Moratoria sui nuovi pagani

Come nell’antichità, oggi Cina e India praticano lo sterminio dei neonati. Un libro racconta la strage di bambine

di Francesco Agnoli

Il documentatissimo libro del
dissidente cinese Harry Wu “Strage di innocenti. La politica del figlio
unico in Cina” (Guerini), a cura di Antonello Brandi e della Laogai
research foundation, dimostra implacabilmente come oggi, nel XXI
secolo, migliaia e migliaia di bambini vengono uccisi nel grembo della
madre, in qualsiasi periodo della gestazione, oppure vengono affogati,
strozzati, lasciati morire di freddo, una volta nati. Con conseguenze
terribili: l’invecchiamento della popolazione, la pazzia e il suicidio
di moltissime donne, l’incredibile numero di orfani e di bambini senza
esistenza legale che vagano per il paese… Quello che accade in Cina, lo
si sa molto bene, avviene anche in India, con modalità analoghe ed
effetti similari. Tra questi, il più evidente, è che a lasciarci le
piume sono più spesso le femmine. Ebbene, chi ama la storia sa che
quello che succede oggi in questi due grandi paesi, che insieme
costituiscono quasi un terzo della popolazione mondiale, è sempre
accaduto, in passato, anche nella vecchia Europa o nel nuovo Mondo.
Sino all’avvento del cristianesimo.

Una delle idee che più ricorrono negli scritti dei
primi cristiani, è infatti il loro desiderio di ribadire un concetto:
noi cristiani siamo diversi dai pagani, anche perché non uccidiamo i
nostri figli, né nel grembo delle nostre donne, né fuori. Minucio
Felice, un apologeta del II secolo, nel suo “Ottavio”, al capitolo XXX,
paragrafo 2, paragonando l’insegnamento di Cristo con quello degli dei
pagani, scrive: “Voi esponete i vostri figli appena nati alle fiere e
agli uccelli, o strangolandoli li sopprimete con misera morte; vi sono
quelle che ingurgitando dei medicamenti soffocano ancora nelle proprie
viscere il germe destinato a divenir creatura umana e commettono un
infanticidio prima di aver partorito. E questo apprendete dai vostri
Dei, Saturno infatti non espose i propri figli, ma addirittura li
divorò”. A sua volta, il grande Tertulliano, nel suo “Apologetico”,
cap. IX, ribadisce: “A noi cristiani l’omicidio è espressamente
vietato, e quindi non ci è permesso neppure di sopprimere il feto
nell’utero materno. Impedire la nascita è un omicidio anticipato. Nulla
importa che si sopprima una vita già nata o la si stronchi sul nascere:
è già essere umano quello che sta per nascere. Ogni frutto è già nel
suo seme”.

Un altro documento molto importante
del cristianesimo del II secolo, proveniente dall’Asia Minore, la
Lettera a Diogneto, ribadisce gli stessi ideali in questo modo assai
sintetico: “I cristiani… si sposano come tutti e generano figli, ma non
gettano via i neonati”. Proprio su questo tema dell’infanticidio A.
Baudrillart ha scritto: “Non vi è forse materia in cui, tra la società
antica e pagana e la società cristiana e moderna, l’opposizione sia più
accentuata che i loro modi rispettivi di considerare il fanciullo”. In
effetti, se guardiamo al mondo antico, notiamo che l’aborto e
l’infanticidio sono assai diffusi. “Seneca", ricorda il sociologo
americano Rodney Stark nel suo “Ascesa e affermazione del
cristianesimo” (Lindau), "riteneva l’annegamento dei bambini alla
nascita un evento ordinario e ragionevole. Tacito accusava i giudei per
il divieto di ‘sopprimere uno dei figli dopo il primogenito’,
ritenendola un’altra delle loro usanze ‘sinistre e laide’. Era comune
abbandonare un figlio indesiderato in un luogo in cui, in linea di
principio, chi voleva crescerlo avrebbe potuto raccoglierlo, anche se
solitamente veniva lasciato in balia delle intemperie e di animali e
uccelli”. I bambini, a Roma come in Grecia, vengono dunque
tranquillamente uccisi, oppure venduti, oppure esposti e lasciati così
morire di fame e di freddo, quando non vi è qualcuno a salvarli,
solitamente per farne schiavi. Sappiamo di ritrovamenti, nelle
fognature romane, di ammassi di ossa appartenute a neonati, abbandonati
e poi buttati, appunto come residui e immondizie.Vittime
dell’infanticidio sono, più spesso, come nella Cina e nell’India di
oggi, le bambine, mentre l’aborto comporta, oltre alla morte del feto,
non di rado anche il decesso, oppure la sterilità, della madre.

