Dio è un rischio

 

Dio è un rischio è un libro di Prezzolini, si potrebbe dire forse il più alto documento della sua grande umanità. Un grande uomo che, letteralmente, si “fece da solo” per via del suo istinto da autodidatta. È un libro sorprendente, per molti aspetti. Forse è l’unico “classico” della spiritualità che ha per autore un non credente, ma che merita di essere annoverato in questo categoria (seppur sui generis) per il suo spirito di cercatore. “Cerco, ricerco, mi perdo” ebbe una volta a scrivere l’autore in una lettera. È questa una delle espressioni che forse meglio rappresentano la vita di Prezzolini, sempre alla ricerca di Dio e della Grazia senza mai (per quello che a noi è dato sapere) trovare quella fede che lui definiva una “fortuna”. È un libro sorprendente anche perché l’odierno laicismo oltranzista ci ha abituato ad una divisone manichea fra credenti e non credenti che sembra destinata quasi a una infinita “guerra totale”. In Prezzolini invece troviamo un laico veramente non dogmatico e per questo fu un incredulo, ma non un mangiapreti. Per questo un po’ stupiscono le espressioni di stima nei confronti della Chiesa cattolica e addirittura la sua profonda amicizia con un Papa. Non con uno dei “papi buoni”, ma con quello più arcigno e oscurantista: Paolo VI. La lettura di questo libro e della corrispondenza dell’autore (allegata nell’edizione Vallecchi 2004) permette anche di aprire uno “squarcio” sul vero Paolo VI, presentato come fine intellettuale e grande pastore (nonostante tutte le difficoltà del tempo).

Nel corso del libro Prezzolini riesce a rendere bene la difficoltà della ricerca di Dio che si perde in un “centivio” in cui ogni posizione è possibile. In un mondo che oggi si fa quasi un vanto dell’assenza di una Verità, risuona in tutta la sua onestà intellettuale la “disperazione” dell’uomo:

 

“Eccomi dunque qui solo, disperato, senza verità, senza appoggio, senza nessuna voce, che mi dica dove sono, dove vado, dove vengo.” (pag. 39)

 

Da qui anche l’amicizia con Paolo VI e con tanti altri credenti che nel libro sono ricordati con affetto. Eppure anche Prezzolini è passato per quel ateismo “duro e puro” che ostentava certezze rivelatesi poi palesemente infondate. Spesso fondate anche su quella falsa idea di scienza propugnata dal positivismo, del quale l’autore ebbe modo di vedere la rovina. Crollò l’idea di una scienza onnipotente, che tutto avrebbe spiegato fornendo verità assolute. Con Popper e con Heisenberg fu chiaro il carattere eternamente ipotetico della scienza, “condannata” a restare sempre al livello di tentativo in continuo perfezionamento. La scienza si mostrò allora per quello che era, un valido metodo di ricerca e non una fonte di verità. Anche perché, notava sempre Prezzolini, ogni volta che si credeva di avere scoperto tutto, in realtà si aprivano nuovi immensi orizzonti prima nemmeno immaginati. Ogni risposta, pone cento nuove domande. In questo senso a Prezzolini sembrava ormai finita la lotta fra scienza e fede, certo non avrebbe potuto immaginare un ritorno così arrogante e furioso del positivismo in questi nostri tempi. L’autore aveva una chiara idea della scienza, definita come “quello che l’uomo ha di più razionale” e che si basa sulla matematica. Tuttavia anche quest’ultima è fondata su degli assiomi non dimostrabili razionalmente ma necessari. Ma cos’è, si chiede Prezzolini, il ricorso all’esperimento (e quindi all’esperienza) se non la sconfitta di un certo modo di vedere la ragione, quale il razionalismo?

 

Nella riflessione prezzoliniana ha un ruolo centrale il Caso. È questo, forse, il vero fondamento del suo scetticismo. Scrive l’autore in una lettera a Paolo VI:

 

“Tuttavia nel mio semplice intelletto, penso che il Caso possa contenere, proprio per la sua accidentalità, qualche temporale o locale aspetto di un Ordine; mentre la Grazia, per la sua origine, non dovrebbe ammettere il menomo disordine.”

