Le donne nella prima Cristianità

Tratto da La vita quotidiana dei primi cristiani (Rizzoli Bur) di Adalbert G. Hamman, pag 87-95

La chiesa è femminista o misogina? Non sarebbe difficile fornire una documentazione per l’una o per l’altra tesi, ma la realtà è molto più complessa. Non si deve del resto perdere di vista che conosciamo quell’epoca solo attraverso quanto hanno scritto gli uomini: le donne sono rimaste mute. È vero per altro che nelle comunità cristiane esse hanno svolto un ruolo attivo. In Oriente come a Roma, nella Grande Chiesa come nelle sette dissidenti, troviamo donne spesso fortunate che hanno contribuito all’espansione cristiana al punto che ci si può chiedere se alle origini non si sia avuto nella Chiesa un predominio femminile come si verificherà nella società borghese del XIX secolo. Si osserva che nell’epoca imperiale le donne diedero tono al fervore e alle pratiche religiose, ma come si spiega la seduzione esercitata su di esse dal cristianesimo? E ci si chiede se il frequentare i templi, soprattutto quelli di Iside, poteva soddisfare ogni aspirazione femminile. Le donne vi cercavano – e vi trovavano – più spesso degli uomini che la divinità.
Una delle cose nuove del Vangelo era quella di inseguire l’eguaglianza dell’uomo e della donna, il valore della verginità, la dignità e l’indissolubilità del matrimonio. Il Vangelo univa la pratica religiosa alla purezza dei costumi e condannava implicitamente la morale pagana.
Sotto l’impero, la donna veniva promessa in matrimonio quando giocava ancora con le bambole. Il matrimonio veniva combinato da terzi o da agenzie specializzate e concluso senza reciproca attrazione; veniva vissuto senza dignità. La fedeltà coniugale veniva schernita e spettacoli, terme e festività favorivano incontri senza seguito.
Alle donne disincantate o di nobili aspirazioni il Vangelo portò un’atmosfera pura, un nuovo ideale. Patrizie e plebee, schiave e ricche matrone, giovani ragazze e sgualdrine pentite vennero a ingrossare le file delle comunità in Oriente, a Roma e a Lione e le più ricche contribuivano con le loro ricchezze al sostentamento delle comunità stesse. Nella Grande Chiesa, come nella dissidenza gnostica, specie in quella montanista, la donna si impose fino a suscitare le reticenze e il cattivo umore un po’ misogini di laici e dei dediti al culto. Per un certo numero di Padri, a cominciare da Tertulliano, che tra l’altro era ammogliato, la tentazione è donna e la donna è tentazione.
A Ierapoli, in Asia Minore, le due figlie di Filippo, che senza dubbi non è l’apostolo, furono oggetto di venerazione e il vescovo Papia si estasiava ascoltandole. Un’altra profetessa, Amia, ebbe grande influenza a Filadelfia verso la fine del II secolo. Gli atti apocrifi di diversi apostoli rivelano ed elogiano il comportamento di molte donne nell’apostolato di Giovanni, di Paolo, di Tommaso, il che costituisce una bella riabilitazione della Eva accusata di tutti i mali. La provata conversione di Flavia Domitilla, sorella dell’imperatore Domiziano, dimostra come la corte fosse raggiunta dal cristianesimo fin dal I secolo. Domitilla fu esiliata in un’isola e suo marito, per rappresaglia, venne giustiziato. È possibile che Marcia, la favorita di Comodo, il cui harem annoverava trecento donne e trecento ragazzi, sia stata cristiana anche se alla nostra mentalità il fatto può apparire paradossale. Essa affermò in ogni caso la sua simpatia per i cristiani facendo liberare i confessori condannati alle miniere in Sardegna. G. B. de Rossi ha trovato tra le lapidi cristiane il nome di grandi famiglie imparentate con gli Antonini.
L’evangelizzazione della donna sconvolse profondamente la società antica. Altri, come Plutarco, avevano lottato per l’uguaglianza della cultura e gli stoici preconizzavano la stessa formazione educativa per i due sessi. Voti platonici, questi, senza effetto sulla società. Il cristianesimo più che insegnare, operò dando alla donna una nuova dimensione, tutta cristiana, la dignità in un’esistenza avvilita dal paganesimo e affermando con insistenza la sua uguaglianza con l’uomo. Il celibato volontario per il regno di Dio affermò la libertà e l’autonomia della donna e il primato dell’esperienza cristiana sul desiderio carnale, in un’epoca che dava alla prostituzione una consacrazione religiosa.