Il rifiuto dei primi cristiani di ricorrere all’aborto
e all’infanticidio, connesso dunque ad una loro alta fecondità, non è
soltanto una grande conquista dell’umanità, ma anche uno degli elementi
che permettono ai primi cristiani, assieme alle conversioni, di
crescere sempre di più, sino a superare numericamente i pagani. Ma
l’infanticidio non è praticato soltanto a Roma, come testimoniato anche
dalla leggenda di Romolo e Remo, o in Grecia, ma in tutto il mondo
antico. Il celebre bioeticista animalista Peter Singer, consigliere di
Zapatero in questioni etiche, sostiene con forza l’idea che tale antica
consuetudine sia da riscoprire anche oggi, insieme all’aborto legale:
infatti, se è vero che solo i cristiani la respinsero con forza,
argomenta Singer, vogliamo credere che essi siano stati gli unici ad
aver ragione, mentre tutti gli altri popoli e religioni del passato,
avrebbero avuto torto?

“L’uccisione dei neonati indesiderati",
scrive Singer, "o l’uso di lasciarli morire, è stata prassi normale in
moltissime società, in tutto il corso della preistoria e della storia.
La troviamo per esempio nell’antica Grecia, dove i bambini handicappati
venivano esposti sui pendii delle montagne. La troviamo in tribù
nomadi, come quella dei Kung del deserto del Kalahari, dove le donne
uccidono tutti i bambini nati, quando ci sia un figlio più grande non
ancora in grado di camminare. L’infanticidio era prassi corrente anche
su isole polinesiane come Tikopia, dove l’equilibrio tra risorse
alimentari e popolazione veniva mantenuto soffocando i bambini
indesiderati dopo la nascita. In Giappone, prima
dell’occidentalizzazione, il ‘mabiki’, parola nata dalla prassi di
sfoltire le piantine di riso per consentire a tutte quelle restanti di
fiorire, ma che finì per indicare anche l’infanticidio, era ampiamente
praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti
appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti” (Peter Singer,
“Ripensare la vita”, Il saggiatore, p. 137).
Con la diffusione del
cristianesimo in buona parte del mondo, aborto e infanticidio divengono
fenomeni molto più rari e circoscritti, mentre le legislazioni, a
partire da Costantino, intervengono nella tutela degli infanti e si
sviluppano opere di carità e di assistenza per i bambini abbandonati e
per le famiglie in difficoltà. Sino al ritorno dell’aborto, nelle
legislazioni comuniste e naziste, nel Novecento, e dell’infanticidio,
con la nuova legge sull’eutanasia dei bambini fino ai dodici anni, in
Olanda.
Se torniamo ora con la mente ai due grandi paesi in cui
l’aborto, anche forzato, e l’infanticidio, sono fenomeni di massa, è
facile, dopo questo breve excursus, capire il perché di tutto ciò: Cina
e India sono tra i paesi in cui l’Evangelo cristiano è penetrato di
meno, e con esso anche la cultura occidentale, portatrice di questo
messaggio (almeno in parte). Quando i primi missionari gesuiti
raggiungono la Cina, rimangono piuttosto ammirati da questa grande
civiltà. Quello che però colpisce negativamente il grande Matteo Ricci,
allorché mette piede nel Celeste Impero, nel 1583, sono la
prostituzione dilagante, la grande corruzione, la frenesia per il
denaro, e soprattutto, la diffusione della pratica dell’infanticidio.
Il regime comunista, capace di pianificare milioni di aborti forzati,
sterilizzazioni di massa, uccisione in serie di neonati, ha ancora da
venire, ma il rispetto dei fanciulli, in quel paese per altri aspetti
ammirevole, manca del tutto. Come scriverà J. J. Matignon, ai primi del
Novecento, i Cinesi sovente vendono le loro figlie, come prostitute,
oppure le uccidono, per la povertà, ma anche a causa delle loro
superstizioni magiche, del loro ossessivo culto degli antenati: “Come
sempre in Cina la superstizione gioca un ruolo chiave: infatti gli
occhi, il naso, la lingua, la bocca, il cervello dei bambini sono
reputati materie organiche dotate di una grande virtù terapeutica.
Succede che dopo il parto la puerpera cada ammalata, e allora, per
ingraziarsi gli spiriti, le bimbe, o in certi casi i bimbi, sono
soppressi. Esistono delle donne (quelle che noi chiameremmo streghe,
ndr) che hanno il preciso compito di procurare la morte alle neonate… I
neonati sono soppressi o buttandoli in un angolo dell’abitazione o in
una cassa dei rifiuti; dove la polvere e le immondizie non tarderanno
ad ostruirne le vie respiratorie”. Altre volte i bambini vengono
annegati o soffocati con dei cuscini, anche se l’influenza degli
europei, conclude Matignon, sembra avere finalmente qualche effetto
limitante nei confronti di queste consuetudini (J.J. Matignon,
“Superstition, crime e misère en Chine”, Lione, 1902).
Quasi negli
stessi anni di Matignon, due missionari raccontano sulla Cina le
medesime cose. Il primo è un gesuita, san Alberto Crescitelli,
decapitato, e sventrato, a 37 anni, il 21 luglio 1900, durante la
Rivoluzione dei Boxer. Il secondo è un missionario verbita della Val
Badia, in Trentino Alto Adige, San Giovanni Freinademetz. Giunto nel
paese che amerà per tutta la vita, sino a morirvi di tifo, egli scrive
ai suoi cari, in più occasioni, che i cinesi hanno il “costume di
esporre il proprio bambino o semplicemente scambiarlo oppure
venderlo…”. “Uno dei nostri migliori cristiani, prima della sua
conversione, aveva ucciso la sua bambina scagliandola contro le pietre
semplicemente perché piangeva troppo” (Sepp Hollweck, “Il cinese dal
Tirolo”, Athesia, 2003, p.35, 36).

