Il primo 11 settembre

Oggi, anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle, pubblico un interessante articolo di Paolo Mieli dove si legge una riflessione non banale e finalmente storica dei rapporti fra Islam e Occidente. Una certa cultura vorrebbe convincerci che l’islamismo sia un fatto recente, provocato dal colonialismo e dalla nascita dello stato di Israele. Nulla di più falso. In realtà si tratta di un problema molto più antico e, per certi aspetti, connaturato allo stesso Islam sin dalla nascita. L’ideologia islamista, come ci ha ben spiegato Magdi Allam nei suoi libri (consigliati a chi sia interessato a guardare le cose senza lo spirito servile dell’islamicamente corretto), non è di carattere difensivo ma offensivo. E di un’offensiva partita dalla penisola arabica alla morte di Maometto. Eventi come la creazione di Israele sono solo scintille che che fanno esplodere la bomba. Nell’articolo Mieli ripercorre le vicende del clamoroso assedio di Vienna del 1683 e la controffensiva da esso scaturita. Ma si tratta solo di uno degli episodi di aggressione da parte dell’islamismo alla civiltà occidentale, di tutti gli altri sarà bene trattare a parte.

COINCIDENZE: SECOLI PRIMA DELL’ATTACCO ALLE TWIN TOWERS, UNA BATTAGLIA DECISIVA

Il primo 11 settembre: Vienna, 1683

Un giorno che cambiò la storia: la sfida dell’Islam all’Occidente e la fine dell’assedio ottomano

di PAOLO MIELI

Paolo Mieli (Omega)
Paolo Mieli (Omega)

Sarà
sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Micha­el
Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre conse­gnato ai libri
di storia — in parti­colare quello del confronto tra il mondo cristiano
e il musulmano — non sia stato quello del 2001 bensì l’11 settembre del
1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trenta­sei
ore le truppe dell’imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di
quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le
decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara
Mustafa da due mesi cingevano d’assedio la città di Vienna. Strana
coincidenza quella tra quei due 11 settembre. E le analogie non si
fermano alla data di fine estate. Già dall’agosto del 1682 il sultano
Meh­met IV aveva pianificato la denuncia del trattato di pace
ventennale con Leopoldo che sarebbe giunto a scadenza nell’84 e aveva
altresì lanciato un’offen­siva che dai Balcani avrebbe dovuto passare
per l’Ungheria e concludersi con l’occupazione di Vien­na, la capitale
dell’impero. Concludersi? Nessuno può dire se la conquista di Vienna,
di per sé a quel­l’epoca un evento clamoroso, sarebbe stata l’ultima
tappa della penetrazione turca in Europa; anzi ap­pare poco probabile
che, occupata la capitale au­striaca, l’aggressione non sarebbe stata
portata an­che nel resto del continente. Le ambizioni del sulta­no
apparivano simili a quelle di un suo predecesso­re, Solimano, che aveva
sferrato prima nel 1529 poi nel 1541 un’incursione in Europa che gli
fruttò la conquista di gran parte dell’Ungheria. Invece l’11 e il 12
settembre del 1683 i turchi furono sbaragliati; dopodiché dovettero far
fronte a una controffensi­va lunga un quindicennio che per le sue
caratteristi­che di santa alleanza benedetta dal pontefice fu de­finita
«l’ultima crociata» ; e nel 1699 furono costret­ti a subire la pace di
Karlowitz che, a detta unani­me degli storici, segnò l’avvio del lento
ma irrever­sibile tramonto dell’impero ottomano.

La battaglia di Kahlenberg in una tela della fine del Seicento (The Art Archive-Corbis).
La battaglia di Kahlenberg in una tela della fine del Seicento (The Art Archive-Corbis).

Quel giorno dunque cambiò la storia ed è meri­torio da parte del Mulino aver tradotto il miglior libro sull’argomento di uno storico inglese, John Stoye, L’assedio di Vienna
(sarà in libreria a otto­bre). Nel lungo e approfondito saggio, Stoye
oltre a spiegare come andarono le cose si sofferma sulle contraddizioni
nell’Europa cristiana che consenti­rono ai turchi di osare fino a quel
punto. Fu infatti il re cattolico francese Luigi XIV a incoraggiare con
ogni mezzo il sultano spingendolo ad aggredire l’impero austriaco. Il
suo ambasciatore a Istanbul Guilleragues si espose fino a mettere in
chiaro che anche se il suo re avrebbe mantenuto l’impegno di correre in
soccorso ai polacchi ovemai fossero stati aggrediti dai turchi, non era
detto che avrebbero fatto lo stesso in sostegno a Leopoldo. Anzi, più
passavano le settimane più Guilleragues chiariva che nel caso i turchi
avessero attaccato l’Austria, i francesi non avrebbero mosso un dito e
forse avreb­bero addirittura sferrato un colpo di pugnale alla schiena
di Leopoldo: cogliendo così l’occasione per vendicare il 1673 quando
l’imperatore si era al­leato con gli eretici olandesi per una guerra
contro Luigi XIV. Un argomento assai allettante, quello di
Guilleragues, dal momento che i turchi ricordava­no bene quanto era
stata efficace la forza di spedi­zione inviata dai francesi in soccorso
dell’Austria nel 1664, nonché quella inviata a Creta nel 1669. E non
avrebbero mai rischiato di dover affrontare una coalizione anche
occasionale tra austriaci e francesi.

