Eutanasia3


Pratica e teoria

Ma la pratica corrisponde sempre
alla teoria? No, per niente. Soprattutto perché la teoria eutanasica è
contraddittoria e finisce naturalmente con l’evolversi verso conclusioni non
previste, almeno non esplicite. Basta infatti fare un’altra operazione
ideologicamente molto sgradita: andare a vedere come stanno le cose nei paesi
che hanno legalizzato l’eutanasia da anni. Il bilancio non è molto positivo,
visto che è accaduto quello che era ragionevole aspettarsi. Cioè un progressivo
scivolamento verso pratiche che all’inizio facevano credere impensabili.

Infatti, il dibattito che
viviamo oggi in Italia c’è stato, ovviamente, in forme analoghe anche in Gran
Bretagna e in Olanda e in diversi altri paesi. Tuttavia l’Olanda è l’esempio
più significativo perché fu uno dei primi paesi a legalizzare l’eutanasia e
ancora oggi c’è un forte consenso della popolazione nei confronti di questa
pratica. Dicevamo che il dibattito è stato simile al nostro. Bisognava dare
risposta al grido di dolore dei malati terminali, concedendo loro una morte
dolce e dignitosa. Ma oggi, è ancora così che stanno le cose?

Per nulla. Già dieci anni dopo
si ebbe il caso Chabot, un medico che aveva prescritto una dose mortale di
farmaci ad una donna per niente ammalata, né fisicamente né psicologicamente.
Semplicemente disperava di poter avere di nuovo una vita felice dopo la morte
del marito. Cosa accadde a questo dottore? Fu processato e condannato. Ma non
per quello che potrebbe sembrare, un caso di omicidio del consenziente. No,
solo perché non aveva rispettato il protocollo omettendo di chiedere il parare
di un altro dottore. E alla fine fu assolto in appello, cavandosela solo con un
ammonimento da parte dell’ordine dei medici. Quindi già dieci anni dopo in Olanda,
era venuto meno il principio che voleva l’eutanasia come soluzione estrema per
casi estremi di malattia e di infermità.

Chi avrebbe mai immaginato una
cosa del genere? Nessuno, tranne coloro che sono abituati ad andare oltre la
propaganda e capire che una volta eliminato un principio fondamentale diventa
tutto possibile, e a nulla servono le buone intenzioni. Qual è il punto debole
di questa costruzione ideologica, messo così bene in evidenza da questi casi?

Volendo fare sintesi dei tre
riferimenti medici e giuridici che abbiamo esaminato all’inizio (Giuramento di
Ippocrate, Costituzione, Carta dei diritti umani) si deduce il principio
dell’indisponibilità della vita. Cioè della vita come di un bene indisponibile
per lo stesso individuo che non ne può appunto disporne come di una lampada da
spegnere con un onoff. Contro questo principio si scagliano i sostenitori
dell’eutanasia, opponendovi invece il principio dell’autodeterminazione. La
vita è mia e ci faccio quello che voglio senza dover dare conto a nessuno, per
farla breve. In realtà si tratta solo di una caricatura della vera libertà,
perché quando si vive in società noi non apparteniamo più solo a noi stessi ma
facciamo parte di un corpo. Inoltre deleghiamo allo Stato alcuni poteri
fondamentali come quello legislativo. Anche il momento della nostra morte, non
è socialmente irrilevante. È un po’ anche il motivo per cui non si può andare
in giro nudi, pur restando nella piena autodeterminazione del proprio corpo.

Ad ogni modo, quando la vita si
dichiara bene disponibile, è poi difficile ricreare dei paletti dal nulla. Se è
disponibile per i malati, lo deve essere per tutti. È il principio fondamentale
dell’eguaglianza dei diritti, una volta riconosciuto il diritto di morire è
chiaro che esso deve essere esteso a tutti i cittadini. Questo è il primo
passo.

Il secondo passo riguarda invece
la dignità della vita. Ogni ideologia eutanasica nello stato iniziale, sostiene
la possibilità che la malattia comprometta talmente la qualità della vita da
negarne la dignità umana. Ma quando è che si può parlare di vita umana indegna?
Solo quando la ritiene tale il diretto interessato (il malato), rispondono con
facilità i fautori dell’eutanasia. Quindi la dignità umana non ha più un valore
oggettivo, diventa un fatto soggettivo. Questo vuol dire che quando si vede un
disabile per strada, non si può dire se quella sia una persona umana con la sua
intrinseca dignità. No, bisogna prima vedere lei che cosa ne pensa. Ma anche
qui accade inevitabilmente lo stesso fenomeno. Se noi dichiariamo la vita un
bene disponibile, e leghiamo la dignità alla volontà individuale, col tempo la
casistica – che inizialmente applicava questi ragionamenti solo ai malati –
scomparirà. Assumendo come criterio questo individualismo esasperato, prima o
poi avremo persone sane che con diritto chiederanno lo stesso trattamento. Ecco
il caso Chabot. Ma casi simili si registrano anche negli altri paesi.    