In un’altra lettera,
scritta da Hong Kong il 28 aprile 1879, Freinademetz racconta come le
monache cattoliche abbiano costruito due orfanatrofi, in cui raccolgono
più di mille bambini all’anno: i cinesi “li danno per niente o per
alcuni centesimi, e non se ne curano altro”. I missionari dunque,
scrive il 2 luglio 1882, girano per le strade a raccoglierli: ne
trovano a migliaia in fin di vita, e si limitano a battezzarli, mentre
quelli che possono li salvano: “Molte anime furono già salvate dopo che
siamo arrivati qui, molti bambini di pagani battezzati che poi se ne
morirono, ed ancora ieri abbiamo fatto una sepoltura solenne con una
piccola bambina di più di un anno, che se ne morì. La sua propria madre
voleva strangolarla per poter allattare un bambino altrui e guadagnare
denari, essa poi sentì che noi accettiamo ogni sorta di bambini e li
alleviamo bene; dunque ce la portò avanti più di due mesi, si ammalò e
morì dopo essere stata confermata da noi mezz’ora prima di morire. Noi
volevamo fare la sepoltura con tutta pompa per dimostrare ai pagani
come onoriamo loro creature che essi gettano via. I pagani qui non
usano scrigni da morte per piccoli bambini ma appena morti fanno un
buco e lo gettano dentro. Noi gli facemmo a quella bambina un bel
vascello tinto a rosso, la vestimmo con una bella veste azzurra, la
portavamo in chiesa, noi tutti missionari accompagnati dai cristiani,
che non avevano mai visto così. Molti pagani vennero a vedere…” (G.
Freinademetz, “Lettere di un santo”, Imprexa, Bolzano, pp. 23, 39).

Come in Cina, dove, come si diceva,
l’infanticidio è oggi addirittura affare di stato, così in India. Anche
nel grande paese dominato dalla religione induista, l’uccisione,
soprattutto delle bambine, è di gran moda, per motivi economici e non
solo. L’agenzia Asianews riportava recentemente questa notizia: “Presso
molte popolazioni tribali le figlie femmine sono considerate solo un
peso e la mentalità sociale ne ammette sia il feticidio che
l’infanticidio. Nel 2006 in un piccolo villaggio del distretto di Ranga
Reddy, a 80 km da Hyderabad (Andhra Pradesh), 11 neonate sono state
lasciate morire di fame dai genitori. Molti tribali sono soliti
avvolgere la bambina non voluta dentro stracci e lasciarla morire.
Secondo la stampa locale Jarpula Peerya Nayak, padre di 27 anni, ha
detto che ‘mia moglie per la terza volta ha avuto una bambina. Una
figlia femmina è un peso e abbiamo deciso di non darle da mangiare.
Così è morta. E’ davvero difficile crescere una bambina e trovarle
marito’. Il 25 febbraio anche suo cugino J. Ravi e la moglie hanno
lasciato morire di fame la loro neonata. ‘Mia figlia, racconta Ravi, è
morta due giorni dopo la nascita, perché non l’abbiamo nutrita. Abbiamo
già due figlie, non possiamo permetterci di averne un’altra’. Un
tribale spiega che quale dote della figlia dovrà dare ‘uno scooter, 5 o
6 tola [58-70 grammi] d’oro e 50 mila rupie, per avere un buon marito’.
Dopo la morte, i tribali scavano una fossa e ci seppelliscono la
neonata, con sopra una pietra. I cani hanno scavato la fossa e mangiato
parte del corpo della figlia di Ravi, così l’hanno seppellita di nuovo.
La maggior parte delle 40 famiglie del villaggio hanno assistito a
simili episodi o li hanno commessi, molte coppie dopo avere già avuto 2
o più figlie femmine. Jarpula Lokya Nayak ha fatto morire di fame due
figlie” (Asianews, 15/3/2007).

