Una Ru 486 e via. E se l’aborto capita a casa?


di Andrea Bernardini

Il
Consiglio superiore della Sanità ha dato il via libera alla
sperimentazione della pillola abortiva Ru 486 così come prevista dal
protocollo messo a punto dall’ospedale Sant’Anna di Torino, protocollo
che ha recepito le modifiche contemplate nell’ordinanza disposta dal
ministro della Salute Francesco Storace. L’organo consultivo del
Ministero della Salute ha detto sì anche all’importazione del farmaco:
il decreto del ’97 per l’importazione di farmaci non prodotti in Italia
può dunque essere applicato anche alla Ru 486. Ma gli esperti hanno
posto alcuni paletti: in particolare è necessario, secondo il Consiglio
superiore della Sanità, che il consenso informato sia estremamente
dettagliato e che la donna che si sottopone all’aborto farmacologico
sia ricoverata in ospedale per l’intera durata del trattamento.

In
Toscana la pillola Ru 486 è importata dalla ditta produttrice, la
francese Exelgyn di Clermont Ferrand, ormai da oltre un mese e mezzo. È
dell’11 novembre il primo aborto consumato con l’uso combinato di
mifepristone (Ru 486) e misoprostol all’ospedale «Lotti» di Pontedera.
Da allora i casi di aborto farmacologico si sono velocemente
moltiplicati. «La richiesta della Ru 486 è alta – ha dichiarato nei
giorni scorsi Rocco Damone, direttore sanitario della Asl 5 di Pisa –
abbiamo allora deciso di introdurre una griglia di accesso molto rigida
per selezionare le donne che fanno richiesta di interrompere
volontariamente la gravidanza con il metodo farmacologico».

Scuote
la testa il dottor Renzo Puccetti, specialista di medicina interna,
esponente del comitato Scienza & Vita di Pisa. Puccetti ha studiato
a fondo il dossier Ru 486 e ne sa a sufficienza da capire i documenti
ufficiali per l’uso della pillola per l’aborto chimico. Vale la pena
dunque affidarsi a lui per capire i criteri e le modalità per
l’esecuzione dell’aborto medico fatti propri dall’Assessorato regionale
al Diritto alla salute e suggeriti ai direttori generali e ai direttori
sanitari delle aziende sanitarie della Toscana.

Cosa non la convince?
«Beh,
stando a questo documento, la somministrazione del primo farmaco
abortivo, il mifepristone, sarebbe prevista in regime di day-hospital.
Successivamente la donna dovrebbe tornare a casa e ripresentarsi il
terzo giorno per assumere il secondo farmaco, il misoprostol, che
favorisce l’espulsione dell’embrione. Anche questo passaggio sarebbe
previsto in regime di day-hospital. Se ne deduce pertanto che la donna
rimarrebbe in ospedale per alcune ore per poi essere dimessa e
presentarsi al quattordicesimo giorno per un successivo controllo.
Secondo questo protocollo la donna che intende abortire col metodo
farmacologico dovrebbe essere informata della possibilità che l’aborto
si verifichi fuori dall’ospedale. È un sistema che non va affatto
bene».

Quali sono i motivi di questo giudizio negativo?
«In
primo luogo perché si profilerebbe una riduzione del grado di
medicalizzazione della procedura d’interruzione della gravidanza, con
possibili conseguenze negative per la salute delle donne. Basta
ricordare, a questo proposito, che la quasi totalità dei decessi messi
in relazione con l’aborto farmacologico è avvenuta in condizioni in cui
la donna è stata dimessa, perché la lontananza dall’ospedale ha
comportato un riconoscimento tardivo della gravità dei sintomi, spesso
insorti in modo assai subdolo. D’altra parte non può restare
inosservata la dissonanza tra una procedura che preveda la dimissione
della donna dopo la somministrazione dei farmaci abortivi con la legge
194 in cui è espressamente indicato che l’aborto deve essere effettuato
in strutture specificamente accreditate. L’espulsione dell’embrione
avviene nel 5,3%-6,3% di casi prima dell’assunzione del secondo
farmaco, nel 18,7%-22% dei casi 4-24 ore dopo l’assunzione delle
prostaglandine e nell’8,2-8,6% dei casi nei giorni successivi.
Addirittura, così come riportato nel foglietto illustrativo del farmaco
venduto negli Usa, in una percentuale del 9,2-14,8% delle procedure non
si riesce a stabilire il tempo di espulsione del feto. In base a quanto
emerge da uno studio del 2000, pubblicato sul numero di dicembre della
rivista Contraception, i crampi ed il sanguinamento iniziano
rispettivamente nell’11% e nel 21,4% dei casi prima di assumere le
prostaglandine. Anche non considerando quanto dettato dalla legge 194,
la buona pratica medica dovrebbe prevedere il ricovero dalla prima
pillola alla fase post-espulsiva, per ridurre il più possibile il
rischio per la salute della donna. Le stesse osservazioni mosse dal
Consiglio superiore della Sanità».

Lei
sta parlando di un protocollo suggerito dalla Regione Toscana. Le
strutture ospedaliere che fanno ricorso alla Ru 486 in Toscana quale
protocollo hanno adottato?

«Fino a oggi, in Toscana,
gli aborti chimici sono stati consumati a Pontedera (che fa riferimento
alla Asl 5) e a San Miniato (che fa invece riferimento alla Asl 11 di
Empoli). Io conosco il protocollo adottato a Pontedera, che da medico
mi rende più tranquillo».

Perché?
«Perché
il documento prevede l’ospedalizzazione della donna. Ma sarebbe
opportuno conoscere, in particolare dai responsabili sanitari delle
strutture in cui l’aborto farmacologico è stato praticato, quante di
queste donne hanno abortito rimanendo ricoverate per tre giorni, e
quante invece lo hanno fatto al di fuori delle strutture ospedaliere.
L’introduzione di una prassi medica che si dovesse discostare con una
frequenza solo poco più che eccezionale dal protocollo ufficiale
sarebbe un elemento di estrema gravità».

Il
Consiglio superiore della Sanità interpellato dal ministro Storace ha,
di fatto, considerato lecita l’importazione della pillola abortiva
dalla Francia…

«… ma ha stabilito vincoli
piuttosto rigidi in proposito. Il decreto prevede infatti che il
farmaco possa essere importato solo dichiarando formalmente la mancanza
di alternative terapeutiche. Proprio leggendo Avvenire ho
appreso che, per un errore del corriere che trasportava le confezioni
della Ru 486, alcune donne che dovevano abortire farmacologicamente lo
avrebbero poi fatto chirurgicamente: mi sembra inverosimile, allora,
che la sussistenza delle alternative terapeutiche dipenda dalla
puntualità del trasportatore…».

Avvenire

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