Aiuti umanitari? Rovina dell’Africa

Ho trovato questo articolo che conferma una convinzione che
mi sono fatto da un po’ di tempo: il problema dell’Africa non sono i soldi. O,
almeno, non solo. Fiumi incontrollati di denaro possono creare più problemi di
quanti non ne risolvano. Questo perché spesso finiscono per essere gestiti da
governi notoriamente corrotti e che usano buona parte di quei soldi, se non
tutti, per ingrandire i loro conti (personali) in Svizzera mentre la loro gente
muore di fame. Il problema dell’Africa, quindi, è soprattutto politico. Anche
perché nei casi in cui si ha certezza del buon esito dei finanziamenti,
puntualmente quello che è stato costruito (come scuole e ospedali) viene
spazzato via dalle guerre che si succedono senza sosta. L’ideologia del
terzomondismo fa male, quindi, soprattutto all’Africa. Questo è un altro
aspetto della miopia delle politiche occidentali nei confronti della questione
Africa: “vi diamo i soldi, ma non ci importa quello che ne fate; poi per il
resto scannatevi pure tra di voi quanto volete, a noi non importa.”
Sostanzialmente è questo il messaggio. Alle compagnie petrolifere viene spesso
rinfacciato di fare affari milionari con governi criminali, il punto è che su
ogni tentativo di interferenza politica – anche per via economica – c’è sempre
chi è pronto ad accusare di neocolonialismo. Eppure fra il colonialismo e
l’irresponsabile cascata di dollari, deve esserci una via di mezzo per una sana
collaborazione – che per esempio, favorisca i governi democratici – fra
Occidente e Africa. Forse sarebbe il caso di lasciar perdere Bono e co. per
dare un po’ più di ascolto a persone come Dambisa Moyo.

Aiuti umanitari? Rovina dell’Africa

di Paolo Bracalini

Segnatevi questa cifra
per la prossima predica rock del Live Aid: 300 miliardi di dollari, trecento
miliardi, gli aiuti mandati in Africa (la maggior parte a fondo perduto) negli
ultimi 40 anni. L’altro numero da tenere a memoria è quello della crescita del
continente africano, nella stessa porzione di tempo: meno dello 0,2 per cento
all’anno (in media). Se ne potrebbe desumere che gli aiuti al terzo mondo non
aiutino affatto lo sviluppo economico, ma l’autrice di Dead Aid (titolo-sfottò
del grande evento benefico del musicista-terzomondista Bob Geldof) va molto
oltre: il paesi africani restano inchiodati alla loro povertà, dice lei, a
causa degli aiuti umanitari. Dambisa Moyo, l’autrice di questo libro che è tra
i bestseller del New York Times (Dead Aid, ed. Farrar, Strauss and Giroux,
pagg. 188, euro. 19) non è solo un’ex economista della Goldman Sachs e prima
ancora consulente della Banca mondiale. È anche una giovane donna africana,
nata e cresciuta in Zambia, il che «se non può essere l’unica ragione per darle
retta – scrive nella prefazione il grande storico scozzese Niall Ferguson -, è
sicuramente una ragione in più per sentire cosa ha da dirci». Quello che
Dambisa Moyo ha da dirci equivale a un cazzotto in pancia al modello del
solidarismo fondato sugli aiuti umanitari, un prova drammatica dell’insuccesso
di un sistema che sembra aver sortito come unico effetto la paralisi economica
del continente africano, la moltiplicazione di conflitti tra bande affamate dei
dollari umanitari, la lievitazione incontrollata della corruzione. Tutto sembra
dimostrare che la solidarietà non aiuta ma fa danni, «l’idea che gli aiuti
possano alleviare la povertà strutturale dell’Africa, e che lo abbiano già
fatto, è un mito». Eppure «viviamo nella cultura dell’aiuto». È la cultura che
permea la musica pop, è lo sfondo dei mega eventi rock, il solidarismo
terzomondista «è diventato parte dell’industria dell’intrattenimento. Le star
della tv e del cinema, le leggende del rock fanno propaganda per gli aiuti, e i
governi gli vanno dietro per la paura di perdere popolarità. Bono degli U2
partecipa ai summit mondiale sulla fame e Bob Geldof, per usare le parole di
Tony Blair, è “una delle persone che ammiro di più”», scrive la Moyo. Alla fine, «gli
aiuti sono diventati una merce culturale», un accessorio elegante da sfoggiare
nelle serate di gala.
E così, con l’avallo dei leader del pianeta e l’accompagnamento ad alto decibel
delle grandi icone pop, «gli aiuti continuano a essere un incontrollato
disastro politico, economico e umanitario per la maggior parte del mondo
sottosviluppato». Perché gli aiuti economici causerebbero questo disastro nel
Terzo mondo? La Moyo
descrive la deriva di un’economia «aid dependent», ancorata cioè ai fondi
umanitari come unica ma costante e torrenziale forma di sostentamento
economico. Il moto è quello di una giostra, merry-go-round, che torna sempre su
se stessa senza muoversi di un passo. Il circolo è tra sovvenzione
internazionale e corruzione endemica dei governi sovvenzionati dall’Occidente.
«Gli aiuti internazionali finanziano governi corrotti. I governi corrotti
ostacolano lo sviluppo di libertà civili e impediscono la nascita di
istituzioni trasparenti. Questo scoraggia gli investimenti nazionali e
stranieri». Primo risultato: l’economia ristagna, non si crea lavoro, la
povertà cresce o non si riduce. Secondo risultato: «In risposta alla crescente
povertà i benefattori occidentali daranno ancora più aiuti, alimentando la
spirale stessa della povertà». I miliardi di aiuti internazionali fanno gola ai
governi corrotti ma anche alle bande di guerriglieri, alle fazioni tribali, e
sono ancora gli aiuti la principale cause – secondo la giovane economista
africana – delle guerre civile che insanguinano il continente. L’esercito dei
«donors», dei benefattori, costituito da funzionari della Banca mondiale
(10mila persone), dalle agenzie dell’Onu (5mila persone), dalle 25mila Ong
registrate, forma una massa di 500mila impiegati dell’«industria della bontà»,
che produce aiuti con un’automatica coazione a ripetere. La ricetta draconiana
della Moyo per l’Africa è diversa ed è questa: imparate dall’Asia. «Solo 30
anni fa il Burkina Faso, il Malawi e il Burundi erano davanti alla Cina quanto
a reddito pro capite». Ma sono stati gli investimenti esteri e le esportazioni
a trasformare la Cina
in potenza mondiale, non gli aiuti.

Tratto da Il Giornale

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4 Responses to Aiuti umanitari? Rovina dell’Africa

  1. Angelo says:

    Alla fine, «gli aiuti sono diventati una merce culturale», un accessorio elegante da sfoggiare nelle serate di gala.>>>>Purtroppo sono dolorosamente d’accordo con questa analisi.

  2. Ettore says:

    Già…

  3. Giovy says:

    l’elemosina infatti non e’ carita’…Si da il pesce e poi non si insegna a pescare, questo perche’ per dare il pesce servono soldi, insegnare a pescare costa tempo e soldi e sei consapevole che cosi’ facendo gli stai donando la "liberta’"; E’ piu’ conveniente donare solo il pesce per poi arricchirsi e speculare sulle loro "ricchezze" chi riceve invece non e’ stato aiutato ma solo usato.

  4. Ettore says:

    E’ vero, con l’aggravente che alle persone arriva solo qualche lisca di quel pesce. La fetta maggiore la trattiene chi ha interesse che le cose rimangano così.

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