Il gran visir Kara Mustafa, capo dell’esercito turco, in un olio conservato all’Historisches Museum di Vienna
Il gran visir Kara Mustafa, capo dell’esercito turco, in un olio conservato all’Historisches Museum di Vienna

Ma a Roma qualcuno aveva capito quanto fosse reale la minaccia turca.
Nel 1676 era salito al soglio pontificio Innocenzo XI, che dichiarò
subito l’ambi­zione di pacificare l’occidente per lanciare un attac­co
al sultano. In un primo periodo, però, papa Inno­cenzo sostenne le
rivendicazioni del re francese ai danni dell’imperatore austriaco che
gli appariva ti­tubante a fronte del progetto antiturco. Il Papa
ini­ziò a cambiare idea in concomitanza con la predica­zione di Marco
d’Aviano, un frate cappuccino che conobbe grande popolarità tra il 1679
e il 1680 in seguito a un’epidemia di peste bubbonica. Nel cor­so di
questa epidemia gli furono attribuiti, sia nelle corti che tra le
genti, episodi miracolosi di guarigio­ne da cui ricavò un’aura di
santità: Carlo di Lorena ad esempio ritenne di essere guarito grazie
alle sue preghiere e da quel momento fu suo figlio spiritua­le. Marco
d’Aviano chiedeva ai popoli di impegnar­si per una guerra contro i
turchi e nel 1681 provò a portare il suo messaggio in Francia ma Luigi
XIV lo fece espellere dal Paese con brutalità. Papa Inno­cenzo
disapprovò. E ancor meno piacque al pontefi­ce che, per dare
testimonianza di impegno contro i turchi, quello stesso Luigi XIV che
segretamente in­coraggiava il sultano a muovere contro Vienna, avesse
inviato la sua marina agli ordini dell’ammi­raglio Du Quesne in una
insensata aggressione alla città di Algeri bombardata senza pietà nel
1682 e nel 1683 proprio mentre iniziava l’assedio della ca­pitale
austriaca (provocando per ritorsione l’esecu­zione del console francese
ad Algeri).

Il libro di Stoye descrive alla perfezione il gioco francese, che
era quello di approfittare della pres­sione turca su Vienna per colpire
la Spagna al cui soccorso l’Austria non poteva accorrere perché
«di­stratta» dai turchi (e la Spagna chiedeva all’Austria di impegnarsi
a difenderla anziché impelagarsi con i musulmani), mentre i principati
della Germa­nia settentrionale si sarebbero dovuti occupare del­la
crisi baltica alimentata anch’essa dalla Francia (ciò che li avrebbe
indotti a sottostimare la portata delle iniziative del sultano). Stoye
ha il grande meri­to di mettere in luce le responsabilità europee in
campo cristiano — causate appunto da divisioni e rivalità — nella quasi
capitolazione di Vienna dalla quale Leopoldo si allontanò all’inizio di
luglio men­tre i primi drappelli turchi si disponevano per l’as­sedio e
la difesa della capitale austriaca nel tempo avrebbe quasi certamente
ceduto se non ci fosse stata la «sorpresa Sobieski». Perché sorpresa?

Il re di Polonia Jan Sobieski ritratto mentre guida i suoi ussari verso Vienna
Il re di Polonia Jan Sobieski ritratto mentre guida i suoi ussari verso Vienna

Jan Sobieski — che era nato nel 1624 in un paese vicino a Leopoli ed
era stato educato a Parigi come molti rampolli dell’aristocrazia
polacca — nel 1674 era stato fatto re di Polonia (prese il nome di
Gio­vanni III) con il fondamentale aiuto proprio di Lui­gi XIV. Tutto
lasciava supporre che nelle giravolte di quegli anni (la cattolica
Francia e la cattolica Po­lonia avevano persino aiutato i protestanti
unghere­si contro il cattolico imperatore austriaco) Sobieski sarebbe
rimasto fino alla fine alleato del Re Sole. Tanto più che, come detto
all’inizio, la Francia — mentre incoraggiava il sultano a muovere
contro l’Austria — aveva promesso di intervenire a fianco dei polacchi
in caso di aggressione turca al loro Pa­ese. Invece Giovanni III non
solo scese in aiuto di Leopoldo ma addirittura fu il protagonista della
battaglia per la liberazione di Vienna dall’assedio, occupò gli
accampamenti che erano stati dei turchi fino a poche ore prima ed entrò
nella capitale ve­nendo accolto come il liberatore. Ciò che ingelosì
Leopoldo al quale non veniva perdonato di essersi per così dire
allontanato da Vienna quando i turchi si erano presentati alle porte
della città e di averla abbandonata al suo destino in quei due lunghi
me­si di fame, epidemie, bombardamenti e incendi. La verità, scrive
Stoye, è che quella di Leopoldo era una personalità complessa:
l’imperatore arrivava a prendere decisioni «solo con timorosa
riluttanza»; i protestanti e gli ambasciatori veneziani a Vienna
incolpavano i gesuiti per un’educazione troppo rigi­da che «ne aveva
represso l’energia innata».

