La morte ti fa bella

Pochi giorni fa è apparso su Repubblica un interessante articolo di Franco Marcoaldi sulla riesumazione di un vecchio libro svedese. È significativo che un tale delirio, dai toni a volte neomalthusiani, trovi il tacito consenso di uno dei più importanti quotidiani italiani, compreso il giornalista che implicitamente sembra concordare con la tesi di fondo che vuole la democrazia e l’umanesimo come degli ostacoli “moralistici” allo sviluppo, in nome di un superato diritto alla vita.

Quando la morte diventa utile

Repubblica — 08 gennaio 2009   pagina 36   sezione: CULTURA

Se nelle società contemporanee, democratiche e di massa, tutto finisce per soggiacere a un’ ideologia angustamente utilitarista, è inevitabile che a un certo punto quel "tutto" includa anche il problema della morte. Per essere ancora più chiari; il consorzio sociale dovrà giungere alla quantificazione precisa delle morti di cui ha bisogno per far tornare i propri conti, sì che "giusta" risulti la proporzione tra la percentuale della popolazione produttiva e quella che non lo è (vecchi, malati cronici, minorati mentali). Pena l’ affondamento economico del paese. In estrema sintesi, è questa la terrificante questione messa a tema dallo scrittore svedese Carl-Henning Wijkmark ne La morte moderna (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Claudio Magris, Iperborea, pagg. 119, euro 11). L’ autore, per rendere più efficace il tratto indubitabilmente provocatorio della sua opera, sceglie la strada del "teatro", del "dramma". E a tal fine ci invita a partecipare a un ipotetico simposio a porte chiuse su «La fase terminale della vita umana», organizzato dal FATER, un comitato interno del Ministero degli Affari Sociali svedese, a cui partecipano esperti in campo sociologico e teologico, filosofico e biologico. Il direttore Bert Persson espone con flautata brutalità i termini della questione: «La piramide demografica ha attualmente la forma di un sigaro, ma se tutto continuerà a procedere come ha fatto finora, rischia di passare rapidamente a quella di un fungo. I bambini di cui ci privano gli aborti, ce li ritroviamo moltiplicati per tre sotto forma di anziani improduttivi al vertice della piramide. Uno svedese su quattro è in pensione di anzianità, e uno su otto in età produttiva è in pensionamento anticipato. Il settantacinque per cento dei costi della Sanità va alla cura di malati cronici o senza speranza, in un settore in cui il tetto è stato raggiunto e sfondato da più di quindici anni». I politici, naturalmente, tacciono: perché i voti dei pensionati fanno gola a tutti. Ma se ben indirizzati, saranno proprio i vecchi e i pensionati a capire – presto o tardi – che c’ è un momento in cui bisogna farla finita. E proponendo la stessa data per tutti si arriverà, democraticamente, alla formula dell’ «obbligo volontario». Il che consentirà finalmente di ridurre i problemi dell’ assistenza medica e di evitare scelte arbitrarie su chi e perché e come salvare nella massa sempre più esorbitante di infartuati o di malati in dialisi. Se poi si riuscisse, argomentano ancora gli uomini del FATER, a superare la riluttanza dei familiari nel cedere alla comunità i corpi senza vita delle persone care, si potrebbero mettere in atto anche delle grandi «stazioni terminali» per il riciclaggio dei cadaveri, con impensati benefici per lo sviluppo (anche in termini occupazionali) dell’ industria farmaceutica e dei concimi. A ben vedere, conclude il moderatore, questa idea «non implica in qualche modo la realizzazione di uno dei sogni più antichi dell’ umanità: la definitiva integrazione sociale della morte? Dall’ altra parte del confine non ci attendono più potenze ignote, ma un ulteriore contributo alla comunità in cui siamo vissuti (…) Questa morte asettica e inodore nella cella frigofera della stazione terminale – non è forse la morte moderna nel vero senso della parola? E tutti seguiamo lo stesso cammino, non alcuni nelle fiamme e altri nella terra. Macinati, ridotti in polvere fine, saremo sparsi su vasti campi della società e le daremo nutrimento». L’ unica voce dissonante in questo agghiacciante consesso di pianificazione mortale democratica è rappresentata da Ronning, lo scrittore che incarna i valori non negoziabili della vita umana. Le sue parole, improntate a un senso compassionevole di umanità e giustizia, portano ovviamente il lettore tutto dalla sua parte. Ma ha ragione Magris nel sottolineare l’ oggettiva debolezza di quelle nobili parole. Una volta infatti che l’ idea di «utilità collettiva» impone precisi tempi sociali anche alla morte (negando in tal modo la stessa, eventuale scelta individuale dell’ eutanasia), il richiamo al valore irriducibile di ogni singola vita e di ogni singola morte, fatica a sostenere il confronto con chi si appella a una presunta razionalità egualitaria di ordine meramente quantitativo. L’ abilità di Wijkmark sta esattamente in questo: nella capacità di inscenare un irresolubile dramma incardinato in uno scenario futuribile (ma nient’ affatto improbabile), dove un delirante imperativo economico, applicato a una perversa idea di controllo democratico che si impone anche nel passaggio ultimo dell’ esistenza, finisce per azzittire quel che resta della tradizione umanista. «Come mi disse una volta un vecchio in un reparto di lunga degenza», commenta compiaciuto uno dei partecipanti al simposio. «Nasciamo tutti alla stessa età, perché non dovremmo morire alla stessa età?». – FRANCO MARCOALDI

 

Segnaliamo infine questa recensione che coglie lo spirito della vicenda:

 

http://deliberoarbitrio.splinder.com/post/19551147#comment

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