L’Uganda e l’ABC


PARLA IL MEDICO FILIPPO CIANTIA

Aids: «Il successo dell’Uganda
dà ragione a Benedetto XVI»

La posizione del Papa sull’Aids? Realista, ragionevole e scien­tificamente fondata. Parola di un medico che da anni si misura col problema in uno dei Paesi africani dove il virus ha colpito più dura­mente, l’Uganda, e dove le strategie di contrasto hanno portato a risul­tati molto significativi, fino a farne un modello. Filippo Ciantia ci vive dal 1980 con la moglie e otto figli. È il rappresentante regionale dell’ong italiana Avsi per la Regione dei Grandi laghi ed è autore di nume­rosi interventi su riviste scientifiche. In uno di questi, pubblicato su Lan­cet, ha messo in evidenza l’efficacia della dottrina cattolica nell’affron­to dell’Aids.

In che senso Benedetto XVI esprime una posizione realista?
La strategia vincente di fronte al vi­rus non può essere meramente sa­nitaria e farmacologica. Si vince te­nendo conto di tutti i fattori che co­stituiscono la persona. I dati dimo­strano che l’Aids è diminuito solo nei Paesi in cui si è lavorato per mo­dificare i comportamenti sessuali e gli stili di vita delle persone, cosa che a sua volta deriva da un lavoro di informazione e educazione che coinvolge le famiglie, le donne, le scuole. È accaduto così in Kenya, E­tiopia, Malawi, Zambia, Zimbabwe e soprattutto qui in Uganda. Ma per ottenere risultati bisogna avere il co­raggio di scelte forti, come hanno fatto da queste parti…

Quali scelte?
Il cuore del problema sta nella mo­dificazione dei comportamenti, per esempio i rapporti sessuali a rischio contemporanei con più partner, che in Africa sono molto diffusi. C’è u­na notevole ritrosia a intervenire su questo terreno perché si dice che in nome della libertà non è lecito in­tromettersi nelle scelte della gente. Ma questa è una posizione ipocri­ta. Come la mettiamo allora con le campagne contro il fumo, l’alcol, la droga che si vanno moltiplicando? Anche questa è invasione di campo? Se un comportamento mette a ri­schio la salute, astenersi dall’inter­venire per cercare di modificarlo si­gnifica in realtà danneggiare le per­sone che lo mettono in atto e l’inte­ra società.

Quindi la Chiesa non fa invasione di campo parlando di astinenza e fedeltà al partner?
La Chiesa fa il suo mestiere e, fa­cendolo, contribuisce al bene di tut­ti. Non c’è un posto al mondo dove l’Aids sia diminuito senza un cambia­mento radicale dei comportamenti ses­suali. Ma per arrivare a questo si deve lavo­rare a livello educati­vo, non ci si può cer­to accontentare di di­stribuire preservativi, confidando nel loro effetto taumaturgico e deresponsabiliz­zando la gente. Lo ha capito bene il governo ugandese che ha laicamente lanciato con succes­so la strategia dell’ABC.

In cosa consiste l’ABC?
Alle persone viene consigliata l’a­stensione dai rapporti (Abstinence), la fedeltà al partner (Being faithful) e – in casi molto particolari e solo per certe, limitate categorie di per­sone – l’uso corretto del profilattico (Condom use). Risultato? La preva­lenza dell’Hiv è passata dal 15% del 1992 al 5% del 2004. E sa qual è sta­to il costo dei programmi avviati per favorire la modifica degli stili di vi­ta? 23 centesimi di dollaro a testa. Ha ragione il Papa: siamo di fronte a una tragedia che non può essere vinta solo con i soldi. Serve una stra­tegia multilaterale che metta al cen­tro il bene della persona.

Cosa vuol dire con­cretamente?
Promozione della condizione femmini­le, sostegno a chi è colpito dal virus con i farmaci (la gratuità è un elemento fonda­mentale e rischia di venire colpito dagli ef­fetti della crisi econo­mica), lotta allo stig­ma e alla discrimina­zione nei confronti dei malati, campagne di educazio­ne preventiva nelle scuole primarie raggiungendo i bambini prima che diventino sessualmente attivi. E per raggiungere questi obiettivi, non si può prescindere dal fattore comu­nitario.

