L’Eurabia che non ti aspetti…

L’Eurabia ha una capitale: Rotterdam

Qui
interi quartieri sembrano Medio Oriente, le donne camminano velate, il
sindaco è musulmano, nei tribunali e nei teatri si applica la sharia.
Un grande reportage dalla città più islamizzata d’Europa

di Sandro Magister

ROMA,
19 maggio 2009 – Uno dei frutti più incontestabili del viaggio di
Benedetto XVI in Terra Santa è stato il migliorato rapporto con
l’islam. I tre giorni passati in Giordania e poi la visita alla Cupola
della Roccia a Gerusalemme hanno fatto circolare anche tra il grande
pubblico musulmano – per la prima volta in misura così diffusa –
l’immagine di un papa amico, attorniato da leader islamici visibilmente
felici di accoglierlo e di collaborare con lui per il bene della
famiglia umana.

Ma altrettanto incontestabile è la distanza tra
questa immagine e la cruda realtà dei fatti. Non solo nei paesi a
dominio musulmano, ma anche là dove i seguaci di Maometto sono
minoranza, ad esempio in Europa.

Nel 2002 Bat Ye’or, una
studiosa nata in Egitto e di nazionalità britannica, specialista della
storia e della condizione delle minoranze cristiane ed ebraiche – dette
"dhimmi" – nei paesi musulmani, coniò il termine "Eurabia" per definire
il destino verso il quale vede incamminata l’Europa. Un destino di
sottomissione all’islam, di "dhimmitudine".

Oriana Fallaci
riprese nei suoi scritti la parola "Eurabia" e diede ad essa una
risonanza mondiale. Il 1 agosto 2005 Benedetto XVI ricevette la Fallaci
in udienza privata, a Castel Gandolfo. Lei rifiutava il dialogo con
l’islam, lui lo voleva e lo vuole. Ma si trovarono d’accordo – come poi
riferì la Fallaci – nel riconoscere "l’odio di sé" che l’Europa mostra,
il suo vuoto spirituale, la sua perdita d’identità, proprio mentre
aumentano in essa gli immigrati di fede islamica.

L’Olanda è un
test di verifica straordinario. È il paese in cui l’arbitrio
individuale è più legittimato ed esteso – fino al punto di consentire
l’eutanasia sui bambini –, in cui l’identità cristiana si è più
dissolta, in cui la presenza musulmana cresce più spavalda.

Qui
il multiculturalismo è la regola. Ma drammatici sono anche i
contraccolpi: dall’uccisione del leader politico anti-islamista Pim
Fortuyn alla persecuzione della dissidente somala Ayaan Hirsi Ali,
all’assassinio del regista Theo Van Gogh, condannato a morte per il
film "Submission" di denuncia dei crimini della teocrazia musulmana. Il
successore di Fortuyn, Geert Wilders, vive da sei anni protetto minuto
per minuto dalla polizia.

In Olanda c’è una metropoli dove
questa nuova realtà si vede a occhio nudo, più che altrove. Qui interi
quartieri sono pezzi di Medio Oriente, qui sorge la più grande moschea
d’Europa, qui nei tribunali e nei teatri si applica la legge islamica,
la sharia, qui molte donne camminano velate, qui il sindaco è
musulmano, figlio di un imam.

Questa metropoli è Rotterdam, la seconda città d’Olanda per popolazione, il primo porto d’Europa per volume di traffico.

Quello
che segue è un reportage da Rotterdam uscito sul quotidiano italiano
"il Foglio" il 14 maggio 2009, seconda di sette puntate di una grande
inchiesta riguardante l’Olanda.

L’autore, Giulio Meotti, scrive
anche per il "Wall Street Journal". Nel prossimo settembre uscirà un
suo libro-inchiesta su Israele.

La foto sopra ha per titolo:
"Musulmane a Rotterdam". È ripresa da una mostra del 2008 dei due
fotografi olandesi Ari Versluis ed Ellie Uyttenbroek.


