Il Cristianesimo e la rivoluzione industriale

I manuali sono soliti insistere molto sulle cause che
portarono la Gran Bretagna
ad essere la prima a  realizzare la Rivoluzione industriale.
In realtà è importante, prima di tutto, chiedersi perché questa sia avvenuta in
Europa e non in altre aree che spesso erano anche più grandi e più ricche di
risorse, come la Cina
e l’impero arabo. Questo è uno dei primi pregi del libro di Vera Zamagni Dalla Rivoluzione industriale
all’integrazione europea
, che ad una grande chiarezza espositiva unisce una
profonda conoscenza storica. Mentre il clima e le risorse hanno un ruolo
semplicemente “facilitante” nello sviluppo economico, altro merito dell’autrice
è quello di riconoscere nella visione filosofico-religiosa del mondo l’elemento
determinante. La sua tesi è ben spiegata nella prefazione, dove si legge:

La rivoluzione
industriale, con cui ha avuto inizio la trasformazione economica e sociale del
mondo, non poteva che nascere in quell’Europa dove si era affermata una concezione
dell’uomo di origine cristiana che a un tempo ne esaltava la libertà, ma ne
limitava il potere sugli altri uomini. È infatti solo questa concezione che dà
campo libero all’estrinsecarsi della competizione, la molla del progresso…

Zamagni individua tre principi fondativi:

1-    
la persona
umana come valore sacro ed inviolabile: quanto più questo principio si è
affermato tanto più si è abbandonato l’assolutismo e lo schiavismo e si è
proclamata la libertà e l’uguaglianza di tutte le persone – maschiofemmina,
bambinovecchio, riccopovero, malatosano, fortedebole – con implicazioni
fondamentali nel campo politico – la democrazia – ed economico – la libertà di
iniziativa e la difesa dei diritti della persona;

2-    
l’esaltazione
dello spirito come razionalità: da questo principio discende la nascita della
filosofia, della scienza, dell’istruzione;

3-    
la
superiorità dell’uomo sulla natura: da qui deriva l’idea dell’homo faber, ossia
dell’uomo creativo, che non subisce la natura, ma la modifica a suo uso.

Si tratta di argomenti che meriterebbero trattazioni
separate. Qui ci limitiamo a brevi cenni. Per quanto concerne il primo punto è
bene ricordare che la definizione dei diritti umani vide una tappa fondamentale
nel giusnaturalismo scolastico (di epoca medievale). Il secondo punto, invece,
riguarda la “straordinaria fede nella ragione” dell’Occidente cristiano,
rilevata anche da Rodney Stark (nel libro La
vittoria della ragione)
e spiegata in base alla certezza di un Dio che ha
razionalmente ordinato il cosmo. Per questo Galileo era convinto di poter
conoscere il Creatore studiando la
Creazione, cioè il libro della natura scritto da Dio in
linguaggio matematico. Riguardo, infine, l’ultimo punto è chiaro che questa
concezione della natura era possibile solo in una cultura, come quella
giudeo-cristiana, che avesse una visione demagificata del mondo. Senza più
guardare, per fare un esempio, agli astri e ai fenomeni naturali come a degli
dei.

Le origini della rivoluzione industriale
(avvenuta a cavallo fra ‘700 e ‘800) vanno quindi cercate nel passato, è necessario fare un salto indietro fino
ai primi secoli successivi alla caduta dell’impero romano. Un evento,
quest’ultimo, che gettò l’Europa in un periodo di grandi difficoltà con
rivolgimenti politici (soprattutto per via delle invasioni barbariche) e
sociali. L’influsso del Cristianesimo fu fondamentale nella nobilitazione del
lavoro manuale, ormai diventato prerogativa degli schiavi. Fu nel contesto di
un’Europa devastata e smarrita che il monachesimo operò la ricostruzione
agraria
di gran parte dell’Europa, tanto che Henry Goodel ebbe a dire “i monaci
benedettini lungo un arco di 1500 anni salvarono l’agricoltura”. La quale
ovviamente è fondamentale per l’alimentazione e la crescita demografica (che
interessò i primi secoli del Medioevo). Per questo il grande storico Pirenne
definiva i monaci degli “educatori economici”. A questo si aggiunsero altre
importanti innovazioni come la nascita di un sistema economico non più basato
sulla schiavitù (che però continuava a esistere) e quindi un maggiore incentivo
alla costruzione di macchine, come quelle per sfruttare l’energia idraulica.

