La Ru 486 fallisce, altro che «aborto con l’airbag»

di Assuntina Morresi

«Abortire
con la Ru 486 è come viaggiare con sei airbag anziché con due»: parola
di Massimo Srebot, primario di ginecologia a Pontedera (Pisa), uno dei
primi medici in Italia a introdurre l’aborto chimico, importando il
farmaco dalla Francia. Si poteva leggere su Il Tirreno del 13 novembre 2005.

Ma
ecco un parere totalmente diverso: «Alla luce dei 200 casi che ho
seguito chiedo alle donne di restare tutta la giornata, sia perché
alcune di loro hanno dolori forti per le contrazioni violente e
sanguinamento e spesso bisogna ricorrere a un forte analgesico per via
endovenosa, sia per fare un controllo ecografico. Inoltre, un 4-5 per
cento non riesce a espellere e bisogna intervenire con l’aspirazione.
In ogni caso è bene dire che la Ru 486 deve essere usata sotto stretto
controllo, non va assolutamente presa sotto gamba, va fatta una
valutazione medica prima, perché ci si può trovare di fronte, per
esempio, a una gravidanza extrauterina. […] Non è comunque un modo
indolore per abortire, per una donna non c’è un modo indolore».

Chi è? È sempre Massimo Srebot, lo stesso ginecologo di Pontedera, però l’anno successivo (inserto «Salute» di Repubblica dello scorso 1 marzo) dopo la nostra campagna che mirava a ripristinare la verità sulla pillola abortiva.

Il
fronte dell’aborto con airbag, sostenuto dalla quasi totalità della
stampa nazionale, si è incrinato innanzitutto con la notizia della
mortalità per aborto chimico 10 volte maggiore di quella per aborto
chirurgico: lo scriveva il New England Journal of Medicine, già nel dicembre 2005. E mentre sul New York Times
si dibatteva sulla "kill pill" e sulla misteriosa e letale infezione da
Clostridium Sordellii, in Italia, lo scorso maggio, si è saputo di un
ricovero al pronto soccorso del Policlinico Gemelli: una signora aveva
preso la Ru 486 all’ospedale di Siena, ma si trovava a Roma quando è
sopraggiunta un’emorragia che l’ha costretta a un raschiamento. Nel
settembre successivo l’assessore piemontese alla Sanità Mario Valpreda,
di Rifondazione comunista, sospendeva definitivamente l’unica regolare
sperimentazione dell’aborto con la Ru 486, quella all’ospedale
Sant’Anna di Torino, usando le stesse motivazioni con cui l’aveva
temporaneamente interrotta, un anno prima, l’allora ministro della
Sanità Storace, di Alleanza nazionale. La magistratura di Torino sta
ancora indagando per verificare che al Sant’Anna sia stata rispettata
la 194, e che sia stato effettivamente seguito il protocollo
sperimentale stabilito che imponeva il ricovero ospedaliero di tre
giorni: molte donne a Torino hanno abortito fuori dall’ospedale, e il
quotidiano La Stampa ha riferito di un esposto presentato da una signora che non avrebbe apprezzato l’aborto casalingo.

In
Toscana, la regione leader nell’introduzione della Ru 486 nel servizio
sanitario pubblico, l’aborto per via farmacologica si è rivelato un
fallimento: i dati raccolti dal dicembre 2005 mostrano che il 15% delle
donne cui è stata somministrata la Ru 486 ha poi dovuto fare comunque
l’intervento chirurgico, sottoponendosi quindi a due procedure abortive
consecutive. In molti casi anche dopo l’espulsione dell’embrione morto
l’utero non si svuota completamente: è soprattutto per questo che il
dottor Facchini, all’ospedale di Siena, ultimamente ammette all’aborto
chimico solo donne con una gravidanza entro le sei settimane (contro le
sette indicate dall’Organizzazione mondiale della Sanità), e ne
sconsiglia le dimissioni dalla struttura sanitaria, per il pericolo di
emorragie.
La somministrazione in Toscana della Ru 486 continua ad
avvenire nell’illegalità, come sottolinea Marco Carraresi (Udc) in
un’interrogazione al presidente del Consiglio regionale toscano: in
Italia non esiste alcun protocollo approvato che regoli la procedura
abortiva per via farmacologica, anche perché la ditta che produce il
farmaco, nonostante i ripetuti annunci, ancora non ne ha chiesto la
registrazione nel nostro Paese. È illegale anche l’uso del secondo
farmaco, il misoprostol, che induce le contrazioni e permette
l’espulsione dell’embrione morto: non è mai stato registrato dalla casa
produttrice come farmaco abortivo ma solo come antiulcera, e quindi
viene usato – come si dice – off label (per scopi diversi da
quelli per cui è registrato) in violazione delle norme contenute
nell’ultima Finanziaria (quella del governo Prodi).

Non solo:
rispondendo a un’interrogazione parlamentare degli onorevoli Santolini
e Volontè, il sottosegretario alla Salute Patta ha ricordato il parere
del Consiglio superiore di Sanità del 18 marzo 2004, per il quale la
procedura abortiva con la Ru 486 sarebbe conforme alla legge 194 solo
se se svolta «in ambito ospedaliero fino a completamento dell’aborto e
delle cure del caso», mentre in Toscana la stragrande maggioranza delle
donne presenta dimissioni volontarie dopo la somministrazione della
pillola, e quindi spesso abortisce a casa.

Vista la situazione,
e considerando il recente caso drammatico del bimbo sopravvissuto
all’aborto all’ospedale Careggi, probabilmente in Toscana sarebbe
opportuna una verifica a tutto campo sull’effettiva applicazione della
legge 194.

Il recentissimo caso denunciato a Trento conferma i
timori espressi da chi non ha mai creduto all’aborto con l’airbag: a
una signora cui era morto naturalmente l’embrione in pancia è stato
somministrato il misoprostol per causarne l’espulsione. L’aborto
quindi, iniziato spontaneamente, si è concluso per via farmacologica,
seguendo lo stesso percorso dell’aborto chimico volontario (nel quale è
il primo dei due farmaci che si somministrano a causare la morte
dell’embrione, mentre il secondo, il misoprostol appunto, serve per
l’espulsione).

La signora di Trento ha raccontato di aver
aspettato ore e ore, dopo aver preso il misoprostol e prima
dell’espulsione, durante le quali temeva un’emorragia per via delle
perdite di sangue che si intensificavano, e doveva anche guardare
dentro il water per cercare di identificare l’embrione abortito. Scene
da film dell’orrore, diremmo: eppure si è trattato di un usuale,
normale aborto chimico, senza alcuna complicazione. Con la procedura
farmacologica la donna deve necessariamente gestire da sola tutte le
fasi dell’aborto, anche se si trova all’interno dell’ospedale: è lei
che per tutto il tempo deve tenere informato il personale medico su
quello che le sta succedendo, chiedendone un eventuale intervento.

Ma
la denuncia della donna di Trento riguardava soprattutto il consenso
informato per l’aborto chimico, firmato perché pressata, anche se con
gentilezza, dal personale medico, che non l’aveva sufficientemente
informata su cosa concretamente le sarebbe successo.

Cosa
altro bisogna aspettare, cosa altro deve accadere perché le autorità
sanitarie del nostro Paese vadano a verificare cosa sta succedendo
negli ospedali in cui si sta ancora somministrando la pillola abortiva?
E come è possibile formulare un consenso informato attendibile su un
farmaco non ancora introdotto in Italia? Attendiamo risposte.

Avvenire

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: