Quella sentenza capovolta per capovolgere la realtà


di Assuntina Morresi

«Attacchi inaccettabili»: così
l’Associazione nazionale magistrati amministrativi definiva ieri le
critiche arrivate da politici di destra e di sinistra dopo la sentenza
del Tar del Lazio sull’atto di indirizzo del ministro del Welfare
Maurizio Sacconi, quello che, nato dalla vicenda di Eluana Englaro,
vietava di interrompere alimentazione e idratazione ai disabili.

Pur
ammettendo la possibilità di essere criticati, i giudici hanno invitato
a leggere meglio la loro sentenza, che ritengono estranea a pregiudizi
ideologici, e tantomeno tesa a condizionare la politica, come invece
avevano evidenziato diversi parlamentari. I magistrati sostengono di
avere solo applicato le norme vigenti, e soprattutto che «non sono entrati nel merito della controversia». Ma
è veramente difficile dar loro ragione dopo aver letto il testo della
sentenza, alla luce anche di come la gran parte dei media ha trattato
la faccenda, semplicemente ribaltandone l’esito rispetto alla realtà.

Come forse si ricorderà, il Movimento difesa del
cittadino – associazione di area radicale – aveva fatto ricorso al Tar
del Lazio per annullare l’atto di indirizzo firmato da Sacconi durante
la vicenda di Eluana. Il Tar ha riconosciuto di non essere legittimato
a giudicare: il ricorso dunque risulta respinto, e l’atto di indirizzo
resta valido.

Ma nell’affrontare la questione è stata usata
una modalità inusuale, tanto che gli stessi giudici se ne giustificano
nel testo della sentenza: la prassi corrente, spiegano, vorrebbe che «quella attinente la giurisdizione deve precedere ogni altra questione»,
e cioè che innanzitutto si stabilisca se il tribunale interpellato – in
questo caso il Tar – sia legittimato a giudicare. Ma in questo caso i
giudici hanno deciso di «seguire un ordine inverso»: affrontare
in premessa il merito della controversia, esprimendosi sull’atto di
indirizzo, per poi trattare – ma solo alla fine – il problema della
legittimità del tribunale a esprimersi.

In altre parole:
anziché limitarsi a decidere se il Tar avesse titolo per esaminare il
caso ed entrare poi eventualmente nel merito, i giudici hanno scelto di
discutere l’atto di Sacconi per poi andare a vedere, nelle conclusioni,
se era loro compito giudicare. Come dire: prima parlo, poi vedo se
potevo farlo.

La conclusione è stata una sentenza di tredici
cartelle, sostanzialmente a favore del ricorso e contro l’atto di
indirizzo, e concluse però con l’inammissibilità del ricorso stesso,
che è stato appunto rigettato. I giudici hanno quindi colto l’occasione
per mettere nero su bianco la loro opinione, rispettabile ma solo
personale: sono cioè entrati impropriamente nel merito della
controversia esprimendosi su idratazione e alimentazione, interpretando
a rovescio l’articolo 25 della Convenzione Onu sui disabili, quello che
vieta di sospendere la nutrizione assistita e che – ricordiamolo – fu
introdotto dopo la morte per fame e per sete di Terry Schiavo, la
giovane americana in stato vegetativo, proprio per evitare che casi
come il suo si ripetessero.

Un’intrusione discutibile, quella dei giudici
amministrativi, che non poteva che attirarsi critiche per la modalità
con cui si è svolta: ci chiediamo cosa avrebbero scritto, se fossero
stati legittimati a farlo.

Aggiungiamo che la gran parte dei
giornali ha riportato, con titoli enfatici, le considerazioni personali
dei giudici contro l’atto di indirizzo, ‘dimenticando’ in molti casi di
spiegare che il ricorso era stato respinto e che l’atto di Sacconi è
ancora valido (ma c’è persino chi ha scritto che il ricorso era stato
accolto). Il risultato è un’enorme confusione nell’opinione pubblica,
sempre più frastornata da notizie e commenti che dicono tutto e il suo
contrario.

Vista l’aria che tira negli ultimi mesi, viene da
pensare che si stia scambiando la libertà di informazione con
l’anarchia: che ognuno scriva pure quel che vuole, quello che gli
conviene. Tanto, nessuno paga pegno. Salvo gli italiani, che capiscono
sempre meno la vera posta in gioco. 

Avvenire

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