Quindi, una volta abbattuto il
principio dell’indisponibilità della vita e una volta che si è tolta alla
dignità umana consistenza oggettiva, l’eutanasia diventa un diritto di tutti.
Questa è la conclusione logica, confermata dall’esperienza. Quindi, presto o
tardi, potremmo avere per le nostre strade le cabine del suicidio come quelle disegnate
da Matt Groening nel suo cartone Futurama.

Ma il caso olandese offre molti
altri spunti di riflessione. Nel 1995 il governo istituì la Commissione Remmelink
per fare il punto sulla situazione. Uno dei risultati fu che ogni anno, circa
mille pazienti venivano terminati dai medici senza il loro consenso. Ma la
stessa Commissione non sembra essersi scandalizzata di questo dato, ritenendolo
come qualcosa di fisiologico. E paradossalmente, non avevano tutti i torti. Ad
ogni modo, questo vuol dire che in Olanda sono già stati terminati decine di
migliaia di malati senza il loro consenso, tutto in pochi anni.

Da notare poi che teoricamente
un medico può essere sempre chiamato a rispondere delle sue azioni, e a volte è
effettivamente accaduto. Ma nonostante l’omicidio di decine di migliaia di
persone, non si registra neppure una condanna (o almeno io non ne ho notizia).
Questo perché i medici olandesi sono una vera e propria corporazione che ha
avuto un ruolo fondamentale nell’introduzione dell’eutanasia che quindi è un
po’ una loro creatura e si sentono quindi legittimati a gestirla come vogliono
loro.

Una volta che abbiamo ammesso il
principio per cui la qualità della vita può compromettere la dignità, facendo
così venire meno il baluardo dell’inviolabilità dei diritti fondamentali, chi
meglio del medico può valutare? Cose ne possono mai capire le famiglie? E cosa
volete che ne sappia quell’ammasso di carne infetta che ormai vive solo per
soffrire ed occupare un letto?

Alcuni notano giustamente che
ogni epoca ha la sua classe egemone. Anticamente erano i teologi che
comandavano, poi è stata la volta dei filosofi e dei politici. Oggi è il turno
dei medici e dei tecnici.

E in tutto questo cosa ne dice
l’opinione pubblica? Poco e nulla, perché le coscienze sono anestetizzate da
decenni di propaganda pro-eutanasia. Il verbo dell’autodeterminazione è servito
solo per reintrodurre il principio della vita umana indegna. E in effetti molti
considerano questa una vera e propria rivincita sulla Storia che aveva visto
l’Olanda in prima fila contro l’eugenetica nazista.

Nei Paesi Bassi, però, si
registra un fenomeno ancora più interessante: l’eutanasia infantile. Anche
questa una battaglia portata avanti dai medici e che ha portato al Protocollo
di Groningen a cui ha lavorato il pediatra Venhagen. Quest’ultimo ha se non
altro il dono della chiarezza e spiega molto bene come si sia autoconferito il
potere di vita e di morte sui suoi pazienti. Il problema è il seguente: se il
diritto alla dolce morte è così importante, come regolarsi con i bambini?
Perché lasciarli in una condizione così indegna e senza speranza? Se
l’eutanasia forzata verso gli adulti è una pratica consolidata ma che tuttavia
si preferisce tenere il più possibile segreta, il problema non si pone per un bambino
che non è in grado di prendere decisioni. Si può chiedere il consenso dei
genitori, certo. Sempre Venhagen, in realtà, spiega che però il consenso dei
genitori è un po’ un impiccio burocratico che serve solo per dare ancora un
minimo di continuità con la propaganda pro-eutanasia. In un’intervista a
Repubblica dice testualmente che i genitori non sono in grado di decidere, deve
essere lui a deliberare la morte. Poi nel caso può pensare di chiedere il
parere dei genitori

E l’opinione pubblica? L’Unione
Europea? Silenzio quasi totale. E cosa ne pensa invece chi, a livello politico,
lotta per la cosiddetta autodeterminazione? Ovviamente accusa di oscurantismo
chiunque osi mostrare anche solo perplessità. Ma la cosa degna di nota è un’altra
e che sembra confermare la mia teoria. I sostenitori dell’eutanasia in Italia
vanno dicendo che bisogna imitare l’Olanda, che l’Italia si deve vergognare per
come tratta i malati. Ma non dicono mai che è assolutamente necessario
introdurre cose come l’eutanasia infantile. Bisogna obbligarli a parlarne.
Questo perché loro sanno benissimo che tutte queste cose sono sviluppi
inevitabili della loro ideologia, ma sanno che nella prima fase della
propaganda (quale è in Italia) bisogna prima creare un clima favorevole al
ritorno del concetto di vita indegna con la rassicurante idea
dell’autodeterminazione. Poi il resto verrà col tempo, in maniera spontanea.