Perché è fondamentale questo ele­mento?
In una società come quella africana è necessario coinvolgere i leader re­ligiosi e le comunità locali. In U­ganda molte organizzazioni si sono prese cura degli orfani (che sono due milioni e mezzo), hanno aiuta­to le famiglie colpite, si sono prodi­gate nell’attività educativa e so­prattutto hanno fatto compagnia ai malati. Come fanno quelli del Mee­ting Point, il partner locale di Avsi, che da anni aiutano migliaia di don­ne a Kampala e in altre città.

Cosa fanno?
Promuovono corsi di igiene e salu­te, prestiti per piccole attività lavo­rative, distribuiscono cibo. Molte donne sono state aiutate a capire che la loro esistenza è più grande della malattia, hanno cominciato il trattamento antiretrovirale che pri­ma rifiutavano perché si sentivano finite, si aiutano a vicenda a pren­dere le medicine. Se una di loro muore, i figli vengono presi in casa da un’altra. Si sentono amate da qualcuno che le considera impor­tanti. È un piccolo miracolo quoti­diano, un’esperienza d’amore più contagiosa del virus. Filippo Ciantia

 
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7 Responses to L’Uganda e l’ABC

  1. Zel says:

    Ettore: non per far polemica, ma "e – in casi molto particolari e solo per certe, limitate categorie di per­sone – l’uso corretto del profilattico (Condom use)." lo dice in base a cosa?! Perchè i 6 link di associazioni che ti ho dato io dicono che la distribuzione dei profilattici erano su larga scala, partendo dalle scuole stesse…. non solo a "alcune categorie"….

  2. Ettore says:

    Beh, in uno di quei link si legge:"Young people were encouraged to wait before first having sex, or to return to abstinence if they were not virgins. All sexually active people were given the message of "zero grazing", which meant staying with regular partners and not having casual sex. Those who did not abstain were encouraged to use condoms, which were promoted to the population as a whole."http://www.avert.org/abc-hiv.htmCioè la politica ugandese non ha puntato sulla diffusione tout court dei profilattici, soprattutto con i giovani ha puntato sulla A e sulla B. I preservativi li davano solo alle categorie a rischio e a chi rifiutava i primi due punti, almeno io così ho capito. Con la distribuzione indiscriminata dubito che l’uganda avrebbe avuto risultati diversi dagli altri paesi.

  3. Ettore says:

    E cmq anche qui dice che i fondi non sono stati tagliati per la C, semplicemente si è deciso di destinare all’astinenza un terzo degli aiuti:"Despite the evidence from Uganda and these other countries, U.S. HIV prevention policy is focused on promoting abstinence. Indeed, Global AIDS Coordinator Randall Tobias personally endorsed a provision in recently enacted U.S. law requiring that at least one-third of all U.S. assistance to prevent HIV/AIDS globally be reserved for "abstinence-until-marriage" programs ("U.S. AIDS Policy: Priority on Treatment, Conservatives’ Approach to Prevention," TGR, August 2003, page 1)"http://www.guttmacher.org/pubs/tgr/06/5/gr060501.htmlPotrebbe trattarsi solo di un picco momentaneo.

  4. Davide says:

    Aggiungo: in Uganda si stanno portando aiuti effetivi anche in altri campi, primo fra tutti l’accesso all’istruzione. È un aspetto importantissimo anche se talvolta trascurato. Per ora sono state abolite le tasse scolastiche. È già qualcosa. Non dimentichiamo che l’epidemia causa anche orfani e c’è il serio rischio che, senza politiche adeguate, siano lasciati a sé stessi, o peggio. ( Fonti UNICEF – Cfr. http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3792 )Un saluto,Davide

  5. Ettore says:

    Davide: Hai sollevato un problema importante. In effetti la visita del papa era incentrata su problemi addirittura più importanti come quello della pace e delle politche sociali. Purtroppo si è voluto monopolizzare il tutto con l’aids, in realtà lo stesso papa ha fatto dichiarazioni ben più importanti e che mi sembra ben pochi abbiano il coraggio di dire (come quella sulle multinazionali).

  6. Davide says:

    In effetti uno dei problemi più atroci dell’Africa è quelli dei bambini (e bambine) – soldato. Già di per sé la guerra è terribile. Che sia combattuta da bambini è un crimine inaudito, poiché toglie al contempo vita e speranza…Davide

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