Leo­poldo non era meno cattolico di Sobieski
ma aveva una maggiore inclinazione a soppesare i pro e i contro di ogni
suo atto, salvo poi provare una forte avversione nei confronti di chi,
come Giovanni III, agiva di impulso (ed era anche per questo più ama­to
dalle genti). Questo gelo caduto nei rapporti tra Leopoldo e Sobieski
rese impossibile che i due co­gliessero l’attimo e si lanciassero
immediatamente all’inseguimento dei turchi con ottime probabilità di
sbaragliarli in breve tempo. Cosa che fecero do­po qualche mese su
sollecitazione del papa ma a quel punto furono necessari quindici anni
prima che la missione venisse compiuta. E il tempo fu co­sì lungo anche
perché erano riprese le mene della Francia volte esclusivamente a
creare difficoltà al­l’Austria. Luigi XIV — ha scritto Alberto Leoni
nel bel libro La croce e la mezzaluna , una storia delle guerre tra le
nazioni cristiane e l’Islam pubblicata dalle edizioni Ares — che
continuava a definirsi «Re cristianissimo» dimostrava una mancanza di
scrupoli tale da porlo in pessima luce anche presso i suoi
contemporanei. Al punto che, in una lettera del 15 settembre 1690
scritta dal conte palatino Fi­lippo Guglielmo a Marco d’Aviano, il Re
sole è defi­nito «un turco cristiano peggior del barbaro».

Coincidenze: 11 settembre 2001, attacco alle Twin Towers (LaPresse)
Coincidenze: 11 settembre 2001, attacco alle Twin Towers (LaPresse)

Quanto ai turchi, la loro offensiva, anche psicolo­gica,
era assai raffinata. «Accettate l’Islam», scrisse il gran visir Kara
Mustafa in un documento che fu presentato agli austriaci ai primi di
luglio come of­ferta di soluzione politica, «e vivrete in pace sotto il
sultano. O consegnate la fortezza e vivrete in pace sotto il sulta­no
come cristiani, e chiunque lo voglia potrà partire in pace portando con
sé i propri beni! Se invece resistete, morte o spoliazione o schiavitù
saranno il de­stino di voi tutti!». Kara Mustafa era sta­to molto
avversato da vari contendenti nell’impero ottomano ma Mehmet IV lo
aveva sempre protetto fino ad affidargli carta bianca e duecentomila
uomini per la grande spedizione alla volta di Vienna. Quanto a quel che
fece nei due mesi di assedio non gli si può imputare di aver
temporeggiato: l’impresa era molto complicata e le fortificazioni
del­la città tenevano. Dopo la sconfitta riu­scì ad evitare che il suo
esercito si disar­ticolasse anche se alle spalle dovette su­bire
defezioni e tradimenti. Tutte cose più che prevedibili. Avrebbe voluto
con­sultarsi con il sultano per decidere sul da farsi nei mesi
successivi. Ma questi, anche a causa di alcuni contrattempi, non lo
incontrò.

Il 19 ottobre le truppe dell’impero attraversarono il Danubio
e conquistarono Esztergom: il capitano ottomano si arrese e Kara
Mustafa reagì ordinando l’esecuzione degli ufficiali (compresi i
giannizzeri) che avevano abbandonato quell’importante piazza­forte, ma
quasi tutti si erano già dati alla fuga. Così commentò l’ambasciatore
francese da Istanbul: «Ho appena appreso che gli imperiali hanno preso
Esztergom e che le diserzioni, il terrore, i disordini e le agitazioni
contro il gran visir e il sultano stesso crescono di giorno in giorno».
La voce che i malu­mori si indirizzavano anche «contro il sultano»
do­vette giungere alle orecchie di Mehmet IV. Il quale chiese
immediatamente la testa di Kara Mustafa. La notizia raggiunse il gran
visir che si trovava a Belgra­do il 25 dicembre di quello stesso anno.
La sua ri­sposta fu: «Come piace a Dio». Restituì i simboli del­la sua
alta autorità, il sigillo, il sacro vessillo del Pro­feta e la chiave
della Kaaba alla Mecca. Fu strangola­to da un emissario di Mehmet
quello stesso giorno. Per il mondo cristiano era il Natale del 1683.

06 settembre 2009

Corriere


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