Nella casbah di Rotterdam

di Giulio Meotti

A
Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per
le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli
uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una
città e vi convivono settanta nazionalità. È una zona che vive di
sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come
l’Olanda – con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la
sua indignazione morale – è una società completamente segregata.
Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella seconda guerra
mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare,
ma a differenza della capitale non ha fascino libertino. A Rotterdam
sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l’estetica urbana, non
i neon delle prostitute. Ovunque si vedono casbah-caffè, agenzie di
viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà
con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo.

È la seconda
città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell’economia
con il suo grande porto, il più importante d’Europa. È una città a
maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta
Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda
vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con
il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio
verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni
rispetto al resto. La chiamano "Eurabia". È imponente la moschea
Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d’Europa, più alti persino
dello stadio della squadra di calcio Feyenoord.

Rotterdam è una
città che ha molti quartieri sequestrati dall’islamismo più cupo e
violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in un mare di
chador e niqab. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la
stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla
casa del professore assassinato ad Amsterdam il 6 maggio del 2002.
Altri lasciano un biglietto: "In Olanda si tollera tutto, tranne la
verità". È stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la
casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. La sera prima
dell’omicidio Pim era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era
creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così
avvenne, con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der
Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto
mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da
ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana
caprina, vegetariano assoluto, "un ragazzo impaziente di cambiare il
mondo", dicono gli amici.

Nel centro di Rotterdam non molto
tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un
albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. Oggi
Wilders è il politico più popolare in città. È lui l’erede di Fortuyn,
il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato un
partito per salvare il paese dall’islamizzazione. Al suo funerale
mancava soltanto la regina Beatrice, perché l’addio al "divino Pim"
diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro
olandese lo chiamò "untermensch", subuomo alla nazista), poi lo hanno
idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori
all’obelisco dei caduti in piazza Dam.

"The Economist",
settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa
parlava di Rotterdam come di un "incubo eurabico". Per gran parte degli
olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del
Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione
dal mare, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca
cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un
gioiello nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito,
quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A.,
l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala
Ayaan Hirsi Ali. Da sei anni Wilders vive 24 ore su 24 sotto la
protezione della polizia.

A Rotterdam gli avvocati musulmani
vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter
restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah.
L’avvocato Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi
quando in aula sono entrati i magistrati, ha detto che "l’islam insegna
che tutti gli uomini sono uguali". La corte di Rotterdam ha
riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto: "Non esiste alcun
obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in
piedi di fronte alla corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i
dettami della fede islamica". Enait, a capo dello studio legale Jairam
Advocaten, ha spiegato che "considera tutti gli uomini pari e non
ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno". Tutti gli
uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di
stringere la mano alle donne, che più volte ha dichiarato di preferire
con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.

Che
l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto in
aprile allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un
teatro modernista, fiero di "rappresentare la diversità culturale di
Rotterdam". Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi
del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre
settimane fa lo Zuidplein ha consentito di riservare un’intera
balconata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan
o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati
Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la
Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata
l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata.

In
occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi, lo
Zuidplein Theatre ha accolto la sua richiesta di riservare alle sole
donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito
Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei
musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato: "Secondo i nostri
valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione
delle proprie convinzioni è un bene prezioso". Anche un portavoce del
teatro ha difeso il regista: "I musulmani sono un gruppo difficile da
far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci".

Un
altro che è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le
sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama
"autoislamizzazione". Il primo caso di autocensura avvenne proprio a
Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale
Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di
Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani
della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio
degli islamisti. "Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna", gli
dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si
sarebbe ritirato "per il bene di mia figlia". Il quotidiano
"Handelsblad" titolò così: "Teheran sulla Mosa", il dolce fiume che
bagna Rotterdam. "Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per
questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani", ci racconta
Timmers. "Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano
partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat
uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Salman
Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i
marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema
se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro".

Incontriamo
il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine
Benchikhi. È giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto.
"Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui
vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non
possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di
musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi
pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto".

Un
anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota
una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam:
"Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli
stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi
dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace". Basta un
giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non
siamo più in Olanda. È un pezzo di Medio Oriente. In alcune scuole c’è
una "stanza del silenzio" dove gli alunni musulmani, in maggioranza,
possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il
Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere
musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi
punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della
Mecca.

Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che
vive a Rotterdam da dodici anni. È stato per vent’anni corrispondente
di "Libération" dall’Olanda ed è fiero delle sue credenziali di
sinistra. "Anche se ormai non ci credo più", dice accogliendoci nella
sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano
da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in
occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli
omosessuali "malati peggio dei maiali". Da fuori si vede che la moschea
ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni
ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, "Il cammino
del musulmano", in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la
testa e "farla penzolare dall’edificio più alto della città". Accanto
alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a
noi c’è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi
sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano
cristiano di sinistra "Trouw". Ha la miglior prospettiva per capire una
città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese.

"Non
è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno
tutti anche se non lo dicono", ci dice. "Oggi Wilders viene votato da
gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono
tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti
questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando
arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne
musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra
ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in
piscina per sole donne musulmane. È questa l’origine del voto per
Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A
Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per
uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il
Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi
non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito
traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario,
nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la
libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha
una migliore risposta al pazzo multiculturalismo".

Alla Erasmus
University di Rotterdam insegna Tariq Ramadan, il celebre islamista
svizzero che è anche consulente speciale del comune. A scovare
dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più
celebre rivista gay d’Olanda, "Gay Krant", diretta da un loquace
giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce
l’omosessualità "una malattia, un disordine, uno squilibrio". Nel
nastro Ramadan ne ha anche per le donne, "devono tenere lo sguardo
fisso a terra per strada". Il partito di Wilders ha chiesto lo
scioglimento della giunta municipale e la cacciata dell’islamista
ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due
anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’amministrazione
Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli
Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui
Ramadan dice alle donne: "Allah ha una regola importante: se cerchi di
attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo
aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta".

"Quando
venne ucciso Pim Fortuyn fu uno shock per tutti, perché un uomo venne
assassinato per quello che diceva", ci dice Krol. "Non era più il mio
paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei
andare? Qui siamo stati critici di tutto, della Chiesa cattolica come
di quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci
hanno risposto: State creando nuovi nemici!". Secondo Ephimenco, è la
strada il segreto del successo di Wilders: "A Rotterdam ci sono tre
moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli
islamici e un impulso islamista che viene dalle moschee. Conosco tanti
che hanno lasciato il centro città e vanno nella periferia ricca e
bianca. Il mio quartiere è povero e nero. È una questione di identità,
nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco".

Incontriamo
l’uomo che ha ereditato la rubrica di Fortuyn sul quotidiano
"Elsevier", si chiama Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante
intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma
soprattutto autore della "Dichiarazione di indipendenza" di Wilders, di
cui è stato collaboratore dall’inizio. "Qui un immigrato non ha bisogno
di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello Stato", ci
dice Spruyt. "Abbiamo finito per creare una società parallela. I
musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Non
è più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi
contro di noi, è un processo di autoislamizzazione".

Spruyt era
grande amico di Fortuyn. "Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni.
Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo
popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco’.
L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse
ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il
gesto di un folle solitario. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe
voluto cambiare il primo articolo  della costituzione olandese
sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la
libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù
vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anna
Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di
quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava contro l’attuale società
senza padre, senza valori, vuota, nichilista".

Chris Ripke è
un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in
Insuindestraat. Scioccato nel 2004 dall’omicidio del regista Theo Van
Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un
angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico "Gij zult niet
doden", non uccidere. I vicini nella moschea trovarono il testo
"offensivo" e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo
Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto
perché "razzista". Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò
di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò e il filmato
venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra: "Ci misi
un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi
e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere’ in questo paese,
allora vuol dire che siamo tutti in prigione. È come l’apartheid, i
bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo.
L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese". Per Ephimenco parte
del problema è la decristianizzazione della società. "Quando arrivai
qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in
Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno
riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite
anticristiana".

Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati.
A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi,
negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di
musica araba. "Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli", dice
Ephimenco. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a
due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane.
"Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è
vuota, non ci va più nessuno". Al centro di una piazza sorge una
moschea con scritte in arabo. "Era una chiesa prima". Non lontano da
qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. È una piccola statua in
granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che
accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto
in latino: "Loquendi libertatem custodiamus", custodiamo la libertà di
parlare. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

Tratto da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1338480

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