La «scoperta» laica: anche il feto è una persona

In
Francia da gennaio anche i genitori dei bambini nati morti dalla
22esima settimana possono usufruire del congedo per maternità (secondo
una raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che
riconosce la "viability", cioè la possibilità di vita, al bambino nato
dalle 22 settimane di gestazione); e una recente sentenza della Corte
di Cassazione d’oltralpe (vedi articolo qui sotto) decreta che
i feti nati morti possano essere registrati all’anagrafe
indipendentemente dal peso e, si noti, dalla durata della gestazione.
La
sentenza segue la richiesta di tre famiglie che non volevano essere
private della possibilità di piangere i piccoli deceduti prima di
nascere ad un’età gestazionale tra 18 e 21 settimane. L’ex ministro
della Sanità François Mattei, secondo l’agenzia Genethique,
afferma che questo mette fine a un paradosso: «Le coppie vedono il
figlio grazie all’ecografia, gli danno un nome, lo sentono muoversi, ma
se muore è come se non fosse esistito».

Già: è importante, per
l’elaborazione del lutto, poter costatare la realtà del corpo del
defunto, anche di quello piccolissimo. È una decisione storica in un
Paese che permette l’interruzione di gravidanza, ma dove non si dubita
che la gravidanza interrotta provoca la morte di una persona, tanto da
farla registrare all’anagrafe con un nome.

A conferma di questa inversione laica di tendenza, il New York Times
di domenica scorsa riportava un lungo articolo sul dolore del feto,
spiegando che ormai è un argomento di cui non si giovano solo i gruppi
pro-life ma la scienza stessa. E cita i lavori di Sunny Anand, Robert
Fisk e Vivette Glover: il feto dalla 20esima settimana può sentire il
dolore, e questo ormai è il tema di congressi scientifici e libri di
testo. Caduto da pochi (!) anni il mito che il neonato non soffrisse,
ora dall’attento studio del bambino prima della nascita si sta
spostando l’attenzione sul diritto di quest’ultimo a non soffrire, e si
studiano farmaci e dosi apposite. Lo studio del dolore prenatale è una
nuova frontiera della scienza e anche in questo si vede che non è certo
la Chiesa che blocca la ricerca. Anzi. Certamente ciò invita anche noi
a far cadere varie ipocrisie.

La prima è che l’aborto possa
essere permesso sulla base di una "distinzione di diritti" tra chi è
nato e chi non lo è. In realtà non c’è nessuna differenza ontologica e
tanto meno fisiologica tra feto e neonato: dunque non si capisce come
accordare al primo meno valore e meno diritti solo perché è ancora in
utero. Il feto soffre, ricorda, sorride, succhia il dito, ha il
singhiozzo, proprio come accadrebbe se fosse fuori dall’utero: che sia
l’ingresso d’aria nei polmoni che magicamente trasforma il "non umano"
in "umano"? La seconda anomalia è l’uso della parola "feto", che solo
da un secolo ha preso a indicare il bambino prima della nascita. Prima
questa parola indicava la "progenie", come testimoniano gli scritti di
Catullo e Cicerone. Il bambino restava un "puer" (o un "fetus") prima o
dopo la nascita. La parola "feto" è invece oggi una parola neutra (non
ha un femminile) mentre l’appartenenza a un certo genere è quello che
caratterizza l’umano; è molto simile a parole quali "fetido",
"difetto"… Ormai è nell’uso comune , ma sarebbe bene riprendere a
chiamare "bambini" i bambini e "fiori" i fiori.

Insomma,
l’umanità del bambino prima della nascita è un dato di fatto
scientifico e laicissimo. Chi piange, scalcia, ha un Dna uguale al mio
e al vostro e un cuore che batte è una persona. Sarebbe bene
accorgersene per legiferare e operare di conseguenza, sempre
considerando con intelligenza tutti gli aiuti che lo Stato deve dare
alle coppie e alle mamme sole in difficoltà, mettendole al primo posto
nelle politiche sociali.

Quello che fa riflettere, poi, è che le
stesse famiglie reclamano questo riconoscimento; e le famiglie hanno il
diritto al lutto, all’abbraccio col piccolo. Non è sentimentalismo ma
banale psicologia. Però delle famiglie si parla poco: se ne parla
quando si vuole sostenere che siano loro gli arbitri (spesso sotto
stress, impreparati, dolenti) della vita e della morte del neonato
piccolissimo… E non se ne dovrebbe parlare quando invece reclamano
per il loro piccolo un nome e una sepoltura?

Avvenire

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