«Il mio dramma con la Ru486 Stavo morendo, ho perso tutto»

Un
figlio indesiderato, una gravidanza annunciata e poi confermata da due
rapidi test fai-da-te nel bagno dell’università di Barcellona, dove da
qualche mese studiava con il suo fidanzato. Infine la decisione di
abortire e il benevolo consiglio di un medico spagnolo, gentile quanto
ingannevole: «Due pillole e non ci pensi più»… Invece Anna (nome di
fantasia), 24 anni, studentessa calabrese, ripenserà per sempre a ciò
che è avvenuto dal momento in cui ha assunto la Ru486, un "medicinale"
che non cura niente e nessuno, nato allo scopo specifico di sopprimere
la vita al suo esordio. Ma che quel giorno rischiò di uccidere la
giovane madre, oltre a quel feto che oggi, mentre piange, chiama
«figlio».

«Ero partita dall’Università della Calabria per il
"Progetto Erasmus" – racconta incontrandoci sul Ponte Pietro Bucci
dell’ateneo, i segni di una sofferenza indelebile sul volto e nel
tremore della voce –. Studiavo e tuttora studio a Cosenza, allora ero
una ragazza felice e piena di propositi per il futuro, anche perché
presto ho conosciuto il mio fidanzato, con cui poi sarei partita per
Barcellona…». Gli occhi neri si muovono rapidi e insicuri, offuscati
da un’ombra di dolore, ciò che resta del suo viaggio in quello che lei
chiama «il tunnel oscuro» e dal quale ancora non sa uscire.

La
sua storia è di quelle che iniziano fin troppo bene, con un bando
proposto agli studenti più meritevoli per uno scambio culturale e
formativo in una delle città europee, il brillante superamento della
selezione assieme al fidanzato (che chiameremo Roberto), e la partenza
per la metropoli catalana. «Doveva essere un’esperienza
indimenticabile», ricorda senza sorridere. Anna, che nel suo soggiorno
spagnolo condivide l’alloggio con due compagne straniere, un giorno si
accorge, calendario alla mano, che i conti non tornano: «All’inizio
pensavo che il mio ritardo derivasse da alcuni antibiotici che avevo
assunto per una brutta influenza – prosegue –, poi cominciai a temere
di essere rimasta incinta e in una farmacia del centro comprai il test
di gravidanza». La vita di suo figlio, annunciata in quel bagno, le
cadde addosso come la peggiore delle notizie. «Lo dissi a Roberto e
sperammo entrambi in un errore, ma anche il secondo test diede lo
stesso risultato. Da allora litigammo furiosamente…».

La
vita di Anna iniziava a frantumarsi, e il primo pezzo che se ne andava
era proprio l’amore: da una parte c’era Roberto, deciso a tenere quel
figlio e a prendersi le sue responsabilità di padre nonostante i suoi
24 anni e la mancanza di un lavoro, dall’altra le paure della giovane,
il timore dei genitori, il terrore della solitudine. E sola rimane
davvero, Anna, accompagnata da un’amica spagnola nella struttura
sanitaria in cui i medici le spiegano che «la Spagna è molto più avanti
dell’Italia e qui c’è la libertà di abortire con semplicità». Sola è
anche quando i camici bianchi le raccontano che non avrà alcun
problema, che «basterà assumere due pillole, una per bloccare la
gravidanza e l’altra per espellere il feto, niente di complicato, al
massimo quel piccolo fastidio come nelle giornate del ciclo…». Sola
quando imbocca il tunnel senza nemmeno far sapere a Roberto che tra
poche ore non sarà più padre.

Un mare di carte da compilare
per dichiarare che era stata informata di tutte le conseguenze cui
andava incontro, un colloquio frettoloso con un’assistente sociale, una
prescrizione medica e giù le pillole. «Eravamo in tante – ricorda
tormentandosi per tutte – e ci chiamavano per nome e cognome, senza
alcun rispetto della privacy. Quando toccò a me, nessuno in realtà mi
disse nulla del pericolo cui andavo incontro, così firmai e presi la
prima pillola, che poi scoprii chiamarsi Mifeprex. Due giorni dopo
ritornai in ospedale, come mi aveva detto il medico, e presi l’altra
pillola, il Misoprostol. È stato tutto molto facile». Facile come bere
quel bicchier d’acqua con cui le manda giù.

Ma il dramma deve
solo cominciare. «La mattina seguente ero sola in appartamento, le mie
due amiche erano uscite, il mio fidanzato neanche sapeva che stavo già
mettendo in pratica il mio intento abortivo. Iniziai ad avere dolori
lancinanti all’addome, a fare avanti e indietro dal bagno con una
diarrea incontrollabile e una nausea terribile. Pensavo di morire.
Caddi in uno stato di semi incoscienza e dopo alcune ore mi svegliai in
un bagno di sangue. L’emorragia era inarrestabile, continuavo a perdere
sangue, sentivo la vita uscire dal mio corpo, non ero mai stata tanto
male. Chiamai aiuto e tornai in ospedale, dove mi fecero una nuova
ecografia ed ebbi la notizia che l’aborto era avvenuto "con successo".
In realtà lì si celebrò il cuore vero del mio dramma. Le mie
convinzioni ad una ad una sono tutte crollate, sono caduta in uno stato
di depressione terribile, piango sempre e fatico a riprendere forza.
Ora mi sento in colpa verso il mio fidanzato, che peraltro ho anche
perso, e soprattutto verso quella creatura. Devo cominciare a
ricostruire tutta la mia vita, ma so che questo ricordo non mi
abbandonerà».

Era una ragazza come tante, Anna, con quella
voglia di vivere a volte irrefrenabile, quella convinzione di avere il
mondo in tasca e le certezze nel cuore, decisa a fare di testa sua.
«Anche in quell’occasione pensavo di aver scelto la via facile, così
sui giornali ti presentano la Ru486, credevo fosse una conquista della
scienza, invece la mia vita è finita con quella pillola, che ti dà
l’illusione di non abortire mentre in realtà rischia di uccidere te
oltre a tuo figlio…».

Ce la farà, Anna, la sua rinascita
comincia da qui, dal desiderio di raccontare la sua storia, rimasta
sconosciuta anche ai genitori: «Non voglio che altre ragazze imbocchino
la mia strada, devono sapere a cosa si va incontro. Vorrei dire solo
questo: attente alle false libertà e soprattutto non decidete da sole,
la vita, sin dal suo sbocciare, anche nel dramma si può trasformare in
un dono. Io me ne sono accorta troppo tardi, ma per voi c’è ancora
tempo».


Lucia Bellaspiga e Enzo Gabrieli

Avvenire

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