Di Ru 486 si muore, e non si vuol saperlo


di Assuntina Morresi


Era ovvio che la comunità scientifica se ne occupasse, con tutta l’autorevolezza di una rivista come The New England Journal of Medicine
(NEJM): quattro donne morte in meno di due anni solo in California,
colpite dalla stessa, rara infezione da Clostridium Sordellii, dopo
essersi sottoposte ad aborto chimico con la Ru 486.

La
spiegazione dei fatti è stata affidata a un articolo firmato da 13
esperti appartenenti ad importanti istituzioni mediche americane,
mentre è di Michael F. Greene – editore associato della rivista e
direttore della Harvard Medical School a Boston – un editoriale di cui
hanno già dato notizia Eugenia Roccella e Nicoletta Tiliacos, sia su Avvenire  sia su Il Foglio.
La chiave di lettura dei dati è preoccupante: le morti da aborto
chimico negli Usa sono 1 su 100.000, da confrontare con quelle per
aborto chirurgico registrate nello stesso periodo della gravidanza: 0,1
su 100.000. Una mortalità dieci volte maggiore, quindi, nel caso della
pillola abortiva. Si sottolinea poi che per l’approvazione del
mifepristone (principio attivo della pillola abortiva) la Food and Drug
Administration ha impiegato ben 54 mesi, mentre ce ne sono voluti meno
di 16, in media, per le altre nuove molecole registrate lo stesso anno,
il 2000, e che comunque fino ad ora per ben due volte si sono dovuti
modificare i foglietti illustrativi della pillola, viste le morti e i
pesanti effetti collaterali.

Questa sindrome mortale da shock
tossico per Clostridium Sordellii è rara: oltre ai quattro casi
registrati, e a un quinto in Canada nel 2001 ancora una volta dopo un
aborto chimico, nella letteratura sono stati descritti solo altri nove
casi della stessa, mortale infezione, non legati a procedure abortive.
Simile la gran parte dei sintomi, soprattutto vomito e forti dolori
addominali – normali nel caso di un aborto chimico – e quasi sempre
senza febbre, il che impedisce di diagnosticare tempestivamente
l’infezione in corso. Le donne morte avevano seguito lo stesso
protocollo per l’aborto chimico: nella prima fase, 200 mg di
mifepristone – che blocca il progesterone causando la morte
dell’embrione – e poi 800 mg di misoprostol, che induce le contrazioni
e ne permette l’espulsione. Il misoprostol può essere assunto oralmente
oppure, come nel caso delle 4 donne statunitense e della canadese, per
via vaginale, con effetti collaterali di minore intensità.

Sui legami fra pillola abortiva e infezione mortale nel New England Journal of Medicine
non si formulano ipotesi, anche se si menziona quella del dottor Ralph
Miech: l’interferenza del mifepristone con il sistema immunitario
potrebbe depotenziare le difese naturali all’invasione del Clostridium
Sordellii. Nei due contributi pubblicati dal NEJM non viene chiesto il
ritiro dal commercio della pillola, ma si raccomanda particolare
attenzione agli operatori del settore, ammonendoli a tener presente
questa rara ma letale possibilità. «La mancanza di consapevolezza della
gravità della situazione è pericolosa», scrive a proposito Didier
Sicard in una lettera pubblicata nell’ultimo numero di The Annals of Pharmacotherapy.

Ne ha parlato il Boston Globe,
anche perché Didier Sicard, oltre ad essere il presidente del Comitato
consultivo nazionale di etica in Francia, è il padre di Oriane Shevin,
ultima vittima lo scorso giugno dell’aborto chimico. Scrive ancora
Sicard: «La più recente raccomandazione da parte della FDA sottolinea
la particolare attenzione che deve essere prestata per l’uso di questi
farmaci prima della loro ampia diffusione e dell’uso generalizzato nei
Paesi in via di sviluppo, dove il tasso di infezione batterica è molto
alto. In Africa, l’elevata frequenza di infezioni genitali, insieme
alle scarse cure mediche, può risultare in un significativo numero di
morti se uso e applicazione di mifepristone e misoprostol non sono
riesaminati. Questo è vero specialmente alla luce dell’aumento dell’uso
in Africa degli spermicidi, che aumentano la carica batterica
vaginale».

