La scienza immolata sull’altare della politica


Riccardo Cascioli

Guardando
ad alcuni fatti che stanno accadendo mentre si avvicina il vertice di
Copenaghen sul clima, si fa fatica a sfuggire alla sensazione che la
«politica del clima» non abbia niente a che fare con la «scienza del
clima». Esemplare da questo punto di vista è ciò che è avvenuto attorno
al «Climagate», ovvero alla pubblicazione di migliaia di e-mail rubate
alla banca dati del Climate Research Unit (Cru) dell’Università di East
Anglia (Regno Unito). In queste mail decine di scienziati tra i più
influenti si scambiano una serie di suggerimenti per «pilotare» dati
sulle temperature e pubblicazioni di studi in modo da ottenere i
risultati voluti (in senso allarmista).

Essendo il Cru il
principale partner dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate
Change) – l’organismo dell’Onu che con i suoi rapporti ha posto le basi
per gli allarmi sulle catastrofi prossime venture e conseguenti
politiche contro i cambiamenti climatici – ce ne sarebbe abbastanza per
fermarsi almeno un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda:
è vero che questi scienziati ci hanno preso in giro? E se sì, qual è il
punto vero della conoscenza scientifica sul clima? E la conoscenza
attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che
abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di
prendere? E invece, mentre dal Cru arrivano le prime dimissioni, la
«politica del clima» va avanti come se nulla fosse accaduto. E nessuna
domanda o riflessione, neanche a proposito del rapporto riservato sui
cambiamenti climatici preparato per la Cia nel 1974, venuto alla luce
appena tre giorni fa.

Un rapporto molto interessante perché vi
si leggono tutte le previsioni catastrofiche che oggi ci sono ormai
familiari, ma il fenomeno osservato dagli scienziati era il
raffreddamento globale, il ritorno alle condizioni della «piccola era
glaciale» (1600-1850). Su tale previsione anche allora, ci dice il
Rapporto, c’era il «consenso» degli scienziati e curiosamente il
principale sostegno alla tesi del raffreddamento globale veniva dallo
stesso Cru, oggi al centro del «Climagate», che aveva ricostruito la
climatologia della Terra per un periodo di 50 milioni di anni. Se la
«politica del clima» avesse a che fare con la «scienza del clima»,
sarebbe doveroso chiedersi come mai gli scienziati del Cru abbiano
cambiato in pochi anni la loro opinione in modo così clamoroso. Perché
nell’ipotesi in cui i miliardi di dollari che è costato il Protocollo
di Kyoto e quelli che costerà il dopo-Copenaghen fossero spesi sulla
base di una scienza truccata, qui sì che ci sarebbe da allarmarsi. Come
minimo, bisognerebbe istituire una Commissione d’inchiesta
internazionale indipendente.

E invece silenzio. A Copenaghen
come se niente fosse successo. Al contrario, si moltiplicano gli
allarmi sui cambiamenti climatici, anche i più improbabili. Anche da
parte dei leader dei Paesi in via di sviluppo, che fanno a gara a chi è
più vittima del riscaldamento globale, così da assicurarsi una congrua
fetta dei miliardi che i Paesi ricchi dovranno pagare per le loro
emissioni.

Ma anche qui a detrimento della scienza e
dell’ambiente. Perché questa specie di "isteria collettiva" sui
cambiamenti climatici impedisce di affrontare seriamente i veri
problemi ambientali di questi Paesi, tutti riconducibili alla
situazione di sottosviluppo, una condizione che rende vulnerabili ai
capricci del clima, così come alle malattie, alle crisi economiche
globali e così via. Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il
nemico numero uno dei «politici del clima» e si farà di tutto per
evitare che accada. La tendenza oggi dominante è di porre limiti alla
presenza umana, sia quantitativa (controllo delle nascite), sia
qualitativa (limiti allo sviluppo).

Le agenzie dell’Onu fanno
a gara per rilanciare questo messaggio. E quello che dovrebbe allarmare
è che a Copenaghen dominerà questa ideologia, che usa la scienza
anziché ascoltarla, e che in nome dell’ambiente sacrifica l’uomo.

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