Per capire perché la rivoluzione industriale si ebbe in
Europa, è importante mettere a confronto (in un arco di tempo che va dal VII al
XVIII sec) le tre società agricole più avanzate: la Cina, l’impero arabo e
l’Europa. Fra i termini di paragone più importanti ne ricordiamo tre:

1-     Libertà:
l’Europa preindustriale è quella che vede la maggiore tutela delle libertà
individuali, con una pluralità di istituzioni politiche e culturali che
permettevano il formarsi di un sapere critico e una notevole libertà di
pensiero. A questa si aggiunge una importante libertà di impresa che (dopo
diffidenze iniziali) favorisce la nascita e lo sviluppo di un dinamico ceto
mercantile. Mentre in Cina troviamo un regime politico assolutistico e la
tirannide nell’impero arabo, con conseguenze negative su libertà di pensiero e
di azione.

2-     Giustizia:
mentre in Cina essa è demandata all’arbitrio dell’imperatore e a quello dei
vari potentati nell’impero arabo, in Europa si afferma una giustizia
impersonale e oggettiva, basta su codici e che prevedeva la protezione dei
diritti di proprietà.

3-     Tassazione:
in Cina era pesante e imprevedibile, nell’impero arabo ugualmente imprevedibile
ma leggera. In Europa si afferma il principio No taxation without representation.

Tutte conquiste che, ovviamente, si sono ottenute
progressivamente e non sempre diffuse in tutti i paesi europei; o almeno non
nella stessa misura. Ad ogni modo si tratta di progressi, come quello della
tassazione, della rappresentanza e del habeas
corpus
, ottenuti a partire dalla Magna
Charta
del 1215 che si rivelò poi essere uno dei preziosi vantaggi della
Gran Bretagna (per esempio rispetto alla Francia).

Si tratta quindi di prerequisiti che sono fondamentali per
il decollo industriale e che, significativamente, si trovavano solo in Europa.
Questo spiega anche perché, prima ancora di arrivare alla rivoluzione
industriale, l’Europa preindustriale potè godere di una grande superiorità
tecnologica rispetto alle altre civiltà; cosa che non mancava di stupire gli Europei stessi all’indomani dei grandi viaggi oceanici. Per questo Rodney Stark si è chiesto:

Perché per secoli gli
europei rimasero gli unici a possedere occhiali da vista, camini, orologi
affidabili, cavalleria pesante o un sistema di notazione musicale?

Non che le invenzioni fossero a esclusivo appannaggio degli
Europei, ma l’invenzione deve essere seguita dall’innovazione; ovvero
dall’applicazione di quella determinata invenzione a un processo produttivo o
ad altro uso. Basti pensare alla polvere da sparo, conosciuta già da secoli in
Cina ma usata solo per fini ludici, mentre gli Europei seppero darle molteplici
applicazioni.

Per questo Zamagni scrive:

Si può quindi
concludere che l’Europa seppe sviluppare un ambiente particolarmente favorevole
all’innovazione (tecnologica e istituzionale), in special modo dopo l’umanesimo
e il rinascimento, perché c’era maggiore libertà e maggiore certezza del
diritto, che dava basi più sicure al calcolo economico connesso
all’investimento, e forniva più sostegno all’iniziativa individuale da parte
dei pubblici poteri.

L’innovazione fu fondamentale in particolar modo nelle prima
rivoluzione industriale che non necessitò di “basi scientifiche diverse da
quelle già esistenti nell’impero romano”. In Italia il processo di
industrializzazione fu lento per il declino che aveva colpito la penisola in
seguito alle numerose guerre. Tuttavia diede un contributo importante per la
nascita di gran parte di quelle istituzioni e pratiche economiche (nate fra il XII e il XVIII sec)
indispensabili per la rivoluzione industriale. Zamagni ricorda la banca e le
pratiche bancarie  (come l’assegno, il
conto, la cambiale), l’uso della partita doppia, l’assicurazione, la commenda,
il servizio postale, la borsa, il brevetto e i codici di commercio. Per questo sempre
Pirenne definiva, giustamente, i mercanti come i primi capitalisti.

