Adesso il mio incubo si chiama Ru486



Da sempre favorevole all’aborto,
oggi Mara racconta il suo dramma. «Perché è ora che si indaghi su
quello che succede negli ospedali»

di Benedetta Frigerio

«Me l’hanno dipinta come una pillola magica come per non lasciarmi
alternative, così l’ho presa. Dopo cinque minuti mi hanno mandato a
casa e li è iniziato il calvario». Mara (il nome è di fantasia) ha
abortito utilizzando la pillola Ru486 due anni fa, quando ne aveva 26.
Oggi che di aborto farmacologico si è ricominciato a parlare, dopo che
l’Agenzia italiana per il farmaco ha approvato la commercializzazione
della pillola, Mara scopre che quello che le è capitato non è un caso,
che altre donne hanno sofferto come lei e che nel mondo si contano 29
decessi seguiti all’assunzione della pillola. «Perché nessuno ne parla?
Perché dicono di agire per il bene delle donne e ti spiegano che
sentirai solo dei dolorini? Forse qualcuno ci guadagna qualcosa?», si
chiede oggi questa donna che si dice a favore della libera scelta delle
donne in tema di aborto. Quasi avida di sapere tutto ciò che riguarda
il “farmaco incubo” (così lo hanno chiamato in Cina dopo averlo
ritirato dal mercato perché troppo pericoloso), Mara accetta di
raccontare la sua storia a Tempi perché «spero che si faccia
un’indagine su quello che fanno negli ospedali». «Per abortire mi sono
rivolta al Centro salute donna di Piacenza, lì lavora la dottoressa che
mi ha proposto la Ru486. Durante il colloquio la possibilità
dell’aborto chirurgico è stata appena accennata. Il medico diceva che
era un metodo invasivo e che si corrono seri rischi d’infezione, mentre
con la pillola sarebbe stato tutto più semplice e sicuro, al massimo
avrei sentito dei fastidi». Che le cose non stavano proprio così Mara
avrebbe dovuto scoprirlo sulla sua pelle.
Prima della decisione
dell’Aifa del 30 luglio scorso le diverse sperimentazioni della pillola
(tra cui quella dell’ospedale di Torino guidata dal ginecologo radicale
Silvio Viale) furono sostituite da una pratica che di fatto aggirava il
divieto di vendita e prevedeva l’acquisto dall’estero della pillola in
via nominale per ogni paziente. Un procedimento applicabile per certi
medicinali non ancora in commercio in Italia ma approvati dall’Ente
europeo per il controllo sui farmaci. «Non capivo, ma mi sono fidata
com’è normale. Precisavano che la pillola sarebbe arrivata dalla
Francia e continuavano a ripetermi che sarebbe stata tutta per me. Mi
dicevano: “Guarda, la confezione che compriamo è da tre pillole, ma è
solo tua, ne usiamo una e le altre due le buttiamo”. Su questo
dettaglio insistevano, come a sottolineare che a loro quelle pasticche
costavano ma lo facevano per me». A distanza di tempo Mara ricorda
stranezze a cui sul momento non diede peso. «C’era qualcosa di strano:
la pillola non l’ho ingoiata in ospedale ma nel Centro salute donna.
Due giorni dopo sono tornata per prendere altre medicine. La dottoressa
mi aspettava al Centro per accompagnarmi lei in ospedale. Mi fece
passare dal retro come per non dare nell’occhio e appena arrivata mi
mandò a firmare un foglio, così, diceva “risulti ricoverata in day
hospital ma in realtà torni a casa”. Subito dopo mi hanno somministrato
il secondo farmaco, stavolta per via vaginale. Erano delle
pastigliette».