Anche in India l’impegno dei missionari e
delle minoranze cristiane è votato, oltre che al tentativo di
infrangere il muro delle caste e delle diseguaglianze sociali, alla
difesa della vita nascente e dell’infanzia, in nome del Dio che si è
fatto bambino. Basti, per brevità, un solo esempio: quello di Madre
Teresa di Calcutta. Tutti sanno che la missione di questa donna è stata
quella di aiutare i poveri dell’India, gli emarginati, i deboli, gli
ultimi. Tra costoro madre Teresa non ha mai dimenticato di citare i
bambini nel grembo materno, definiti da lei, i “più poveri tra i
poveri”. Nel suo “Dateli a me. Madre Teresa e l’impegno per la vita”
(Città Nuova), l’ottimo giornalista Pier Giorgio Liverani riporta il
pensiero della suora di origini albanesi, espresso in mille
circostanze, con una grande forza, come in queste sue frasi: “L’aborto
è ciò che distrugge la pace oggi. Perché se una madre può uccidere il
proprio bambino, che cosa impedisce a me di uccidere voi o a voi di
uccidere me? Niente. Ecco quello che io domando in India, che chiedo
ovunque: che abbiamo fatto per i bambini? Noi combattiamo l’aborto con
l’adozione. Così salviamo migliaia di vite. Abbiamo sparso la voce in
tutte le cliniche, gli ospedali, i posti di polizia: ‘Vi preghiamo di
non uccidere i bambini, di loro ci prenderemo cura noi’ ”.

La lotta a favore dei bambini contro l’aborto
e l’infanticidio, specie delle donne, è stata condotta da Madre Teresa
e dalle sue suore, talora sino al martirio, con grande forza,
scontrandosi, come si diceva, con una cultura ignara della sacralità
della vita sin dalla sua origine. Per gli induisti ad esempio, i
bambini abbandonati o rifiutati dai genitori, se sopravvivono, sono e
rimangono dei paria, dei sotto-casta, che scontano colpe precedenti. Le
donne, in generale, e tanto più le bambine, sono costose, a causa della
dote, e sono considerate inferiori al maschio, “fino al punto, non
raramente, di avvelenarle al seno, cospargendolo di veleno, mentre
succhiano il latte materno”. Così succede che vi sia talvolta un numero
di nascite molto alto, per la ricerca del maschio a tutti i costi, e un
numero di infanticidi femminili conseguente: si abortisce
selettivamente, sino a quando non si ottiene il figlio desiderato, di
sesso maschile.

Madre Teresa e le sue suore
hanno fondato numerose case della carità, scuole ed orfanotrofi,
ottenendo grande successo, ma anche l’opposizione del primo ministro
Morarij Desai, che nel 1979 le accusò di aiutare i bambini, con le
scuole e gli orfanatrofi, al solo fine di battezzarli e di convertirli.
Madre Teresa gli rispose con grande coraggio, scrivendogli tra l’altro:
“Mi pare che Lei non si renda conto del male che l’aborto sta
provocando al suo popolo. L’immoralità è in aumento, si stanno
disgregando molte famiglie, sono in allarmante aumento i casi di pazzia
nelle madri che hanno ucciso i propri figli innocenti… Signor Desai:
forse, tra poco Lei si troverà faccia faccia con Dio. Non so quale
spiegazione potrà dargli per aver distrutto le vite di tanti bambini
non nati, ma sicuramente innocenti, quando si troverà davanti al
tribunale di Dio, che la giudicherà per il bene fatto e per il male
provocato dall’alto della sua carica di governo”. E aggiungeva come nei
102 centri di Calcutta gestiti da lei fossero passate, nell’ultimo
anno, 11.701 famiglie indù, 5.568 famiglie musulmane e 4.341 famiglie
cristiane, a cui si era insegnato il senso della famiglia, il rispetto
della vita, la necessità di una procreazione responsabile, arrivando a
determinare la riduzione delle nascite, ma senza il ricorso né
all’aborto né all’infanticidio! Il grido dei bambini non nati, degli
infanti uccisi, diceva Madre Teresa, ripetendo in altro modo i concetti
espressi secoli e secoli prima da Minucio Felice, Tertulliano, e tanti
altri, “ferisce l’orecchio di Dio”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

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