IL CASO/ Lasciato morire perchè nato 48 ore prima. L’incredibile storia del piccolo Jayden

martedì 15 settembre 2009

Si
può ancora definire civile un Paese in cui una madre è costretta, in
ospedale, ad assistere impotente all’agonia del proprio figlio e alla
gelida impassibilità dei medici pronti a ricordarle che quel figlio è
soltanto un feto?
L’episodio è accaduto in Gran Bretagna dove una
giovane donna, Sarah Capewell, ha dato alla luce un bimbo, Jayden, dopo
21 settimane e cinque giorni di gravidanza.
Il personale sanitario
si è rifiutato di sottoporre il bimbo prematuro alle cure intensive che
forse gli avrebbero consentito di sopravvivere. La sua colpa era quella
di essere nato due giorni prima delle canoniche 22 settimane. Di fronte
al disperato appello di salvare il proprio figlio, quella giovane madre
si è sentita rispondere dai medici del James Paget Hospital
di Gorleston, Norfolk, che lei non aveva partorito un neonato ma, a
termini di legge, aveva abortito un feto vivente. Con il tatto
impietoso di chi ha ormai perso qualunque senso di umanità, i medici
dell’ospedale hanno spiegato a Sarah Capewell, che quello che lei si
ostinava a chiamare il suo bambino, era in realtà, sotto il profilo
giuridico, semplicemente un feto, quindi un soggetto privo di alcun
diritto. Il piccolo Jayden avrebbe dovuto nascere 48 ore più tardi
perché, secondo regolamento, si potesse definirlo persona, e quindi
riconoscergli il diritto a essere salvato.
Le linee guida stabilite dalla British Association of Perinatal Medicine, rigidamente seguite negli ospedali pubblici britannici, stabiliscono, infatti, che deve considerarsi best interest dei bambini non nascere prima delle 22 settimane, e altrettanto best interest far morire i piccoli che abbiano avuto la disavventura di venire al mondo qualche giorno prima della fatidica scadenza.
Così,
l’agonia del piccolo Jayden è durata due ore, sotto gli sguardi gelidi
e indifferenti del personale sanitario. Neppure la più piccola
assistenza è stata prestata durante quelle lunghissime ore, così come è
stata recisamente respinta la supplica della madre per poter celebrare
il funerale del bimbo. La risposta delle autorità sanitarie è stata
sempre la stessa: «He hasn’t got a human right, he is just a foetus».
Lo sconforto assale Sarah, quando, più tardi, viene a sapere che
Amillia Taylor, una bambina americana nata addirittura dopo sole 21
settimane e sei giorni, oggi vive perfettamente sana e ha festeggiato
il suo secondo compleanno.
La tristissima vicenda di Sarah Capewell
e del suo piccolo Jayden, richiamano alla mente il concetto di banalità
del male e la patetica figura di Adolf Eichmann, il burocrate nazista
che giustificò con l’obbligo morale dell’obbedienza alla legge, le più
efferate nefandezze. Al suo processo, nel 1961, Eichmann stupì il mondo
quando, di fronte ad una Corte basita ed esterrefatta, si mise a citare
a memoria passi della Critica della Ragion Pratica di Kant,
per poi dichiarare che l’imperativo categorico kantiano e l’osservanza
della legge erano stati i principi base della sua vita.
Soltanto
l’intelligenza e la lucidità di una donna come Hanna Arendt ha potuto
denunciare al mondo i rischi che sarebbero derivati da un simile –
apparentemente banale – approccio della realtà.
Ciò che è accaduto al James Paget Hospital è la prova di quanto Hanna Arendt avesse ragione.
La
povera Sarah Capewell, che implorava lo sguardo misericordioso del
Nazareno («Donna non piangere!») si è trovata di fronte l’algido
distacco burocratico di un piccolo signor Eichmann e del suo Imperativo
Categorico.
Basterà davvero, a quella giovane madre, la kantiana
osservanza della legge per spiegare l’atroce, assurda agonia del suo
piccolo e indifeso bambino?

(Gianfranco Amato)

Il Sussidiario

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