Eutanasia, te la do io la medicina


Lo
presentano come la punta di diamante della sanità inglese, ma il
protocollo Liverpool di cure palliative apre all’eutanasia. E abbatte i
costi dell’assistenza (insieme ai malati terminali)

E in Italia sinistre e finiani chiedono un biotestamento più “britannico”

di
Rodolfo Casadei

Ha quasi 81 anni, si chiama Hazel Fenton e doveva essere morta dieci
mesi fa, quando i medici del Conquest Hospital di Hastings le hanno
negato per dodici giorni di seguito l’alimentazione artificiale e
sospeso la terapia antibiotica, certi che alla signora, ricoverata per
una polmonite acuta, restavano pochi giorni da vivere. La forte fibra e
l’insistenza della figlia l’hanno salvata: le cure sono state riprese e
la donna oggi vive, il Times ha raccontato la sua storia. Un destino
differente è toccato alla sorella della signora Marie Mcmanus Muir,
londinese: ricoverata in una casa di cura a causa della sclerosi
multipla di cui soffriva da anni, dopo alcuni mesi di declino fisico è
stata privata di cibo e acqua e sottoposta a infusione permanente di
morfina nonostante la contrarietà della sorella; dopo una settimana è
deceduta. A metà strada fra i due il caso del 95enne Eric Troake,
ricoverato al Frimley Park Hospital nel Surrey dopo un ictus. La
figlia, Rosemary Munkenbeck, ha denunciato sui giornali che a suo padre
è stata interrotta per cinque giorni la somministrazione di tutti i
fluidi, medicinali e per idratazione; è sua convinzione che sia stato
fatto con l’intenzione di accelerarne la dipartita. «Abbiamo fatto le
nostre rimostranze e questo a loro non piace», ha detto la figlia.
«Dicono che mia sorella ed io siamo crudeli perché ci aggrappiamo alla
vita di nostro padre. Ma quest’uomo ha diritto a vivere: non ha una
malattia in fase terminale, ha solo patito un ictus. Vogliamo
proteggerlo. Abbiamo la sensazione che abbiano deciso fin dall’inizio
di “scartarlo” perché ha 95 anni».
In
Inghilterra i casi veri o presunti, tentati o riusciti di eutanasia
come i tre sopra citati vanno sotto un nome e una sigla che per alcuni
incarnano l’eccellenza della sanità pubblica britannica, per molti
altri rivelano la congenita inclinazione delle autorità per la
neo-lingua orwelliana: Lcp, Liverpool Care Pathway, ovvero Percorso di
cura di Liverpool. Si tratta di un modello di assistenza che indica le
cure che un paziente dovrebbe ricevere negli ultimi giorni di vita per
soffrire il meno possibile. È stato creato dal Marie Curie Palliative
Care Institute di Liverpool, che lo definisce (traduzione letterale)
«un percorso di cura integrata utilizzato al capezzale per incrementare
un’elevata qualità del morente nelle ultime ore e giorni di vita». Dal
2004 è raccomandato dal National Institute for Health and Clinical
Excellence (Nice), l’authority nazionale per la qualità dell’assistenza
sanitaria. Infatti è stato adottato da 300 ospedali, 130 ospizi e 560
case di cura. Descritto in poche parole, l’Lcp consiste nel sospendere
la somministrazione intravena di alimentazione e medicinali al paziente
e sostituirla con un’infusione permanente di morfina. Per i parenti di
molti ricoverati anziani e non solo anziani l’Lcp è una sorta di
sentenza di morte pronunciata da medici e infermieri che non hanno più
voglia di occuparsi del loro caro o che sono stati incaricati di
realizzare risparmi sulle spese sanitarie. Patricia Cooksley, una
lettrice del Daily Telegraph ex infermiera che ha visto morire uno zio
81enne malato di cancro dopo 11 giorni di disidratazione e
somministrazione continua di morfina, in una lettera al quotidiano l’ha
definita “licenza di uccidere”.
Finché a lamentarsi erano singoli
cittadini, la cosa è passata sempre in cavalleria. Ma all’inizio del
settembre scorso a incendiare il dibattito ci ha pensato un gruppetto
di esperti comprendente docenti universitari di geriatria, consulenti
di medicina palliativa e anestesisti che ha scritto al Daily Telegraph
una lettera collettiva per denunciare diagnosi di morte imminente
errate ed eccessiva fretta da parte di strutture ospedaliere e case di
cura nel sospingere i pazienti a compiere passi senza ritorno sul
Percorso di Liverpool. «Un approccio modulistico alla gestione della
morte sta provocando una crisi nazionale nell’assistenza», scrivono i
firmatari dell’appello. «Se si barrano tutte le caselle giuste del
Liverpool Care Pathway, il risultato inevitabile del trattamento è la
morte. Un’ondata di scontento si sta diffondendo fra gli amici e i
familiari che osservano come siano negati fluidi e cibo ai pazienti.
Vengono applicati microinfusori per la somministrazione continua di
sedazione terminale, senza preoccuparsi del fatto che la diagnosi
potrebbe essere errata». Stavolta le reazioni ci sono state. Un
portavoce del ministero della Sanità ha precisato: «L’Lpc è uno
strumento istituzionale e raccomandato che fornisce agli operatori un
protocollo basato su dati di fatto per aiutarli a fornire assistenza di
alta qualità alle persone che sono alla fine della loro vita. Stiamo
investendo 286 milioni di sterline per il biennio 2010/11 per sostenere
l’implementazione della End of Life Care Strategy, per migliorare
l’assistenza di fine vita a tutti i pazienti adulti».