I pagani si imbatterono spesso in una testimonianza che sfuggiva alla loro possibilità di comprensione. Se esistette una corrente che contestò la dignità del matrimonio sospettandone la legittimità, essa non espresse mai la posizione della Grande Chiesa. “I cristiani si sposano come tutti gli altri, afferma la lettera a Diogene; procreano, ma non abbandonano mai i loro figli.” L’indissolubilità e la fedeltà nel matrimonio, rivalorizzate anche per il marito, apparivano ome esigenze inaudite. Minucio Felice poteva senza fatica chiudere la bocca ai calunniatori: “Ci accusate di falsi incesti, quando voi ne commettete di veri!”. È vero che l’armonia coniugale e l’uguaglianza degli sposi erano meno accentuate ella sottomissione della donna e del suo compito di educatrice. La riabilitazione della condizione della donna si effettuò progressivamente, ma lentamente. Contemporaneamente alla dignità della donna, il cristianesimo cominciò a esigere il rispetto della vita in un’epoca nella quale l’aborto era abitudine corrente in tutti gli strati sociali, in Egitto come a Roma. L’imperatore Domiziano aveva costretto la propria nipote all’aborto. Questa morì, provocando grande emozione. L’abbandono dei piccoli non costituiva il minore dei flagelli, e possediamo una lettera scritta da un operaio egizio alla propria moglie incinta dalla quale è lontano perché lavora ad Alessandria; le dice di far scomparire il neonato se sarà di sesso femminile. […] Questo realismo contrasta con lo spirito esaltato di certe sette che vietavano ala donna la sua funzione materna […] Qualche gnostico giunse a far apparire il matrimonio come una prostituzione e, all’estremo opposto, altre sette gnostiche (Simone, Apelle, Marco) sfruttarono la credulità della donna e ne turbarono lo spirito renderle consenzienti a certe libertà intime riprovate dalla morale comune.
Le difficoltà si accrebbero per la donna che si sposava dopo la conversione al cristianesimo e non era seguita nella conversione dal marito. Situazione, questa, senza dubbio frequente nel corso dei primi secoli ed estesa a tutte le classi sociali. La Didascalia la considera senza drammatizzare, e fino al tempo di Monica e Agostino la donna dovette al marito il vero volto del cristianesimo, e le doti della sua anima contribuirono a far avvicinare il congiunto al Vangelo. In ogni caso i pagani andavano ripetendo: “Mettono la discordia nelle famiglie”.
[…] L’esperienza spiega la reticenza della Chiesa nei confronti dei matrimoni misti tra un pagano e una cristiana e Tertulliano descrive il rischio che correva la donna in simile caso. […] La conversione di una ragazza rendeva il suo avvenire incerto: come trovare marito in una società ove le donne erano più numerose degli uomini? Se la ragazza apparteneva all’aristocrazia o alle classi dirigenti, le sue possibilità di scelta diminuivano in una comunità in cui i giovani scapoli erano di condizioni più modeste. Al tempo di Marco Aurelio, una patrizia perdeva il suo titolo di clarissima sposando un uomo del popolo. Si vedevano così molte giovani aristocratiche vivere in concubinaggio con liberti o anche con schiavi pur di non perdere il proprio titolo.
Tertulliano condannò queste abitudini ed esortò vivamente la giovane cristiana a preferire la nobiltà della fede a quella del sangue, perché l’armonia della fede in autentico amore compensa largamente le differenze sociali. Papa Callisto approverà questa pratica morganatica e giungerà ad autorizzare, in contrasto con il diritto romano, l’unione di una persona di condizioni superiori con un uomo privo di titoli, nato libero e anche con uno schiavo.
[…] Le giovani vedove, alle quali già Paolo raccomandava di risposarsi onde evitare di essere preda del proprio ozio, erano aiutate dalla cassa comune. Le più ferventi si raggruppavano in comunità.
Mai come nel martirio la dignità e l’eguaglianza della donna con l’uomo risplendettero di tanta luce. Il numero di donne che accettarono il martirio è funzione del suo stesso eroismo e non vi è racconto che non segnali la presenza di donne sposate e di fanciulle. I pagani, per sadismo, sembrarono accanirsi in modo particolare contro di esse come se impersonassero la vittoria del cristianesimo.
Nonostante gli smarrimenti e gli insuccessi, nel fervore della fede, la comunità cristiana cercò di realizzare un’altra società, una società nuova dove le barriere sociali, etniche, e sessuali cadevano di fronte all’impetuosa volontà di vivere in tutta sincerità la fratellanza cristiana, nello scambio e nella divisione dei beni. Il fratello, la sorella, ricchi o poveri, apparivano alla luce del Vangelo non secondo le categorie umane m nella comunità di una stessa vita e di una stessa azione di grazia. 

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