«Da sola non ce l’avrei fatta»
Il
farmaco in pastiglie che in questi casi viene somministrato per via
vaginale è il Cytotec. Un tempo usato nei casi di ulcera e in grado di
provocare contrazioni, oggi è sconsigliato dalle autorità sanitarie
mondiali come farmaco abortivo per via dei gravi effetti collaterali.
Anche questo dettaglio Mara lo apprende soltanto ora. «La parte
peggiore è stata quando sono uscita: non appena salita in macchina ho
incominciato a sentire delle fitte insopportabili, mi sentivo venir
meno e penso sempre che se fossi stata sola forse non sarei qui,
probabilmente mi sarebbe capitato un incidente. Fortunatamente c’era il
mio ragazzo. Altrimenti come avrei fatto a salire le scale su cui sono
svenuta? Chi mi avrebbe accudito quando sono entrata in casa vomitando
per ore con sbalzi ormonali pazzeschi, sensazioni di freddo e caldo
continue e tachicardie ripetute, mentre la violenza delle contrazioni
mi piegava in due? E i giorni seguenti quando sono dovuta rimanere a
letto come avrei fatto ad andare in bagno o anche solo a mangiare?».
Spaventata,
Mara pensa che qualcosa sia andato storto o di avere avuto una reazione
allergica. «Chiamai la dottoressa che mi disse di tornare in ospedale
solo nel caso di perdite emorragiche prolungate. Ho scoperto dopo che
teoricamente dovevano farmi degli esami perché non tutti riescono a
tollerare la pillola, ma a me di esami non ne hanno fatti». In effetti
la procedura prevede di verificare l’assenza di ipertensione, aritmia,
asma e allergia alle due pillole. In realtà i disagi subiti da Mara
rientrano perfettamente negli effetti collaterali provocati dalla
pillola.
Un caso simile viene raccontato a Tempi da Graziella,
cofondatrice e volontaria del Centro d’aiuto alla vita di Trento. «Due
anni fa – spiega – una donna rumena venne qui e ci disse che voleva
abortire perché era in Italia da sola e non sarebbe riuscita a
prendersi cura di quel figlio. Noi le spiegammo che l’avremmo sostenuta
sia economicamente sia fisicamente, ma in lei vinse il sospetto che
dietro quella gratuità si nascondesse qualche interesse e decise di
interrompere la gravidanza. Andò all’ospedale Santa Chiara dove le
proposero la Ru486 come il metodo più innocuo». La voce di Graziella si
fa più acuta, a tratti rotta: «Quando la richiamai mi raccontò che era
spaventata per le perdite continue. Le dissi di tornare in ospedale.
Andò avanti così per giorni ripetendomi continuamente “sto da cani, sto
da cani”. Poi, dopo qualche giorno, è scomparsa e non so cosa le sia
successo. Mi viene una rabbia che non so frenare quando penso a come
trattano queste donne», conclude Graziella. La rabbia sale anche a Mara
che non capisce «come mai queste cose non siano rese pubbliche e
nemmeno quale sia l’interesse a tenerle nascoste, quando sarebbe
semplicissimo fare dei controlli per sapere cosa è successo alle tante
che hanno abortito con quel farmaco».

Non solo il dolore fisico
Anche
sul web non è facile trovare le storie di chi ha sofferto per la
somministrazione della Ru486 in Italia. A Mara mostriamo un articolo
apparso su La Repubblica di Firenze il 28 febbraio del 2008, che non è
facile trovare in rete. Mara lo legge con attenzione, velocemente,
mostrando di nuovo quella voracità di conoscere la storia di altre
donne che hanno abortito come lei. L’articolo racconta di una ragazza
che ha usato la Ru486, anche a lei è stato somministrato il Cytotec.
«Con quel farmaco – dice la ragazza a Repubblica – ti rendi conto di
tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono
state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso
qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme,
che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di
concludere una cosa che avevi iniziato».
C’è una parte molto
peggiore del dolore fisico, ammette Mara. «C’è qualcosa di peggio. È
stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso
tutto e ho visto il feto». Mara sgrana gli occhi, aprendo le mani come
se avesse tra le dita un gomitolo. «Era grande così e non me lo
dimenticherò mai». «Ci pensa spesso?», le domandiamo. «Sempre.
Soprattutto al momento in cui ho visto il feto. Lì sei veramente sola
anche se c’è qualcuno che ti sta a fianco, perché sei tu che hai dentro
un figlio e sei tu che sei stata felice in quei mesi in cui te lo
sentivi dentro». «Noi donne – è convinta Mara – siamo fatte anche
fisicamente per la maternità, il nostro organismo sta bene quando
ospita, e quando abortisci e induci le contrazioni gli fai fare
qualcosa che è contro la sua natura. Ti tiri via una parte di te e ti
senti svuotata. E sono convinta che con la violenza dell’aborto
farmacologico lo senti anche di più».
Dev’essere per questo che la
ragazzina di Empoli che un anno fa ha abortito con la Ru486 non vuole
parlare con Tempi e la sua mamma che si era aperta alle volontarie del
Cav della città ha poi deciso di tacere: non se la sentiva più di
ripercorrere un’esperienza così dolorosa. «Credo che sia così»,
risponde Mara risollevando lo sguardo. «Non si parla tranquillamente di
una cosa del genere, anche la mia storia la conosce appena il mio
ragazzo». Mara ha deciso di parlare con Tempi, sapendo che non sarebbe
stato facile rivivere quell’«esperienza che ti porti addosso per
sempre, perché spero davvero che la mia storia serva a far sapere la
verità su questa pillola».

Tempi

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