Morire col minor disagio possibile
Secondo
Sharon Cusack, un’operatrice familiare con l’Lpc, esso «raccomanda che
il riconoscimento che una persona sta per morire non sia la decisione
di una persona, ma dell’intera équipe responsabile dell’assistenza al
paziente e della famiglia. Se ci sono obiezioni, l’Lpc non dovrebbe
essere imposto. Le condizioni del paziente devono essere monitorate
continuamente. Se si percepisce che le sue condizioni sono migliorate,
i trattamenti precedenti devono essere reintrodotti. L’Lcp non è uno
strumento per l’eutanasia, ma per aiutare le persone a morire con
dignità». Concetti simili a quelli espressi dal portavoce del Frimley
Park Hospital dopo le proteste della signora Munkenbeck: «A volte
trattare attivamente un paziente che sta morendo può prolungare senza
necessità le sue sofferenze. La decisione di sospendere un trattamento
è presa solo dopo attenta considerazione da parte di un team
multidisciplinare di clinici, consultando la famiglia e, quando è
possibile, il paziente. Prendersi cura di lui può implicare
l’applicazione del Liverpool Care Pathway. Questo protocollo permette
ai pazienti di affrontare il morire con il minor disagio e con la
maggiore dignità possibili, nel mentre che ricevono appropriata
assistenza personalizzata».
Belle parole, ma molti parenti di malati
indirizzati sull’Lcp dalle équipe di ospedali e ricoveri smentiscono
vigorosamente che le cose vadano in questo modo. A ciò si aggiunge il
fatto che nessuno fino a questo momento ha potuto confutare un dato che
i firmatari dell’appello apparso sul Daily Telegraph hanno evidenziato,
e cioè che nel biennio 2007/08 il 16,5 per cento di tutti i decessi nel
Regno Unito è avvenuto dopo sedazione terminale: una percentuale doppia
di quella registrata in paesi come Belgio e Olanda, dove esistono
legislazioni che autorizzano l’eutanasia. «Mia madre sarebbe stata
lasciata morire di fame e di disidratazione. È davvero un sotterfugio
per l’eutanasia legalizzata degli anziani all’interno dell’Nhs (il
servizio sanitario nazionale britannico, ndr)», protesta la figlia
della signora Hazel Fenton, cui un giovane medico subito dopo il
ricovero della madre avrebbe detto che costei sarebbe stata avviata
all’Lcp, mentre un’infermiera le avrebbe chiesto «Che cosa vuole fare
col corpo di sua madre?». «La decisione di sospendere alimentazione e
fluidi a mio fratello, che al momento era perfettamente lucido, e di
somministrargli morfina con un microinfusore ha compromesso la
funzionalità renale e causato una dolorosa infezione dei reni con
febbre alta», scrive un lettore del Daily Telegraph che si firma Alex.

