Il cattolicesimo democratico e la violenza


Slogan del 25 Aprile e veleni della nostra storia

Brigatismo senza fine

di

Ernesto Galli della Loggia

Perché l’Italia è l’unico Paese
dell’Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai
ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E
perché sempre l’Italia è l’unico Paese dove quel terrorismo sembra
essere in grado di godere ancora oggi di un’area più o meno vasta di
consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice
di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti
interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni.

Ai quali è impossibile rispondere
senza fare i conti con una questione più generale: quella della
presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro,
tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione
della cultura della legalità. Non è un caso se l’Italia è la patria
delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.

La sfera politica italiana
è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da
un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per
l’appunto fu il Risorgimento, l’idea che a certe condizioni la violenza
sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo
netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella
penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della
nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il
comunismo gramsciano, l’azionismo.

Tutte culture che in un modo
o nell’altro si sono alimentate e hanno alimentato il mito della
rivoluzione, qualunque fosse l’aggettivo che poi le veniva appiccicato.
A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la cultura
politica cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come si sa, è
probabile che non ci sarebbe stata neppure l’Italia democratica che
invece abbiamo avuto.

Ma la storia non è acqua.
L’Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una
vicenda che aveva sviluppato un’antica e lunga contiguità con la
violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario
(all’origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa
legittimazione della Repubblica). La democrazia da noi non ha potuto
che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con
la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione
dell’«utopia», ancora oggi considerata dal senso comune politico
italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in
campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e
riverito, nei fatti commuove l’animo solo di sparute, sparutissime
minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal
ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al
blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle
truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano
il pugno della legge?

In realtà, il germe dell’illegalità e
di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l’Italia
democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia
culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo
che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.

Può, per fare un esempio,
cercare di insegnare l’educazione civica a scuola, ma nello stesso
momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda
poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola
il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più
generale indisciplina. Non è il solo paradosso. C’è pure quello per cui
l’Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d’ordine del
pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche
quello dove rispetto al resto d’Europa più diffusa è la pratica
dell’illegalità di massa e più frequente risuona l’esaltazione della
violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una
contraddizione solo apparente, però, dal momento che all’origine di
entrambi i fenomeni c’è sempre il medesimo retaggio utopico della
nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e
perpetuare quel retaggio, l’involucro di una statualità debole che di
fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro
degli Interni che sì, in effetti «c’è di che preoccuparsi» ma non se la
sente di promettere nulla di più.

27 aprile 2007

Corriere

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