Speriamo che ne abbia letto Silvio Viale, per il
quale le polemiche sulla pericolosità del farmaco sono tutte «balle
messe in giro dal movimento per la vita americano, che sfrutta cinque
righe che la FDA ha ordinato di inserire nelle controindicazioni della
Ru 486» e che ritiene che «prendere la pillola abortiva non è più
pericoloso che fare un viaggio in auto: se le vetture avessero i
bugiardini le loro controindicazioni sarebbero più numerose». Ma la
letteratura scientifica specializzata ha sempre indicato che l’aborto
chimico oltre ad essere meno efficace di quello chirurgico presenta
pesanti effetti collaterali. Nel marzo del 2000, ad esempio, il NEJM
passa in rassegna diverse sperimentazioni di aborto farmacologico, e a
quelle eseguite con mifepristone e misoprostol assegna un’efficacia
media del 95%, specificando che l’effetto collaterale più pesante è
dato dalle abbondanti perdite di sangue, fino a quantità quasi doppie
rispetto a quelle per aborto chirurgico. Pure la durata delle perdite è
maggiore: si cita in particolare uno studio in cui il 9% delle donne ne
ha per oltre trenta giorni, e l’1% per più di sessanta. Anche gli altri
effetti collaterali – nausea, vomito, dolori addominali – sono di
maggiore entità.

Viene sottolineato che l’aborto medico può
essere scelto solo se si ha facilmente accesso a centri specializzati
in grado di intervenire chirurgicamente, visto che si potrebbe avere
necessità di trasfusioni. Viene ripetuto che il metodo chirurgico è più
efficace (99%).

Invece nella sperimentazione presentata da Spitz e dai suoi
collaboratori, sempre nel NEJM ma due anni prima, l’efficacia media è
del 92%. Il 75% delle donne espelle il "prodotto del concepimento"
entro le 24 ore dalla somministrazione del misoprostol. Il 68% ha
ricevuto antidolorifici e l’ospedalizzazione è stata necessaria nel 2%
dei casi, per interventi chirurgici ma talvolta anche per l’eccessivo
dolore e vomito. Il 4% ha avuto infezioni virali. I dati si riferiscono
ad aborti fino al 49esimo giorno di gestazione, dopo il quale
l’efficacia della procedura chimica diminuisce. Per seguire questa via
bisogna quindi accertare con estrema precisione a che punto si è con la
gravidanza; d’altra parte se si deve abortire entro le prime sette
settimane non c’è molto tempo a disposizione per decidere e scegliere,
mentre se ne ha abbastanza per pensarci durante la procedura: 3 giorni
considerando la fase acuta – somministrazione di pillole ed espulsione
–, 15 compresa la visita finale di controllo, necessaria per verificare
che l’utero sia stato effettivamente svuotato, un numero imprecisato di
giorni se si considera la possibilità di perdite di sangue molto
prolungate. Per chi non vuole ricorrere alla letteratura specialistica
è sufficiente scorrere i tanti articoli dedicati alla vicenda dal New York Times.

Da
un’inchiesta pubblicata il 14 novembre del 2000 emerge che «molti
medici nelle cliniche abortive dicono che consiglieranno le proprie
pazienti di scegliere l’aborto chirurgico, perché pensano che sia un
metodo migliore. La decisione di offrire mifepristone, dicono alcuni, è
dettata più da ragioni di competizione che dalla convinzione che sia un
metodo migliore per interrompere una gravidanza». La diffidenza è
confermata anche dai dati più recenti, secondo i quali solo il 6% delle
donne negli Usa sceglie di abortire con la pillola. Nel 1994, invece,
vengono intervistate diverse donne che hanno seguito una procedura di
aborto medico in Gran Bretagna, tra cui un’americana di 17 anni. «Mi
sono sentita come se stessi morendo», ha dichiarato dopo l’espulsione
del feto. Tutte le donne interpellate concordano: più difficile, più
doloroso di quanto ci si aspettava. «Mi auguro ancora di trovare una
qualche pillola magica che porti via subito tutto. Mi sono meravigliata
di quanto facesse male».

E adesso la "pillola magica", attraverso strade le più strane, è arrivata in Italia.

Avvenire

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