E in effetti nei paesi dove
l’eutanasia è legale da più tempo, si regista un disprezzo per la vita
altrimenti inspiegabile. Gli esempi che si possono fare sono tanti. In questi
giorni è venuto alla luce il caso inglese di Kerrie che ha deciso di togliersi
la vita per l’impossibilità di avere figli. Però ha voluto essere soccorsa dai
medici solo per la terapia del dolore. E in effetti i medici l’hanno guardata
morire per rispettare la sua volontà. Questo vuol dire che in Gran Bretagna il
suicidio assistito è un diritto esigibile dalle strutture sanitarie, e anche
qui non c’è più traccia delle famose malattie terminali e invalidanti.

È chiaro che in questi paesi si
è già diffusa l’idea che piano piano si sta facendo strada anche da noi. Ovvero
che è accettabile eliminare la malattia e la sofferenza eliminando i malati e i
sofferenti. Anche i medici olandesi si dichiarano in maggioranza onorati di
porre fine alle sofferenze dei bambini. Questo vuol dire che loro non vivono
l’eutanasia nemmeno come una sconfitta, semplicemente loro erogano vita e morte
allo stesso modo. Come se la morte si trattasse di una normale terapia.

Negli ultimi temi è balzata agli
onori della cronaca anche una clinica tutta particolare, la Dignitas. È una clinica
che si occupa di suicidio assistito per le persone che lo richiedano, senza
mettersi a indagare troppo sulle ragioni. Il suo direttore, Minelli, esalta
senza remore il suicidio come una magnifica opportunità per fuggire dalla
sofferenza. Ma qui ormai non si tratta nemmeno più lontanamente del dolore di
una malattia terminale e inguaribile. Infatti questo signore crede suo dovere
“aiutare” anche i vedovi se si sentono troppo soli. Un’iniziativa lodevole, se
aiutare non volesse dire sopprimere invece di provare magari a far loro un po’
di compagnia.

Ed è così che Dignitas ha già
“aiutato” tante persone per i più svariati motivi e con le tecniche più
fantasiose. È una clinica che opera in Svizzera col beneplacito della legge,
incontrando talvolta solo resistenze occasionali e di motivo tecnico. Infatti è
stata costretta diverse volte a lasciare gli appartamenti e gli alberghi in cui
operava, perché la gente era stanca del continuo via vai di cadaveri.

Infine, c’è un’altra cosa da
chiarire. L’Olanda è una democrazia, non una dittatura come quella nazista. I
dissidenti non vengono fatti tacere, sono semplicemente inascoltati. Solo che
il popolo tedesco, ripetiamo, nonostante la martellante propaganda obbligò
Hitler, in un paese sotto dittatura, a cambiare strategia. Invece noi,
nell’Europa di oggi libera e democratica, nemmeno ci permettiamo di protestare.
Infatti a livello internazionale non esistono azioni di protesta degne di nota.
Questo vuol dire che forse la propaganda è ancora più subdola di quella
nazista. Un esempio è il sopra citato articolo di Repubblica che presenta
l’eugenetica di Venhagen con i tratti rassicuranti tipici dei filmini girati
dai nazisti. La clinica della morte è un posto dove tutti sorridono. Dove non
si usa la parola “uccidere”, dove si terminano le persone per il loro bene. Non
una dittatura, non un paese in guerra. Semplicemente un paese impregnato della
cultura della morte. Tanto che gli anziani sono terrorizzati e molti non vanno
in ospedale per paura di essere un po’ troppo “aiutati”.

Inoltre è bene ribadire che
tutti i successivi sviluppi dell’eutanasia olandese non sono deformazioni (come
qualcuno vorrebbe far credere), bensì la logica conseguenza di un’ideologia
spiegata solo in parte. Sviluppi che condivide anche chi lotta per introdurre
l’eutanasia italiana e che infatti si guarda bene dal criticare la via olandese
o la Dignitas,
difese anzi a spada tratta.

Ovviamente, non mancava chi
all’inizio diceva che così si sarebbe andati a finire. Chi osava fare una
previsione così logica e poi così dimostrata dai fatti, veniva bollato come un
pazzo visionario. Eppure per una cosa così clamorosa, come sempre, non c’è
nessuno degli accusatori di allora che si sogni di fare autocritica. Ne sono
nate due strategie differenti. Parte degli accusatori di allora si sono
semplicemente convertiti alle successive evoluzioni dell’eutanasia, fingendo di
non averle mai negate. L’altra parte nemmeno ammette di avere sbagliato, si
nasconde dietro più o meno velate critiche all’Olanda. Dicono che per fede
dobbiamo credere che in Italia questo non accadrà, come se il bel paese potesse
resistere per sempre contro tutto il mondo. Paradossalmente poi questi sono
spesso anche quelli malati di esterofilia, per cui tutto ciò che viene
dall’estero è bello e morale.

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