 

La prospettiva dell’autore è quella pascaliana, non è possibile dare una risposta univoca e dimostrabile. E’ indispensabile un certo grado di “scommessa”. Per questo la fede non è rifiutata come qualcosa di irrazionale. La fede, intesa come una potenza vitale dell’uomo e non nel senso comune di fede “dogmatica”, è “il sostegno della nostra vita quotidiana, intima ed assoluta”. C’è fede in tutto quello che facciamo, perché la sola ragione non basta mai. Per questo:

 

“Non c’è contrasto tra ragione e fede; la ragione ha un campo limitato: è un fiammifero entro le tenebre; la fede è il senso della direzione dentro le tenebre, ed è l’indefinito se non l’infinito […] Gli uomini di poca fede sono in generale dei mediocri, dei titubanti, dei ristretti, degli avari […] Senza fede nessun uomo può dire di conoscersi interamente.”

 

Per l’autore quindi la fede è “completamente irrazionale o solo in parte ragionevole”. Ma non è questo il problema, anzi. Il problema sta nel dilemma fra il Caso e la Grazia.

 

La grande onestà intellettuale di Prezzolini lo porta poi ad una grande ammirazione nei confronti della Chiesa Cattolica. Definita come una

 

“seminatrice di progresso sociale nel Medio Evo. […] La Chiesa aveva offerto alle plebi, senza orologio sul polso sinistro […] il giorno del riposo e le ore della preghiera, che tre le altre virtù aveva quella del silenzio o della musica del coro”

 

Solo che adesso tutti hanno l’orologio al polso, per cui Prezzolini avvertiva come un pericolo per la Chiesa l’affacciarsi troppo nel sociale e nella politica. Il partito e il sindacato saranno sempre in grado di offrire più di voi, diceva l’autore a Paolo VI. L’unico campo rimasto alla Chiesa è anche il più importante, quello della bontà:

 

“Soltanto la Chiesa predica l’amore fra gli uomini, la pietà per i vinti…”

 

Prezzolini vedeva nella Chiesa l’unica istituzione che si occupasse di formare “uomini buoni”. Nessuna altra istituzione lo fa, politica o sociale che sia (e nemmeno potrebbe). Per questo consigliava alla Chiesa di sfidare i suoi avversari non in trasferta, ma nel campo che le era proprio: quello dello spirito. Impressionante anche il saluto al nuovo Pontefice Giovanni Paolo II, alla fine del libro, del quale l’autore non doveva sapere molto ma quasi profeticamente ne avvertì la portata che avrebbe avuto nella storia mondiale.

In conclusione Dio è un rischio non è un libro per tutti. Clericali e anticlericali farebbero bene ad evitarlo. Ma senza dubbio è, allo stesso tempo, un libro per credenti e non credenti per potere attingere all’avvincente spirito di ricerca della Verità che lo attraversa. Alla fine sarà un “Cerco, ricerco, mi perdo” per un non credente che sia anche non bigotto, e un “Cerco, ricerco, mi ritrovo” per chi ha già trovato ma sente il bisogno di riscoprirlo tutti i giorni.

 

Uomo, non ne puoi fare a meno.

Gioca, gioca.

Doppio Sei, o doppio Zero? Nero o Rosso?

Settebello o Due di coppe?

Se ti rifiuti, giochi lo stesso.

 

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4 Responses to Dio è un rischio

  1. chiara says:

    Qsto post mi ha colpito veramente. Devo leggere qsto libro. " Se ti rifiuti, giochi lo stesso ". E’ vero, è inevitabile.

  2. Ettore says:

     
    Sì, è molto bello. Però riguardo il "gioco" ti conviene leggere anche i Pensieri di Pascal, se non lo hai già fatto 😉

  3. Marina says:

    Wow!! Stupenda…mi hai fatto innamorare di questo libro…meno male che a giorni dovrò andare dalle Paoline ad acquistare un altro libro…mi trovo, prendo pure questo! Ziaoooooooooooooooooo!

  4. Ettore says:

    Se vuoi te lo posso prestare io 🙂

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