei tremendi poteri del giudice istruttore. Altri saranno chiamati,
dalla nostra legge democratica, alle funzioni di giurato. E anche coloro che
non dovranno emettere in alcun palazzo dl Giustizia sentenze e verdetti
dovranno ‑ anzi devono già ‑ in ogni momento della vita quotidiana raccogliere,
confrontare e soppesare le testimonianze. Ricordatevi allora i principi del
metodo critico.

 

Contro lo
spirito di maldicenza, saranno la vostra arma più sicura. E anche contro lo
spinto di diffidenza. Il disgraziato che dubita sempre di tutto e di tutti, di
solito non è altro che un credulone troppo spesso ingannato. L’uomo esperto,
che sa quanto siano rare, le testimonianze esatte, è meno propenso
dell’ignorante ad accusare di mendacio l’amico che s’inganna. E il giorno in
cui in una sede pubblica, dovrete partecipare a qualche discussione importante ‑
far riesaminare una causa giudicata troppo in fretta, votare per un uomo o
un’idea ‑ cercate di non dimenticarvi del metodo critico. E’ una delle strade
che conducono alla verità.

 

 

 

NOTE

1. Com’è
facile arguire, Bloch fa qui riferimento a celebri classici della letteratura
medievale francese, ben familiari ai suoi allievi. Si tratta, nell’ordine,
della “chanson de geste” Les Quatre Fils Aymon, di due protagonisti del Roman
de la Rose
e dell’opera Aymerillot de Narbonne (N.d.T.)

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