La rivoluzione cristiana: poveri e donne

Tratto da Il culto dei santi di Peter Brown, pag 57-63

 

La definizione cristiana di comunità urbana fu notevolmente
diversa da quella propria della città classica. Essa comprendeva due categorie
insolite e potenzialmente disgregatrici, le donne e i poveri. Il culto dei
santi consentì di associare sotto il patronato del vescovo proprio queste due
categorie, in una maniera tale da fornire una nuova base alle forme di
solidarietà proprie della città. […] Fu proprio una scena del genere a
commuovere Prudenzio quando descrisse le folle che sciamavano verso la campagna
in direzione del sepolcro di sant’Ippolito. Qui era la vera Roma: per un
giorno benedetto, Roma recideva nettamente le sue vistose distinzioni sociali e
topografiche:

 L’amore della
religione unisce latini e stranieri in un solo corpo compatto… L’augusta città
riversa i suoi abitanti come un fiume; con uguale ardore patrizi e folla plebea
si trovano confusi gomito a gomito, perché la fede abbatte le distinzioni di
nascita

(Prudenzio, Peristephaion, XI, 191-92, 199-202…)

[…] Era in occasioni del genere che si veniva anche a
colmare la massima separazione esistente nella società urbana tardoantica: per
un istante piacevole e pericoloso, le paratie che dividevano i sessi in
pubblico venivano abolite. Anche se di fatto non si mescolavano agli uomini nella
folla, le donne erano certamente accessibili allo sguardo della gente, come
raramente accadeva in un contesto urbano della tarda antichità. […] Indiscreta
societas
, “socievolezza indiscriminata”: sebbene fossero collegati dai
moralisti cristiani a pellegrinaggi e feste dei santi e invariabilmente
condannati, questi momenti non convenzionali di incontro portavano con sé un
caldo soffio di speranza in una solidarietà perduta e nell’allentamento di
barriere sociali che ossessionavano le comunità urbane cristiane del mondo
mediterraneo. […] Sarebbe sciocco sottovalutare il vigore persistente e il
grosso peso esercitato della religiosità diffusa della vita cerimoniale
non-cristiana propria della città tardoantica. Ma i sepolcri dei santi traevano
vantaggio dal fatto di essere una sede e di avere una clientela uniche nel loro
genere. Per le donne del mondo antico, le aree cimiteriali erano sempre state
una zona di “gravità debole”, dove i loro movimenti e la scelta delle persone a
cui accompagnarsi erano meno soggetti all’esame dei maschi e al controllo della
famiglia. I nuovi santuari, quando non erano affollati come nei giorni di
festa, costituivano oasi di pace e di bellezza, con acque fluenti, alberi
fruscianti e, ovunque, il tubare di bianche colombe. Nel sacrario di santo
Stefano ad Uzalis, possiamo vedere come la grande tranquillità di una tomba
potesse avvolgere e risanare una donna imprigionata nei vincoli rigidi imposti
dalla sua posizione urbana. […]

La situazione dei poveri era analoga a quella delle donne.
Il senso di solidarietà e di elemosina ideale connesso con le cerimonie presso
i sacrari dei santi, fece di essi il naturale luogo di aggregazione per i
poveri. […] Tali aree diedero alla Chiesa cristiana una posizione vantaggiosa
dalla quale potere intervenire in un dibattito che raggiunse il culmine a
cavallo fra il IV e il V secolo: chi era membro a pieno titolo della comunità
urbana? In un modo assai felice, Evelyne Patlagean ha mostrato che uno dei
principali mutamenti intervenuti nel passaggio dalla società classica a quella
posclassica fu la sostituzione di un modello specificatamente politico di
società, che aveva come unità costituiva la città e definiva la propria
composizione in base al rapporto cittadini – non cittadini, con un modello economico
più onnicomprensivo, che considerava l’intera società, sia urbana sia rurale,
divisa in ricchi e poveri, attribuendo ai ricchi il dovere di aiutare i poveri;
il che, in termini strettamente religiosi, era espresso come elemosina. […] In
una società nella quale l’appartenenza alla comunità era espressa nella maniera
più persuasiva sulla base del rapporto patrono-cliente e la distribuzione di
doni era il simbolo tradizionale di tale rapporto, l’elemosina connessa al
culto dei santi rappresentava molto più di una lodevole forma di assistenza ai
poveri. Essa equivaleva propriamente alla pretesa dei nuovi leaders della
Chiesa cristiana di ridisegnare i confini immemorabili della comunità urbana. […]
La Chiesa cristiana non si limitò a ridefinire i confini della comunità
accogliendo una classe del tutto nuova di beneficiai, ma individuò anche una nuova
classe di donatori. Infatti, l’altra lacuna nella mappa della città classica erano
state le donne. Si presupponeva che fare donazioni fosse un atto politico, non un
atto di misericordia, e la politica era faccenda di soli uomini. Al contrario,
la Chiesa cristiana fin dai suoi albori aveva incoraggiato le donne ad assumere
una funzione pubblica, pienamente autonoma, in relazione ai poveri: esse
facevano elemosine di persona, visitavano gli ammalati, fondavano sepolcri e ospizi
a proprio nome ed era nelle aspettative che si mostrassero in maniera
pienamente visibile quando partecipavano alle cerimonie presso le tombe.

Verso la fine del IV secolo, il tradizionale punto di vista
sulla collocazione delle donne all’interno delle classi alte della società romana
era entrata in crisi. […] E’ perciò significativo che, dopo l’’assedio dei Goti
e il sacco di Roma che avevano messo a prova l’immagine tradizionale della
comunità urbana fino al limite della resistenza,le donne delle famiglie
cristiane più eminenti acquistassero nuova importanza attraverso la partecipazione
alla carità cristiana e alla costruzione di chiese in connessione al culto dei
santi. Furono i loro patroni e consiglieri, cioè il vescovo e il clero, ad
incoraggiarle a farlo in prima persona. […]

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