«Mia sorella ed io siamo rimasti scandalizzati per le condizioni in cui
mio fratello è stato ridotto a causa delle inadeguate spiegazioni date
a lui e a sua moglie intorno alle cure palliative. Non essendo i suoi
parenti più stretti, siamo stati esclusi dalle discussioni sul suo
trattamento. Circa sei mesi prima avevamo accudito un altro fratello
che è morto di cancro in Francia. Il trattamento nei suoi e nei nostri
confronti è stato illuminato e umano. Costui è morto con dignità,
assistito con gentilezza e superbe cure mediche, l’altro ha sopportato
tre settimane di dolore e stress terribili a causa di quello che adesso
abbiamo capito essere il Liverpool Care Pathway». «Mio suocero è stato
“assassinato” dall’Nhs», scrive un certo Peter. «L’Lpc è stato istigato
da un giovane dottore e le flebo di diamorfina e midazolam erano già
state iniziate al momento in cui è stata consultata la famiglia. Da
notare che nelle stesse note del dottore è stato registrato che mio
suocero non presentava dolore né stress psicologico; l’unico scopo
delle flebo non poteva essere che quello di accelerare il suo decesso».
«La settimana scorsa a mio padre è stato applicato l’Lpc», scrive una
certa Katie. «Era entrato in ospedale per le fratture di una caduta, ha
sviluppato una polmonite ed è stato portato in rianimazione. Quando si
è ripreso i medici gli hanno tolto la ventilazione e lo hanno riportato
in reparto. Una volta lì hanno immediatamente deciso di applicare
l’Lpc, gli hanno sospeso tutti i fluidi, alimentazione e medicinali. Il
protocollo non è stato discusso con noi della famiglia prima di essere
avviato. Dopo due giorni papà è morto». Ci sono casi che ricordano
quello della signora Hazel Fenton. «A mia zia, che ha 75 anni, è stato
diagnosticato un tumore allo stomaco dopo mesi di dolori», scrive Laura
R. «È stata mandata a casa accompagnata da due infermiere che dovevano
istruire mia cugina a rendere “confortevoli” i suoi ultimi giorni:
niente cibo e acqua, ma solo la medicazione che avevano portato per
lei. Mia cugina le ha cacciate di casa e quelle andandosene le hanno
detto: “Non vivrà più di una settimana”. Sono passati quattro mesi!».
Dietro a tutto questo pare stagliarsi una politica di riduzione dei
costi della sanità, ispirata dal Nice, l’authority citata all’inizio.
Lo scorso agosto l’istituto ha emesso una direttiva nella quale si
spiega che i pazienti non devono attendersi che l’Nhs salvi la loro
vita se ciò costa troppo.

Risorse limitate, cure “razionalizzate”
Leggere per credere:
«Quando le risorse per la sanità sono limitate, applicare la norma del
“dovere di salvataggio” (cercare di salvare una persona precisa la cui
vita è in pericolo) può significare che altre persone non potranno
avere il trattamento o l’assistenza di cui hanno bisogno. Il Nice
riconosce che quando prende decisioni dovrebbe considerare le necessità
dei pazienti presenti e futuri dell’Nhs, che sono anonimi e non
dispongono necessariamente di persone che difendano la loro causa». La
base formale per discriminare gli anziani rispetto ai giovani
nell’erogazione di cure è gettata, così come per usare l’Lcp come la
grande scopa con cui fare piazza pulita dei pazienti che costano
troppo. D’altra parte il Nice in questi anni ha definito il limite di
spesa pubblica sanitaria al quale ogni paziente avrebbe diritto sulla
base dei Qaly, “quality adjusted life years”, cioè l’aspettativa di
anni di vita in buona salute. Attualmente il Nice indica un tetto di
25-30 mila sterline di spesa sanitaria per anno di vita in buona salute
presumibilmente guadagnato col trattamento. Ovvio che per i malati
gravi e anziani, che di anni in buona salute ne possono guadagnare ben
pochi, non restino che le briciole. Questa politica è criticata anche
dai produttori di tecnologia medica in quanto scoraggerebbe
l’innovazione, ma soprattutto dai pazienti, che si sentono sempre più
sacrificati alle esigenze del bilancio sanitario. Altro che la regina:
Dio salvi i poveri malati inglesi.

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