Superstizione e reliquie

 

Da sempre la
Cristianità ha fatto uso delle reliquie, soprattutto dei
santi, attribuendo ad esse poteri taumaturgici. È noto che i pellegrini che si
recavano sulla tomba di Pietro a Roma facevano calare dei “panni” perché
entrassero in contatto col corpo del santo apostolo. Questo facevano non tanto
per “ricordino” (che pure sarebbe disprezzabile per molti), ma appunto perché
credevano che il contatto col santo rendesse quei miseri pezzi di stoffa delle
reliquie alle quali venivano trasmesse le stesse virtù. “Superstizione!
Paganesimo! Ecco un altro rito magicopagano cristianizzato dalla Tradizione
cattolica!” grideranno emeriti dottori protestanti preoccupatissimi di tutto
ciò che possa mettersi fra l’uomo e Dio. E in effetti la lotta contro la
superstizione delle reliquie, insieme a quella delle indulgenze, fu giustamente
uno dei cavalli da battaglia della Riforma protestante. Come accettare una cosa
del genere per un Cristianesimo così puro e spirituale? Per una dottrina così basata
sulla sola scriptura? Come non
trovare somiglianze con qualche rito pagano? Che fine farà il Cristianesimo se
si accetta di credere che possano avvenire prodigi anche solo tramite oggetti
messi in contatto con un presunto santo (vivo o morto)?
Infatti la
Scrittura parla chiaro in proposito. Leggiamo:

“Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati
fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie
cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano” (Atti 19, 11)

Quindi, secondo quello che è verosimilmente un modo di
pensare ancora comune nel mondo protestante, anche i Vangeli finiscono per
essere, come la tanto diffamata Tradizione, un coacervo di cose pagane colorate
con un po’ di Cristianesimo per accontentare tutti. Perfino l’evangelista Luca,
che non stigmatizza questi riti superstiziosi, e lo stesso san Paolo, che
evidentemente vi si presta, possono così apparire, nell’ottica protestante,
come i cattolici: ovvero come dei mezzi-pagani. Se però anche il Vangelo
diventa superstizioso e magico, allora questa ossessione protestante di vedere
paganesimo e male dappertutto (dalle indulgenze alle reliquie, dalla Madonna e
perfino all’arte sacra) non sarà, forse, sintomo di una certa durezza e
rigidità prossima alla bigotteria? E se è vero, com’è vero, che questa è una
conseguenza di quella sola scriptura (che
poi altro non è che l’estremizzazione di alcuni passi per il totale oblio di
altri, e si potrebbero fare molti esempi) allora non sarà, forse, questa un
utopico inganno?

Riguardo il disprezzo per reliquie e "ricordini" – che unisce cultura laica e cultura protestante – è simpatico il paradosso di Frossard, riportato in Ipotesi su Maria a pagina 68:

Si parlava del
disprezzo di certi intellettuali per il mondo della religiosità popolare; e, in
particolare, per ciò che ha contrassegnato – e, almeno in parte, tuttora
contrassegna – la devozione mariana, l’ambiente dei santuari e dei relativi
pellegrinaggi.

Mi disse, dunque, il
vecchio André, ammiccando con i suoi occhi ironici e accendendosi l’ennesima
sigaretta, dopo averla infilata su un bocchino, con una sorta di rito che
conoscevo bene («Solo un ordine esplicito del Papa potrebbe indurlo a smettere
di fumare…», sospirava la moglie): «L’Aldilà, creda a me, sarà una bella
sorpresa per i sapienti sofisticati. Non solo scopriranno che un Altro Mondo
esiste davvero, ma si troveranno a essere bersaglio della benevola quanto
splendida ironia del Dio cristiano. Credo proprio, infatti, che quegli
schizzinosi signori troveranno nel loro paradiso tutto ciò che in vita li aveva
fatti inorridire: le bottiglie in plastica a forma di Madonna, le bocce con il
santuario e la neve quando si scuotono, le immagini di Maria e dei santi
popolani da attaccare al cruscotto dell’automobile, i quadretti e le
immaginette kitsch. E il bello sarà
che tutto quel bazar gli piacerà moltissimo, perché Dio gli avrà ridato
quell’infanzia spirituale e intellettuale che avevano perduta e tanto
disprezzata. Vivranno felici per sempre, beandosi fra quella paccottiglia da
bancarella di santuario».

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