In ultima analisi si può concludere che il Cristianesimo,
con tutte le sue conseguenze sviluppatesi nei secoli, è stato un pilastro
fondamentale dell’economia moderna e della rivoluzione industriale. Quest’ultima
è molto importante per diversi motivi. Prima di tutto perché permette di
migliorare la qualità e la lunghezza della vita, tanto che le condizioni di
vita di un inglese vissuto nella prima metà del’700 – se paragonate a quelle dei
suoi pronipoti – sono più vicine a quelle dei legionari di Cesare. In secondo
piano, disincentiva la guerra che blocca l’accumulazione capitalistica e getta
nello scompiglio i mercati risolvendosi sempre in un gioco a somma negativa
(tutti i contendenti perdono, anche i vincitori). Inoltre rende obsoleta la
guerra per l’appropriazione di risorse, perché la rivoluzione industriale
permette di produrre beni da altri beni senza doverli sottrarre ad altri; e in
quantità prima inimmaginabili. Infatti Zamagni nota che mentre prima la povertà
era dovuta essenzialmente alla mancanza di risorse e alla sottoproduzione, con
le rivoluzioni industriali essa diventa esplicita responsabilità sociale. Tutti
i processi di decollo industriale (a partire dagli Stati Uniti fino al
Giappone) sono imitativi di quello europeo, con la conseguente diffusione del
benessere dei paesi occidentali.

Annunci

9 Responses to Il Cristianesimo e la rivoluzione industriale

  1. Davide says:

    Interpretazione interessante, che pone l’essere umano al centro della riflessione storica; prospettiva dimenticata. Certamente nell’Europa si avviò un processo di trasformazione non solo economico ma soprattutto sociale, altrettanto certamente lo stesso non fu lineare e – in tema di Cristianesimo – nella "Centesimus Annus" di Giovanni Paolo II vengono ripresi ancora una volta i temi della "Rerum Novarum" di Leone XIII, mai abbandonata ma a più riprese rielaborata da scritti che «la rievocavano ed insieme la attualizzavano» poiché – pur essendo stata abolita formalmente la tratta degli schiavi nel 1815 – le condizioni di lavoro nelle fabbriche, nuovi centri di produzione, non si potevano certo dire degne di uomini liberi. La dottrina sociale cristiana e cattolica si trovò a fare anch’essa i conti con un’accelerazione inaspettata. Veramente, verrebbe da affermare che l’era della rivluzione industriale e l’età moderna stessa nella sua interezza, dal Rinascimento ad oggi, sono la vera "età di mezzo", ponte tra l’economia agricolo-artigianale del Medio Evo e quella "post-industriale", in cui non sarà più l’industria pesante (carbone e acciaio) ma quella informatica, delle energie rinnovabili, delle microtecnologie a dominare la scena umana e sociale. Una società in cui sarà possibile attingere energia dai panelli solari in modo efficiente, in cui il consumo energetico di una casa sarà quello di qualche lampadina, avere un’enorme potenza di calcolo nel palmo della mano (come per i chip dei computer) e risolvere finalmente l’annoso problema del conflito fra innovazione tecnologica e rispetto dell’ambiente.Sì, forse i veri abitatori dell’atà di mezzo siamo noi…Un saluto,Davide

  2. Ettore says:

    Sì, ma noi nella terza rivoluzione industriale ci siamo già; per questo non siamo ancora in grado di vederne tutto gli effetti :)Lo spirito della Rerum Novarum è ancora attuale perchè se è vero che la rivoluzione industriale ha portato grandi benefici è vero anche che è stata casua di grandi sofferenze. Come tutte le cose può avere un lato positivo e uno negativo, per questo va governata con saggezza…Ciao 🙂

  3. Carmine says:

    Ottimo saggetto, complimenti. Hai fatto bene comunque a sottolineare quanto sarebbe necessario approfondire ulteriormente i primi tre punti esposti. Infatti in particolare, riguardo al punto ‘l’uomo è superiore alla natura’, rischi (credo apparentemente) di contraddirti alla stregua di ciò che hai espresso in altre sedi. Magari ne riparleremo in un’altra occasione.Sono convinto anche io (oggi più di prima) che la rivoluzione industriale ponga le sue radici in una forma mentis romano-cristiana. Non bisogna dimenticare però che gli ultimi ‘orrendi’ progressi tecnologici (mi viene da pensare ad esempio ad alcuni ottenuti dall’ingegneria genetica e dalla chirurgia plastica) sono proprio figli della tanto osannata rivoluzione industriale.Come sempre: un coltello può essere utilizzato per tagliare il pane ma anche per uccidere.

  4. Carmine says:

    Ah ok, vedo che bene o male hai già provveduto tu ad accennare gli effetti collaterali della rivoluzione in questione 🙂

  5. Carmine says:

    Davide, diranno la stessa cosa i futuri abitanti di questo pianeta, nei prossimi secoli.

  6. Ettore says:

    Grazie 🙂 Sui tre principi fondativi mi riprometto di tornare e di approfondire perchè sono tanto importanti quanto disconosciuti…Con la superiorità dell’uomo sulla natura qui intendo semplicemente la possibiltà di sfruttarne le oppurtiunità e di rimuoverne gli ostacoli. E’ chiaro che poi anche nel rapporto uomo-natura c’è un limite, perchè l’uomo fa parte della natura. Le modifiche dell’ambiente devono essere sempre oculate e rispettose dell natura e delle sue leggi, altrimenti si manca di rispetto anche all’uomo e la natura in un modo o nell’altro si prene la sua rivincita…

  7. enza says:

    Cito Ettore————–>E’ chiaro che poi anche nel rapporto uomo-natura c’è un limite, perchè l’uomo fa parte della natura. Le modifiche dell’ambiente devono essere sempre oculate e rispettose dell natura e delle sue leggi, altrimenti si manca di rispetto anche all’uomo e la natura in un modo o nell’altro si prende la sua rivincita…Sono d’accordo ….. oltretutto sono una appassionata della natura……credo che essa sappia comunicare all’uomo più di quanto egli possa recepire diversamente.Permettete a questa romanticona di lasciarvi una poesia sulla natura:Non sono capace di far passare una notte buia ma sò che Dio ha scritto un messagio d’amore in ogni legge della natura e persino nella notte più scura brillano le stelle…..almeno una……le stelle ……le promesse che l’alba spunterà.Quello che purtroppo si recepisce in questi tempi della natura è PIANTO……..io più che rivincita la chiamerei REAZIONE.Ne ha tutti i DIRITTI!

  8. Davide says:

    Carmine: può darsi che le generazioni future si sentano ugualmente in una età di transizione, verissimo. Ciò che intendevo, in realtà, è che il mondo è passato da un sistema produttivo agricolo-artigianale ad uno basato su fonti di energia (carbone o petrolio che sia) non rinnovabili. Di qui, poi, anche l’industria pesante. Alla base tuttavia esiste un cambiamento nella dinamica economica fondata sul diverso approvigionamento energetico.In futuro, volenti o nolenti, dovremo mutare questo approccio e affidarci alle fonti di energia rinnovabili (es. quella solare). Di fatto, la differente impostazione dal punto di vista energetico sarà un processo irreversibile (se non fra qualche milione di anni).Questo, unitamente al passaggio da una produzione artigianale ed industriale ad una post-industriale ci ha fatto vivere un periodo – secoli – irripetibile, con tutte le contraddizioni che ha comportato, in ambito sociale, ambientale, economico.Per questo amio avviso la più grande trnasizione si è avuta in questi secoli e l’approdo alla società post-industriale è passato attraverso una vera e propria "età di mezzo".Un saluto,Davide Gorga

  9. Alessandro says:

    Una cosa mi ha colpito,La poverta !e vero ..adesso e puramente dovuta ed e una esplicita resposabilita sociale ed è propio questa la cosa peggiore..ciao un saluto a presto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: